Baiardo, gli incontri Graviano-Berlusconi e l’agenda rossa

di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari

“Abbiamo sentito più volte Salvatore Baiardo e stiamo vagliando la sua posizione e potrebbe essere una fonte significativa”. E’ questo il dato che emerge dalla Procura di Firenze secondo quanto riportato ieri in un articolo del giornalista Franco Viviano su Il Quotidiano del Sud.
Che proprio nel capoluogo toscano fosse nuovamente aperto un fascicolo nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri è noto da tempo.
L’inchiesta fu riaperta (i due erano già stati indagati e archiviati) a seguito delle intercettazioni in carcere dei colloqui del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, che tirava in ballo il leader di Forza Italia come complice e mandante occulto degli eccidi in Continente (“Berlusca mi ha chiesto questa cortesia, per questo c’è stata l’urgenza” diceva il capomafia durante l’ora di passeggio con il camorrista Umberto Adinolfi). In questi anni l’indagine è stata sviluppata a 360°. Si è appreso durante il processo d’appello Stato-mafia che l’accusa nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri riguarda non solo le stragi di Firenze, Roma e Milano, ma anche gli attentati falliti dell’Olimpico, quello al pentito Contorno e al conduttore Maurizio Costanzo. Un nuovo impulso investigativo verrebbe dalle parole di Salvatore Baiardo, gelataio piemontese di origini siciliane che all’inizio degli anni 90 curò la latitanza dei fratelli Graviano.
Lunedì la trasmissione di Report, condotta da Sigfrido Ranucci, ha mandato in onda un’intervista inedita in cui lo stesso ha parlato al giornalista Paolo Mondani di incontri, a cui avrebbe assistito, tra i boss di Brancaccio, Dell’Utri e Silvio Berlusconi, ma anche di incontri che avrebbero avuto come oggetto l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino. A suo dire, quel prezioso documento sarebbe in possesso degli stessi mafiosi, i boss Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro, in quanto ve ne sarebbero più copie. Addirittura l’avrebbe anche vista.
Su tutti questi elementi è facile pensare che la Procura di Firenze stia facendo i propri approfondimenti, non partendo dalla puntata di Report, ma da quell’informativa della Dia di Milano, redatta il 4 novembre 1996 dall’oggi capo della Direzione centrale anticrimine della polizia, Francesco Messina, assieme all’allora dirigente della Direzione investigativa antimafia di Firenze, Nicola Zito, in cui si faceva riferimento proprio ad alcune dichiarazioni di Baiardo.




L’ex senatore, Marcello Dell’Utri e l’ex presidente del consiglio, Silvio Berlusconi © Imagoeconomica



Testimonianza al processo ‘Ndrangheta stragista
Chiamato a testimoniare nel processo di Reggio Calabria “‘Ndrangheta stragista”, che vedeva imputati (entrambi condannati all’ergastolo in primo grado) il boss di Brancaccio e Rocco Santo Filippone, boss di Melicucco, per essere stati mandanti degli attentati ai carabinieri avvenuti tra la fine del 1993 ed il gennaio 1994, in cui morirono i brigadieri Fava e Garofalo, Messina disse in maniera chiara di non aver mai ricevuto alcuna “delega di indagine a seguito dell’informativa. Eppure quel documento finì sul tavolo del Procuratore di Firenze Pier Luigi Vigna, al tempo impegnato nelle indagini sulle stragi in Continente (Firenze, Roma e Milano) del 1993. Già a metà degli anni Novanta, prima dei colloqui investigativi con la Dia fu sentito a sommarie informazioni anche dai carabinieri di Palermo, ma quando fu convocato dai magistrati Gian Carlo Caselli e Luigi Patronaggio “si rifiutò di parlare”. Successivamente Baiardo fu anche ritenuto non attendibile dal pm di Firenze Giuseppe Nicolosi.
Ma cosa disse l’ex gelataio in contatto con i boss dal 1989 fino al loro arresto, agli investigatori?
Tra le altre cose riferì di aver assistito a due conversazioni telefoniche tra Filippo Graviano e Marcello Dell’Utri. “Ci disse che in quelle telefonate si evinceva che i due avevano in comune interessi economici. Nella prima di queste telefonate, avvenute fra il ‘91 e il ‘92, aveva capito che l’interlocutore era Dell’Utri perché Filippo Graviano aveva pronunciato questo nome per farsi annunciare” aveva spiegato Messina nel processo di Reggio Calabria. Inoltre era a conoscenza dei rapporti che i Graviano avevano con settori dell’imprenditoria e della politica. “Nel corso di vari incontri intrattenuti con i fratelli Graviano e Cesare Lupo, Baiardo aveva ricevuto dettagli sui rapporti che legavano i Graviano a Dell’Utri e che in questo contesto di comuni affari c’era anche tale Fulvio Lima di Palermo, parente di Salvo Lima. Poi aveva aggiunto che questo imprenditore di origini palermitane chiamato Rapisarda si era prestato a investimenti immobiliari sia in Lombardia, sia in Sardegna e che era un prestanome dei Graviano” aveva aggiunto il capo della Direzione centrale anticrimine della polizia.
Al tempo Baiardo riferì anche di “aver accompagnato fisicamente in un ristorante milanese che si chiama ‘L’Assassino’ in cui i due avrebbero dovuto incontrare Dell’Utri, ma che lui poi non avrebbe assistito all’incontro”. Il fatto sarebbe avvenuto tra il 1992 ed il 1993.
A Report ha parlato anche di ulteriori incontri e di fronte a queste accuse, che non si possono ignorare, vanno comunque approfonditi temi e cercati i dovuti riscontri.
Un magistrato attento e meticoloso come Luca Tescaroli, che conduce l’indagine affidatagli dal Procuratore Giuseppe Creazzo assieme al pm Luca Turco, non si accontenterà di parole fumose o frasi a metà.
Affermazioni come quelle sull’agenda rossa di Borsellino appaiono improbabili nel momento in cui svariati elementi fanno ritenere che quel documento prezioso sia finito nelle mani di uomini di Stato più che dei boss.

Cosa sappiamo
Possiamo ipotizzare che la Procura di Firenze abbia ripreso da tempo tutto questo lavoro. Le nuove dichiarazioni su Report offrono un’ulteriore opportunità di approfondimento.
Tra le questioni da approfondire anche quelle che erano emerse nell’informativa della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria che finì agli atti del processo ‘Ndrangheta stragista. In duecento pagine inviate dal commissario Michelangelo Di Stefano, dal vice questore Beniamino Fazio e dal capo centro Teodosio Marmo al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo furono sviluppati alcuni accertamenti partendo dalla figura di Baiardo.
“Da vecchi fascicoli non indicizzati delle tante attività della Dia è stata rinvenuta un’informativa del Centro Operativo di Firenze, indirizzata al compianto dottor Chelazzi, avente ad oggetto: Stragi di Firenze, Roma e Milano e riguardante l’analisi dei movimenti di Giuseppe e Filippo Graviano, scrivevano gli inquirenti. Non solo. Si definisce l’informativa di Messina, risalente al 26 febbraio del 1997, “di portata eccezionale, alla luce delle nuove risultanze sulle mancate attenzioni istituzionali sulla figura di Baiardo e che, con il senno del dopo, conferisce alle dichiarazioni confidenziali di questi – che il dr. Messina, nella recente deposizione, ha ritenuto doveroso non cautelare ex art. 203 cpp – comprovata attendibilità e riscontro, atteso che dall’analisi dei metadati del telefono cellulare del Baiardo è stato possibile ricostruire i movimenti dei fratelli Graviano nell’anno 1993, così confermando entità e consistenza dei rapporti con il gelataio di Omegna”.
E’ dunque emerso che nell’estate del 1993 i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano erano in vacanza in Sardegna “a un tiro di schioppo” dalla villa dell’ex Premier Silvio Berlusconi.
Rispetto alla latitanza in Nord Italia, ha ricordato in aula sempre Di Stefano che in quella stessa zona del lago d’Orta vivevano proprio i fratelli Graviano, accompagnati da Salvatore Baiardo, Balduccio Di Maggio, il boss arrestato da latitante a Borgomanero e poi fondamentale per arrivare all’arresto di Totò Riina, e il generale Francesco Delfino, proprio l’uomo che arresterà lo stesso Di Maggio e che fu implicato negli anni al centro di indagini di primo piano, e qualche volta anche come indagato, ma è stato sempre prosciolto o ancora Pasquale Galasso, membro della Nuova Camorra organizzata.




L’ex capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli mentre si allontana dalla strage di via d’Amelio con la borsa del magistrato Paolo Borsellino


La latitanza in Sardegna
Sulla latitanza di Graviano in Sardegna, riferendosi a un passaggio di quel documento della Dia di Firenze del 1997, gli investigatori nell’informativa scrivevano: “I fratelli Graviano avrebbero, inoltre, trascorso parte della latitanza (agosto- settembre 1993) in località della Sardegna, ivi occupando sia un appartamento (nel complesso denominato “I tramonti” n.d.r.) che in una villa (ubicata in contrada Volpe n.d.r.), entrambi ubicati nella zona di Porto Rotondo”.
Gli uomini della Dia avevano fatto notare oggi come “la zona che si sta considerando è ricompresa in un’area che vede, a poche centinaia di metri di distanza, la nota Villa Certosa di Berlusconi Silvio. All’interno dell’informativa c’è anche una mappa geografica della zona. “Quindi – commentavano – il dato che qui preme evidenziare – annotato il cointeresse imprenditoriale dei Graviano e Dell’Utri tra il 1992 e il 1994, durante la latitanza dei due e caratterizzata da incontri de visu con il politico – è la presenza dei due ricercati, nell’agosto del 1993, a un tiro di schioppo dalla residenza estiva del leader della istituenda Forza Italia, rendez vous dei collaboratori di Berlusconi e, si presume, anche di Dell’Utri”. “Naturale – continuavano gli investigatori – chiedersi, allora, se nel corrispondente periodo anche il loro presunto socio in affari, Marcello Dell’Utri (secondo quanto oggi riferito dal dr. Messina in relazione alle propalazioni di Salvatore Baiardo) si trovasse a Villa Certosa in vacanza”.
Da tutto questo si riparte per capire ciò che è avvenuto in quegli anni. Perché dietro a stragi e delitti di mafia degli anni Novanta non c’era solo Cosa nostra e dare un volto ai mandanti esterni è un impegno che non può essere disatteso.

fonte: antimafiaduemila.com

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