Pubblicata la Cnapi, ecco i 67 luoghi candidati a ospitare 78mila mc di rifiuti radioattivi

Morassut: «La decisione finale sulla localizzazione del sito sarà presa a seguito di un periodo di consultazione pubblica con le autorità locali e valutandone le autocandidature». La realizzazione dell’impianto prevista entro il 2025

La Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) a ospitare il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi che si stima costerà 1,5 miliardi di euro è stata pubblicata dalla Sogin, grazie al nulla osta arrivato dal Mise e dal Mattm dopo sei anni di silenzio: la Cnapi è pronta infatti dal 2015, ma fino ad oggi il documento non è mai stato divulgato, probabilmente per non urtare le varie “sensibilità” Nimby e Nimto che affollano lo Stivale.

Per una classe politica alla ricerca perenne di consensi a breve termine i rifiuti radioattivi rappresentano un tasto molto dolente da gestire, ma a novembre la Commissione Ue ha avviato una procedura d’infrazione nel merito ed oggettivamente sarebbe stato difficile continuare a fare melina. All’esecutivo in carica va comunque il merito di aver compiuto un passo avanti dopo oltre un lustro di stallo.

«La realizzazione del Deposito nazionale – spiega il sottosegretario all’Ambiente Roberto Morassut – permetterà al nostro Paese di tenere il passo con gli altri partner europei, che già da tempo hanno realizzato sul proprio territorio strutture analoghe, o che le stanno già progettando e realizzando. La decisione finale sulla localizzazione del sito sarà presa a seguito di un periodo di consultazione pubblica con le autorità locali e valutandone le autocandidature».

La pubblicazione della Cnapi, con l’elenco dei 67 luoghi potenzialmente idonei (che non sono tutti equivalenti tra di essi ma presentano differenti gradi di priorità a seconda delle caratteristiche), dà infatti  l’avvio alla fase di consultazione dei documenti per la durata di due mesi, all’esito della quale si terrà, nell’arco dei 4 mesi successivi, il seminario nazionale. Sarà questo l’avvio del dibattito pubblico vero e proprio che vedrà la partecipazione di enti locali, associazioni di categoria, sindacati, università ed enti di ricerca, durante il quale saranno approfonditi tutti gli aspetti, inclusi i possibili benefici economici e di sviluppo territoriale connessi alla realizzazione delle opere.

In base alle osservazioni e alla discussione che emergeranno durante la consultazione pubblica, Sogin aggiornerà la Cnapi, che verrà nuovamente sottoposta ai pareri del Mise, del Mattm e del Mit per poi arrivare alla versione definitiva della Carta, ovvero la Carta nazionale delle aree idonee (Cnai).

Già oggi la Cnapi rappresenta un complesso processo di selezione su scala nazionale svolto da Sogin, che ha individuato le 67 aree rispettando i criteri stabiliti dalla guida tecnica n. 29 dell’Ispra del 2014 e i requisiti indicati nelle linee-guida dell’International atomic energy agency (Iaea).

Arrivati a questo punto, come sottolinea Morassut su delega del ministro Costa e d’intesa col ministro Patuanelli, la realizzazione del Deposito nazionale rappresenta «una questione da anni al centro di dibattito e non più rimandabile». Anche perché entro il 2025 è previsto il rientro in Italia dei rifiuti prodotti dal riprocessamento del combustibile esaurito delle centrali nucleari nazionali, che costituisce uno specifico impegno per il Governo italiano.

Secondo gli ultimi dati comunicati dall’Isin, il 99% del combustibile irraggiato delle quattro centrali nucleari nazionali dismesse da almeno un trentennio non si trova più in Italia: è stato inviato in Francia e Germania in attesa di rientrare nei patri confini. Ciò non toglie che ad oggi siano ammassati sul territorio nazionale, distribuiti su sette regioni (nel Lazio i volumi maggiori, in Piemonte la radioattività di gran lunga più alta) all’interno di depositi temporanei, 31.027,30 mc di rifiuti radioattivi.

La (dis)avventura nucleare del nostro Paese è stata uccisa in culla da due referendum, nel 1987 e nel 2011, ma questo tipo di rifiuti non arriva solo dalle centrali in dismissione. Dietro a questi numeri ci sono anche i rifiuti provenienti dal mondo civile e in special modo da quello medico e ospedaliero, dalle sostanze radioattive usate per la diagnosi clinica, per le terapie anti tumorali, ad esempio, da tutte quelle attività di medicina nucleare che costituiscono ormai il nostro quotidiano.

Rifiuti che i cittadini nel loro complesso concorrono dunque a produrre, e che dobbiamo di conseguenza imparare a gestire responsabilmente dotandosi delle infrastrutture necessarie. Tanto più che i rifiuti radioattivi continueranno a crescere.

Nel Deposito nazionale saranno infatti sistemati definitivamente e in sicurezza circa 78.000 mc di rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività, la cui radioattività decade a valori trascurabili nell’arco di 300 anni; di questi rifiuti, circa 50.000 metri cubi derivano dall’esercizio e dallo smantellamento degli impianti nucleari per la produzione di energia elettrica, circa 28.000 metri cubi dagli impianti nucleari di ricerca e dai settori della medicina nucleare e dell’industria.

Il deposito avrà una struttura a matrioska: all’interno di 90 costruzioni in calcestruzzo armato, dette celle, verranno collocati grandi contenitori in calcestruzzo speciale, i moduli, che racchiuderanno a loro volta i contenitori metallici con all’interno i rifiuti radioattivi già condizionati.

Inoltre, nel Deposito nazionale sarà compreso anche il Complesso stoccaggio alta attività (Csa), per lo stoccaggio di lungo periodo di circa 17.000 metri cubi di rifiuti a media e alta attività (per circa 400 mc si tratta di residui del riprocessamento del combustibile effettuato all’estero e di combustibile non riprocessabile). In questo caso il Deposito nazionale rappresenta un passaggio intermedio, in attesa che venga individuato un Deposito geologico definitivo, verosimilmente insieme agli altri Paesi europei

fonte: greenreport.it

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