Energia, l’inizio della fine di un’era: sarà possibile ritornare a crescere dopo la pandemia?

La produzione di petrolio si avvia verso un declino che era sempre stato inevitabile, ma che sta cominciando a manifestarsi chiaramente soltanto oggi

di
Ugo Bardi

Come tutti gli anni, anche quest’anno l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) pubblica il suo rapporto sulla situazione energetica globale, il World energy outlook (Weo). È un rapporto alquanto diverso dai precedenti, di solito caratterizzati da un notevole ottimismo. Quest’anno, la pandemia ha colpito pesantemente un po’ ovunque e il declino della produzione energetica nel 2020 è evidente.

Così, il Weo del 2020 si dipana sostanzialmente su questo tema: sarà possibile ritornare a crescere dopo la pandemia? La conclusione è che si, è possibile, ma richiederà tempo e sforzi molto sostanziali. Questo è certamente vero, ma la vera domanda è se ci saranno le risorse necessarie per sostenere questi sforzi. Quello che manca nel rapporto è una discussione sulla possibilità che il Covid abbia semplicemente accelerato un’inevitabile tendenza al declino causato dall’esaurimento fisico delle risorse. Nel rapporto, se si parla di declino, lo si fa soltanto in termini di “calo della domanda”.

Su questo punto, la discussione dura da molto tempo. La teoria economica standard vuole che quando una risorsa diventa scarsa il suo prezzo aumenti. Infatti, negli ultimi anni gli operatori finanziari contavano quasi sempre in prezzi alti e stabili del mercato del petrolio, soprattutto dopo l’impennata del 2008. Questo aveva generato un sostanziale flusso di investimenti nell’estrazione di petrolio non convenzionale, principalmente petrolio di scisto (“shale oil”). Nei rapporti Iea precedenti, questo tipo di petrolio era il “jolly” che avrebbe permesso all’industria di mantenere la crescita nel futuro nonostante il declino della produzione tradizionale causato dall’esaurimento.

In pratica, il mercato del petrolio si è comportato in un modo inaspettato. Invece di aumentare, il prezzo si è abbassato negli ultimi anni, una tendenza che si è accentuata con l’epidemia. Anche se i prezzi si sono recentemente rialzati, rimangono ai valori più bassi visti nell’ultimo decennio. Su come l’industria dello scisto sia stata particolarmente colpita, vale la pena di riportare le parole di Iea dal rapporto:

L’industria dello scisto statunitense ha soddisfatto quasi il 60% dell’aumento della domanda globale di petrolio e gas negli ultimi dieci anni, ma questo aumento è stato alimentato da forme di credito a basso costo che ora si è prosciugato. Finora nel 2020, le principali compagnie petrolifere e del gas hanno ridotto il valore dichiarato delle loro attività di oltre $ 50 miliardi, un’espressione palpabile di un cambiamento nelle percezioni sul futuro.

Un buco di 50 miliardi di dollari è decisamente una “espressione palpabile” di un profondo cambiamento. Ed è anche chiaro perché il flusso di credito a basso costo si è prosciugato. Negli ultimi 10 anni circa, i prezzi del petrolio non erano quasi mai stati a livelli tali da rendere remunerativo lo shale oil. Investirci sopra era più un atto di fede che una prospettiva reale. Ora, la situazione è peggiorata: lo shale oil è diventato troppo caro da produrre per poter essere venduto sul mercato. A questo punto, parlare di “picco della domanda” (come fa la Iea) come opposto al “picco di produzione” vuol dire giocare con le parole. Non cambia niente al concetto che la produzione si avvia verso un declino che era sempre stato inevitabile, ma che sta cominciando a manifestarsi chiaramente soltanto oggi.

E adesso? Come sempre, il rapporto della Iea non parla soltanto di combustibili fossili ma tratta anche di rinnovabili e di nucleare. Sul nucleare, è interessante come le conclusioni siano molto pessimistiche, probabilmente per buone ragioni: secondo l’Iea, le risorse di uranio sono molto abbondanti, ma le miniere sono ferme. È lo stesso problema che abbiamo con il petrolio di scisto. La risorsa esiste, ma non possiamo permetterci di estrarla. Sulle rinnovabili, diciamo che il rapporto è realistico: se è vero che i prezzi dell’energia rinnovabile continuano ad abbassarsi, è anche vero che non sono stati fatti sufficienti investimenti per integrare le sorgenti rinnovabili nelle reti elettriche nazionali. Non siamo ancora in affanno, ma potremmo esserlo nel prossimo futuro.

Cosa rimane? Come in precedenti rapporti, la Iea è molto ottimista su quello che chiamano “Low carbon fuels” (combustibili a basso carbonio). Ma questi sono più che altro i soliti biocombustibili, solo teoricamente neutrali in termini di emissioni e che sono costosi e che fanno più che altro danni all’ambiente. Rispunta nel rapporto anche l’idrogeno che torna di moda quando non si sa più che pesci pigliare, un po’ come la preghierina alla Madonna detta sotto i bombardamenti.

Nella sostanza, si evince dal rapporto che per un certo numero di anni saremo in decrescita. Certe tabelle del rapporto ci dicono chiaramente che dovremo rinunciare a certe cose alle quali siamo abituati, per esempio i viaggi aerei e i viaggi in generale. La Iea non dice se la decrescita potrebbe essere “felice”, probabilmente non lo sarà. In ogni caso, è bene cominciare a prepararsi

fonte: greenreport.it

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