Chi ha ucciso Paolo Borsellino?

Oggi la memoria sulla strage di via d’Amelio
di Giorgio Bongiovanni

Domenica 19 luglio 1992. Ore 17,58. Appena 57 giorni dopo il gran botto di Capaci è un’esplosione fortissima quella che fa sobbalzare la città di Palermo. Da via d’Amelio, tra palazzi sventrati, auto in fiamme e corpi dilaniati si solleva in cielo una nuvola di fumo. E’ in quel luogo che una Fiat 126, caricata di esplosivo, uccide il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli.
Ventotto anni dopo si torna sul luogo del delitto. Delle tante domande rimaste inevase è una quella che risuona con più forza: chi ha ucciso Paolo Borsellino?

Il ruolo di Cosa nostra
Nell’uccisione di Paolo Borsellino, senza ombra di dubbio un ruolo lo ebbe Cosa nostra. E’ stato accertato in numerosissimi processi e sentenze, grazie alle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, che la Cupola tutta decretò la morte del magistrato. Totò Riina coinvolse le principali famiglie a livello provinciale e regionale per portare avanti il suo delirante progetto di attacco allo Stato inserito in un disegno che andava ben oltre il proposito di vendetta per la sentenza del maxi processo.
Le stragi ed i delitti che si sono consumati tra il 1992 ed il 1994 rappresentano un momento chiave della storia politica del nostro Paese e non vi sono dubbi che sul sangue delle vittime sia stata sancita la fine della Prima Repubblica con la conseguente nascita della Seconda.
E sempre sentenze ed inchieste rendono evidente che dietro a certi delitti non vi fu solo Cosa nostra ad agire.
Non possiamo dimenticare che ad oggi non conosciamo il nome di colui che ha premuto il pulsante del telecomando che ha attivato l’autobomba in via d’Amelio.
Alcuni pentiti indicano nel boss di Brancaccio Giuseppe Graviano il soggetto che potrebbe aver avuto quel compito, appostandosi in un giardino dietro ad un muretto che divide in due via d’Amelio. Ma davvero un capomafia poteva prendersi il rischio che lo stesso potesse crollargli addosso a causa della violenta esplosione? O vi furono altri a condurre le operazioni, magari da qualche punto più sicuro, al riparo da “occhi indiscreti”?
Allo stato non vi è ancora alcuna certezza.
Tuttavia diversi elementi, così come per l’attentato a Giovanni Falcone, portano a pensare che anche per l’eliminazione di Borsellino non vi fu solo Cosa nostra ad operare.
Un collaboratore di giustizia come Gaspare Spatuzza, ritenuto credibile da svariate procure, ha più volte rappresentato la presenza, durante le fasi di imbottitura di esplosivo dell’auto nel garage di via Villasevaglios, di un uomo che non era di Cosa nostra.
Anche se l’identificazione di quel soggetto non è stata mai possibile in termini di certezza, quando fu interrogato al Borsellino quater, l’ex killer di Brancaccio aggiunse un ulteriore elemento che rende sempre più grande il convincimento che uomini dei servizi segreti, o di apparati deviati, non solo fossero presenti il giorno della strage in via D’Amelio (così come dichiarato dal sovrintendente di polizia Francesco Maggi che parla di almeno quattro o cinque uomini dei servizi provenienti da Roma che giravano con le spillette del Ministero dell’Interno già nei primi attimi post attentato ndr) ma che potrebbero essere stati protagonisti nelle stragi.

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Arnaldo La Barbera © Imagoeconomica

Disse in maniera chiara che dietro le stragi del ’92, sulla preparazione del detonatore, potesse esservi una mano diversa da quella di Cosa nostra. Il pentito di Brancaccio aveva raccontato ai magistrati che il “tecnico” di cui la famiglia mafiosa di Brancaccio disponeva per gli attentati esplosivi era Salvatore Benigno, un soggetto a suo dire “scarsamente preparato”, come dimostrano i falliti attentati a Maurizio Costanzo e ai carabinieri allo stadio Olimpico nel gennaio 1994. In entrambi i casi le modalità erano di azionamento a distanza, come in via d’Amelio. Il 19 luglio, diversamente, non ci fu nessun errore.

Il depistaggio
Chi ha ucciso Paolo Borsellino? Nel corso di questi anni è emersa anche l’esistenza di un colossale depistaggio. La Corte d’assise di Caltanissetta presieduta da Antonio Balsamo, nel Borsellino quater evidenzia come fu messo in atto “un proposito criminoso determinato essenzialmente dall’attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri”. Da allora proprio sul gruppo degli investigatori dell’epoca, guidato da Arnaldo La Barbera (deceduto), furono accesi i riflettori. Secondo i giudici sarebbero stati loro a indirizzare l’inchiesta costruendo i falsi pentiti, a cominciare dal picciotto della Guadagna Vincenzo Scarantino, con una motivazione che non si sarebbe celata dietro un’ansia di ottenere risultati nella ricerca dei responsabili del delitto del 19 luglio 1992. Nel merito di questa vicenda è in corso a Caltanissetta un processo contro tre poliziotti appartenenti al Gruppo Falcone e Borsellino, (Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo), accusati di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra.
Ugualmente sono finiti sotto indagine due magistrati del tempo, Carmelo Petralia ed Anna Maria Palma, su cui pende una richiesta di archiviazione da parte della Procura di Messina.
Certo è che il pupo Scarantino, nel contenuto delle sue dichiarazioni, fu “vestito” di inquietanti elementi di verità, totalmente coincidenti con quanto riferito nel 2008 da Spatuzza.
Il picciotto della Guadagna aveva dichiarato agli inquirenti che il mezzo era stato ricoverato per essere imbottito di esplosivo nella autocarrozzeria di tale Giuseppe Orofino. Al Borsellino (uno) Orofino, che aveva denunciato la sparizione delle targhe solo lunedì 20 luglio, era accusato di essersi procurato la disponibilità di queste e dei documenti di circolazione e assicurativi falsi che furono apposti sulla 126 per consentirne la sicura circolazione e la collocazione sul luogo della strage. Sarà il pentito di Brancaccio Gaspare Spatuzza, diversi anni dopo, a spiegare che in quell’officina andarono veramente a rubare le targhe di macchine che erano in riparazione e che tra queste vi era quella poi apposta sulla macchina.
Come poteva Scarantino essere a conoscenza del luogo di provenienza della targa ritrovata in via d’Amelio? E del fatto che era stata rubata proprio una 126 per la bomba del 19 luglio ’92?
“E’ del tutto logico ritenere che tali circostanze siano state a lui suggerite da altri soggetti, i quali, a loro volta, le avevano apprese da ulteriori fonti rimaste occulte” scriveva la Corte. Ancora una volta è l’ombra dei Servizi di sicurezza ad emergere con supponenza proprio perché furono coinvolti in maniera del tutto inusuale direttamente dal Procuratore capo di Caltanissetta, Gianni Tinebra. Fu questi a chiedere aiuto per le indagini all’ex numero due del Sisde Bruno Contrada. Ed è incredibile che vi siano due note che lo stesso Servizio segreto civile diffuse proprio nelle prime fasi delle indagini, una delle quali offre proprio degli elementi su Scarantino e le sue parentele mafiose.
Nel corso del processo emerse che proprio La Barbera, aveva già intrattenuto un rapporto di collaborazione “esterna” con il Sisde (dal 1986 al marzo 1988), con il nome in codice “Rutilius”, mentre dirigeva la Squadra Mobile di Venezia. Le strane coincidenze che arricchiscono di mistero lo scenario.

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L’agenda rossa in un frame del Tg1

La scomparsa dell’Agenda Rossa
Chi ha ucciso, dunque, Paolo Borsellino? Se dovessimo guardare al primo atto di depistaggio compiuto in via d’Amelio è un dato di fatto che esso coincide con la sparizione di quell’agenda rossa da cui, hanno spiegato più volte i familiari ed i suoi collaboratori più stretti, non si separava mai.
L’aveva con sé anche quell’ultima mattina nella sua casa di Villagrazia. La moglie, Agnese Piraino Leito ne era certa, l’aveva visto riporla nella valigetta assieme alle altre carte e al suo costume da bagno ancora umido.
Nell’inferno di via D’Amelio la borsa da lavoro del giudice era ancora appoggiata sul sedile posteriore dove l’aveva lasciata prima di scendere e citofonare alla madre che, quel giorno, avrebbe dovuto portare dal cardiologo. Era leggermente annerita, aperta e conteneva tutto, anche il costume, ma l’agenda rossa del giudice era sparita. E a sottrarla non furono certo uomini di Cosa nostra.
Una pista su quella sparizione era emersa dapprima con il ritrovamento, anche grazie all’indicazione che il nostro vice direttore Lorenzo Baldo fa all’autorità giudiziaria, della fotografia in cui compare l’immagine a colori che ritrae un uomo con in mano la borsa del giudice. Quell’uomo è Giovanni Arcangioli, all’epoca capitano ed oggi tenente-colonnello.
Successivamente furono recuperate le immagini televisive dove viene ritratto Arcangioli (indagato e prosciolto dall’accusa del furto dell’agenda), per nulla in stato di choc, mentre, attorno alle 17.30, si allontana velocemente dall’auto della vittima con in mano la valigetta di cuoio in direzione di via Autonomia Siciliana. E vi sono anche altri video dove appare l’allora capitano dei carabinieri a colloquio con altre persone.
Certo è che, come hanno scritto i giudici del Borsellino quater, su cosa accadde in quel giorno Arcangioli quando fu sentito nel processo non ha fornito risposte soddisfacenti anzi, ha rilasciato “una deposizione ben poco convincente” oltre ad aver avuto un comportamento “molto grave”.
Sappiamo che la valigetta è ricomparsa nella macchina successivamente, circa un’ora dopo. Venne sequestrata e portata in Questura il giorno successivo. Ma come abbiamo già ricordato, l’agenda del giudice non c’era. Chi l’ha fatta sparire? Perché? Sono le ulteriori domande senza risposta che compaiono a 28 anni di distanza. In quel preziosissimo documento, probabilmente, erano riportati i suoi appunti sulle indagini che stava conducendo e magari anche le sue intuizioni sulla morte del giudice Giovanni Falcone (aveva dichiarato pubblicamente di essere un testimone che aveva raccolto i pensieri di Falcone) e su quel “dialogo” tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, di cui aveva accennato a sua moglie Agnese prima di essere assassinato assieme ai cinque agenti della sua scorta.

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Bruno Contrada

L’indagine su Bruno Contrada
Chi ha ucciso Paolo Borsellino? E’ una domanda martellante che torna nella testa. Nei primi anni Novanta fu aperto un fascicolo sulla presenza di Bruno Contrada in via d’Amelio. L’ex Sisde (condannato per concorso esterno e la cui sentenza è stata dichiarata improduttiva di effetti penali) ha sempre sostenuto di aver appreso della strage (circa un minuto dopo l’esplosione secondo i tabulati) mentre si trovava in mare aperto a bordo dell’imbarcazione dell’amico Gianni Valentino che ha sempre confermato il suo racconto.
Riprendendo in mano precedenti indagini il magistrato Nino Di Matteo scandagliò quella ipotesi incriminando l’allora funzionario di Polizia Roberto Di Legami che avrebbe rivelato quell’informazione a due suoi colleghi: Umberto Sinico e Raffaele Del Sole, al tempo in forza al ROS. A far emergere l’intera vicenda era stato il tenente dei Carabinieri Carmelo Canale, stretto collaboratore di Paolo Borsellino, processato e poi prosciolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
Lo scorso febbraio, sentito a Caltanissetta nel processo contro i poliziotti, Di Matteo riferì così sul punto: “Fu aperta una indagine molto spinta sui Servizi Segreti. Fui io a riaprire le indagini su di lui sulla base delle dichiarazioni del pentito Elmo che ci aveva detto di averlo visto allontanarsi dal teatro dell’attentato con una borsa, o dei documenti in mano. A quel punto lessi tutto il vecchio fascicolo, acquisii le sue agende”. “Vedendo quegli atti mi accorsi che c’era stato un ufficiale del Ros, Sinico, che era andato in procura a Palermo e aveva riferito ad alcuni magistrati di aver saputo che la prima volante accorsa dopo l’esplosione aveva constatato la presenza di Contrada. E raccontava anche di una relazione di servizio che attestava la presenza di Contrada in via d’Amelio e che poi sarebbe stata strappata in Questura – ha spiegato ancora -. Quel che mi fece trasalire è che quando fu sentito dalla collega Boccassini, nel 1992, mise a verbale quella circostanza dicendo di averlo saputo da un suo amico carissimo, non un confidente, di cui voleva tutelare l’identità. Andai a interrogarlo e ribadì le medesime parole. Quando io stavo per chiedere il rinvio a giudizio del carabiniere lui venne in Procura e depositò una memoria della quale avrebbe parlato con il colonnello Mori, facendo il nome della sua fonte: il funzionario di polizia Roberto Di Legami. Ricordo anche il momento dei confronti che fu drammatico. Di Legami negò tutto, fu anche rinviato a giudizio perché avevamo due militari contro uno. Dell’esito di quel processo appresi successivamente, quando già ero a Palermo e seppi che il funzionario fu assolto”. Di Legami disse anche di sapere il motivo per cui quei due carabinieri stavano mentendo. L’intera vicenda, però, non è stata mai completamente chiarita.
Ma durante quell’esame Di Matteo ricordò anche altri spunti che venivano offerti dalle dichiarazioni di Elmo: “Disse di aver visto in via d’Amelio, assieme a Contrada, anche Narracci, il Capo centro Sisde di Palermo. Per noi non era un nome qualsiasi perché il suo numero di telefono personale era stato trovato anche in un bigliettino rinvenuto a poche centinaia di metri dal luogo della strage di Capaci. Quando procedemmo con l’individuazione di persona Elmo non lo riconobbe. Quando andai a Palermo seppi che Elmo aveva rilasciato una dichiarazione in cui diceva che in realtà lo aveva riconosciuto ma di non aver verbalizzato il riconoscimento perché indotto da un ufficiale di polizia giudiziaria che era presente in quel giorno”.

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Mario Mori © Imagoeconomica

L’accelerazione improvvisa
Chi ha ucciso Paolo Borsellino? Responsabilità possono essere trovate in quella trattativa che fu condotta dopo la morte di Salvo Lima e la strage di Capaci per salvare la vita ai politici che dovevano essere eliminati in quanto ritenuti traditori. Una lista che comprendeva nomi di rilievo come Calogero Mannino, Salvo Andò, Claudio Martelli, Giulio Andreotti, Carlo Vizzini, Sebastiano Purpura e Rino Nicolosi.
Che vi fu una trattativa tra lo Stato e la mafia non è un elemento che si scopre solo nella sentenza di Palermo del 20 aprile 2018. Già i processi di Firenze erano stati chiari sul punto e addirittura il 27 gennaio 1998, fu proprio il generale Mario Mori (tra i condannati in primo grado per attentato a corpo politico dello Stato) che ammise di essersi recato da don Vito Ciancimino, il sindaco mafioso di Palermo, per capire i motivi di quel “muro contro muro” (“‘Andammo da Ciancimino e dicemmo: signor Ciancimino che cos’è questa storia qui? Ormai c’è un muro contro muro. Da una parte c’è Cosa Nostra, dall’altra parte c’è lo Stato, ma non si può parlare con questa gente?’”).
Nelle motivazioni della sentenza di primo grado del processo di Palermo si certifica che proprio la trattativa Stato-Mafia portò alla morte di Borsellino. Ed è quello l’elemento di “sicura rilevanza” che portò a “l’improvvisa accelerazione che ebbe l’esecuzione del dottore Borsellino”.
Dell’esistenza dell’accelerazione e del “cambio di programma” hanno parlato svariati pentiti. Lo ha raccontato con dovizia di particolari il collaboratore di giustizia Totò Cancemi, che intervistai. Lui raccontò della reazione di Raffaele Ganci, prestigioso capo mandamento, che successivamente ad una riunione aveva commentato: “Questo è pazzo, ci vuole rovinare tutti quanti”. Lo stesso Cancemi in occasione del suo esame dibattimentale nell’ambito del processo per la strage di via d’Amelio, aveva dichiarato: “Io ho capito che Riina aveva preso un impegno e doveva rispondere a qualcuno”.
Ad anni di distanza addirittura il Capo dei Capi Totò Riina, intercettato in carcere il 6 agosto 2013 all’interno del carcere Opera di Milano, confidò alla dama di compagnia, Alberto Lorusso che mentre la strage di Capaci era stata studiata da mesi, quella di via d’Amelio era stata invece “studiata alla giornata”, perché, come aggiunse in una ulteriore conversazione datata 20 agosto, “Arriva chiddu, ma subito… subito… Eh… Ma rici… macara u secunnu? E Vabbè, poi ci pensu io… rammi un poco di tempo ca…”.
La strage del 19 luglio, dunque, doveva essere fatta “subito, subito” perché qualcuno lo aveva chiesto.

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Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi © Imagoeconomica

I mandanti esterni, Alfa e Beta
Chi ha ucciso Paolo Borsellino? I collaboratori di giustizia hanno raccontato che dietro l’uccisione dei magistrati nel 1992 vi fossero anche mandanti esterni. Per quanto riguarda il giudice Falcone il collaboratore di giustizia Nino Giuffré, altro membro autorevole della Cupola, ha riferito di sondaggi e “tastate di polso” esterne alla mafia. Sentito dagli inquirenti ha più volte ammesso che il magistrato palermitano “rappresentava un pesantissimo ostacolo alla realizzazione dei disegni criminali non soltanto dell’associazione mafiosa, ma anche di molteplici settori del mondo sociale, dell’economia e della politica compromessi con ‘Cosa Nostra’”.
Per quanto riguarda via d’Amelio è soprattutto il Borsellino-ter, condotto da Nino Di Matteo, ad aver offerto un importante filone investigativo sul fronte dei cosiddetti mandanti esterni delle stragi.
Una ricerca che non si esaurisce solo nell’ambito dei punti di contatto con i servizi segreti. I dati processuali emersi in questi anni puntano la lente di ingrandimento verso il nord-Italia, ed in particolare su due figure di primissimo piano come l’ex premier Silvio Berlusconi e l’ex senatore (condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa) Marcello Dell’Utri.Entrambi furono iscritti nel registro degli indagati con i nomi in codice Alfa e Beta proprio dopo le accuse mosse nel Borsellino “ter” da Totò Cancemi. L’ex boss di Porta Nuova aveva dichiarato che “Riina per fare le stragi è stato guidato mano manina” e che “in quel momento”, cioè nel ’92, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri erano “gli uomini importanti con i quali Riina aveva contatti” indicandoli come “soggetti da appoggiare ora e in futuro e rassicurava che fare quella strage (via d’Amelio, ndr) sarebbe stato un bene per tutta Cosa nostra”.
E’ fatto noto che l’iscrizione nei confronti dei due soggetti che saranno poi fondatori di Forza Italia, avvenne solo dopo un lungo braccio di ferro. Il Procuratore capo di Caltanissetta Tinebra accettò l’iscrizione con un accorgimento: Dell’Utri e Berlusconi furono iscritti come Alfa e Beta (a Firenze Autore 1 e 2). Infine quando, nel marzo del 2001, furono archiviati, Tinebra fece consegnare la richiesta alle difese un giorno prima del decreto del gip.
E’ un fatto noto, poi, che Paolo Borsellino nell’ultima intervista rilasciata ai due giornalisti dell’emittente francese Canal Plus, mai andata in onda e per la prima volta mostrata su Rainews24 in uno speciale del 19 settembre 2000, parlava dei contatti tra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, e lo stalliere-mafioso di Arcore Vittorio Mangano.
Nelle sentenze si scrive che anche quell’intervista fu tra le ragioni che portarono ad un’accelerazione della condanna a morte per Borsellino, in quanto il giudice fece i nomi di coloro che rappresentavano il nascente partito Forza Italia nei confronti del quale Cosa nostra nutrì delle aspettative politiche. Che Paolo Borsellino avrebbe chiaramente potuto impedire, magari investigando su Marcello Dell’Utri, partendo dalle intercettazioni di quest’ultimo con Vittorio Mangano. Nell’intervista ai francesi, infatti, aveva ricordato un’intercettazione in cui si parla di “cavalli” e spiegava che era accertato dal maxiprocesso, che quando Mangano parlava di cavalli intendeva riferirsi a partite di droga.

Il Paese nelle mani
Chi ha ucciso Paolo Borsellino? Noi sappiamo che sul sangue dei giudici uccisi nel 1992 è morta la Prima Repubblica ed è nata la Seconda. Ciclicamente sul piano investigativo ci sono nomi che tornano e così è stato quando Gaspare Spatuzza ha indicato ancora una volta i “soliti” Berlusconi e Dell’Utri come i nuovi referenti politici di Cosa nostra. Nomi che gli furono riferiti dal suo capo, Giuseppe Graviano, quando, durante un incontro avvenuto a Roma al bar Doney, gli disse che grazie a “quello di canale 5” (Berlusconi, ndr) e un loro “paesano” (Dell’Utri, ndr) si erano messi “il Paese nelle mani”.
Dichiarazioni che si inseriscono all’interno della trattativa tra Stato e mafia che si è sviluppata in un dialogo a colpi di bombe tra il 1992 ed il 1994.
Parole che si aggiungono a quelle intercettate in carcere il 20 aprile 2016, tra lo stesso capo mandamento di Brancaccio e Umberto Adinolfi, in cui si parla di una “cortesia” che gli sarebbe stata chiesta (“Berlusca … mi ha chiesto questa cortesia… per questo è stata l’urgenza dì … come mai questo qua … ine … poi che successe? ero convinto che Berlusconi vinceva le elezioni … in Sicilia … (…) lui voleva scendere… però in quel periodo c’erano i vecchi… (…) lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa”).
Parole che hanno portato alla riapertura delle indagini a Firenze contro Berlusconi e Dell’Utri, per essere mandanti delle stragi in Continente. Perché il filo della storia dal 1992 al 1994, come ricordato nel processo ‘Ndrangheta stragista con la requisitoria del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, va riannodato e presenta l’esistenza di un lungo percorso in cui stragi e bombe sono inserite in un progetto politico di ristrutturazione degli equilibri di potere.
Un “disegno” che vede il coinvolgimento di apparati di sicurezza deviati, ma anche le massonerie, segmenti della politica e dell’imprenditoria nell’ambito di quel Sistema criminale integrato che ancora oggi è radice nei gangli di potere.
E alla luce dei fatti non è escluso che proprio certi apparati nazionali ed internazionali (Cia), come accaduto in altre vicende di misteri d’Italia, possono aver osservato o eterodiretto le stragi nella logica di un appoggio ad un nuovo partito che potesse essere garante dei rinnovati interessi internazionali post caduta del “muro di Berlino”.

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Romano Prodi, Piero Fassino e Massimo D’Alema © Imagoeconomica

La responsabilità della sinistra
Chi ha ucciso Paolo Borsellino? Guardando a quanto avvenuto anni dopo si può dire che il sacrificio avvenuto nel 1992 sia stato reso vano dalla politica, di destra e di sinistra. Perché non dimentichiamo che nel 1997 il governo di centrosinistra guidato da Romano Prodi (ministro della Giustizia Flick) chiuse le supercarceri di Pianosa e l’Asinara (con voto bipartisan in Parlamento). Non dimentichiamo che nel ’99 ci fu il tentativo del governo D’Alema (seppur con appoggio bipartisan) di abrogare l’ergastolo per il reato di strage, consentendo l’accesso al rito abbreviato anche agli imputati di strage. Un tentativo abortito solo grazie alle proteste dei parenti delle vittime di Via dei Georgofili.
Non dimentichiamo che nel 2001 il governo Amato (ancora centrosinistra, ministro della Giustizia Piero Fassino) modificò la legge sui pentiti togliendo quasi tutti i benefici ai mafiosi che collaborano con la giustizia e in più imponendo loro di parlare di tutta la loro carriera mafiosa nei primi 180 giorni della collaborazione.
Una sinistra, dunque, che non contribuì a dare il colpo di grazia alla mafia che in quegli stessi anni veniva colpita duramente da arresti, inchieste e processi. Anni in cui, mentre Totò Riina ed i suoi sodali finivano in carcere, Bernardo Provenzano riusciva a mantenersi latitante per ulteriori dieci anni. Anche così si è ucciso Paolo Borsellino. Un’altra volta. E poi ancora, e ancora, lo fanno tutte quelle persone che accusano ingiustamente di oscure trame, creando un depistaggio nel depistaggio, quei magistrati che diversamente hanno impegnato l’intera vita nella ricerca della verità sui veri assassini di questi delitti che hanno dilaniato il Paese.

Il tradimento delle promesse
Chi ha ucciso Paolo Borsellino? E’ un mantra senza fine che ci accompagna da 28 anni. Fare luce su questo argomento era un compito che era stato affidato anche a chi aveva promesso di essere “governo del cambiamento”, ma che alla resa dei conti ha tradito il suo stesso spirito. Anche a causa di un ministro della Giustizia, inetto ed inesperto, che sarà ricordato più per i suoi disastri inenarrabili (caso Dap, mancata nomina di Di Matteo e tardivo controllo su scarcerazioni) che per qualche buona legge (voto di scambio, spazzacorrotti, blocca-prescrizione). Di pari passo al ministro degli Interni si registra una valutazione di “non pervenuto” nell’operato sul fronte della lotta alla mafia. E ancora un anno è in corso senza che Matteo Messina Denaro, il capo di Cosa nostra che detiene i segreti di Riina su stragi, patti, segreti e trattative, si gode ancora la propria latitanza.
Chi ha ucciso Paolo Borsellino? Forse tutti noi potremmo essere responsabili. Se non sapremo trovare una risposta a quella pretesa di verità e giustizia che chiedono i parenti delle vittime della mafia ed i cittadini onesti di fronte al sacrificio di un eroe che appartiene alle coscienze di tutti. Perché, come Falcone e dalla Chiesa, Paolo Borsellino è un vero padre della Patria.

fonte: antimafiaduemila.com

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