Dopo la pandemia la “fase 2” della crisi ambientale potrebbe essere ancora più grave

Dieci anni fa le emissioni di CO2 calarono dell’1,44% a causa della crisi finanziaria, ma un anno dopo crebbero del 5,13%. Non possiamo permetterci di nuovo un errore simile

di
Luca Aterini

Dopo circa 210mila contagi e 29mila morti accertate in Italia scatta a partire da oggi la cosiddetta “fase 2” dell’emergenza coronavirus, ma la pandemia è ben lontana da potersi dire conclusa e se non stiamo attenti anche i nostri impatti ambientali potrebbero presto tornare a esplodere. In queste settimane è diminuito l’inquinamento atmosferico – con effetti benefici sulla salute, comunque ben lontani da controbilanciare l’impatto della pandemia – e le emissioni di CO2 hanno registrato una (temporanea) battuta d’arresto, ma all’uscita dalla crisi sanitaria potrebbe attenderci un aggravamento di quella ambientale: l’allerta arriva stavolta direttamente dall’Associazione italiana degli economisti dell’ambiente e delle risorse naturali (Iaere).

Un pericolo simile si è già concretizzato durante la grande recessione degli anni scorsi, come ricorda il direttivo dell’associazione: «La riduzione di gas serra e inquinanti locali a cui abbiamo assistito in conseguenza all’interruzione delle attività produttive e dei limiti alla mobilità non deve illudere. Come indicato dal direttore esecutivo dell’Agenzia europea per l’ambiente, occorre mantenere alta l’attenzione verso politiche di intervento coerenti con il raggiungimento di obiettivi di sostenibilità ambientale.7 Dall’altra, l’accresciuto utilizzo di plastiche monouso e di acqua potabile e detergenti per la sanificazione di ambienti e persone determina ulteriori pressioni sull’ambiente, in assenza di idonee forme di smaltimento e in vista della stagione estiva, con i consueti problemi di approvvigionamento idrico. Il rischio è, in ultima analisi, che si ripetano le stesse modalità di ripresa che hanno caratterizzato l’esperienza post-crisi finanziaria del 2008, in cui l’uscita dalla crisi ha portato aduna crescita dell’impatto ambientale, per esempio in termini di aumento delle emissioni di CO2, tale da più che compensare la riduzione legata alla precedente contrazione dell’economia mondiale».

Anche nel 2009 infatti, a causa della crisi finanziaria, le emissioni globali di CO2 calarono dell’1,44% lasciando ben sperare sulle possibilità di introdurre un modello di sviluppo più sostenibile. Poi nel 2010 crebbero del 5,13%, ovvero molto più velocemente rispetto al pre-crisi, col risultato che ancora oggi siamo profondamente in ritardo rispetto agli obiettivi climatici imposti dall’Accordo di Parigi.

Nella “fase 2” e seguenti non possiamo tornare alla “normalità” di prima, perché non era salubre né per il pianeta né tantomeno per noi. «Come è possibile farlo? Continuando, per esempio – argomentano gli economisti Iaere – nel percorso iniziato verso il risparmio energetico, la diffusione della mobilità elettrica e l’utilizzo delle energie rinnovabili, che insieme a modalità diverse di organizzazione del lavoro (smart working) possono dare un sostanziale contributo alla riduzione degli effetti negativi di un’altra grande emergenza sanitaria che viviamo costantemente da anni: quella causata dall’inquinamento atmosferico, responsabile ogni anno di circa 7 milioni di morti nel mondo», di cui 76.200 in Italia.

Per farlo occorre uno «sforzo sistemico le cui basi devono essere costruite fin da subito: suggeriamo – aggiungono da Iaere – di condizionare i finanziamenti a favore di riconversioni dei processi produttivi e di riqualificazione delle competenze professionali che facilitino la transizione ad un sistema sostenibile e circolare, ovvero in grado di sfruttare al massimo le possibilità di utilizzo e riutilizzo delle risorse, riducendo al contempo le pressioni sull’ambiente. Nello stesso tempo, non bisogna trascurare gli investimenti in ricerca e la necessità di ritrovare nuova competitività attraverso incentivi, anche finanziari, alla introduzione di innovazioni ambientali, in termini di prodotti e di processi produttivi e organizzativi. Questa scelta passa anche attraverso la valorizzazione delle eccellenze del nostro Paese, punti di forza su cui investire per promuovere uno sviluppo sostenibile: l’agricoltura di qualità, la bioeconomia rigenerativa, il turismo sostenibile, le interconnessioni tra il capitale culturale e il capitale naturale, di cui il nostro Paese è particolarmente ricco».

Elaborare risposte di questo tipo significa impostare un percorso di sviluppo per la nostra società che sia in grado di convivere coi limiti del pianeta, e al contempo prevenire l’arrivo di altre pandemie come quella in corso che – come riconosciuto apertamente anche dall’Onu – affonda le proprie radici negli squilibri naturali provocati dall’uomo. Possiamo permetterci un approccio di questo tipo di fronte alle macerie socio-economiche che sta lasciando Covid-19? Per rispondere basta guardare alla crisi in corso: «Adottare scelte lungimiranti, per quanto costose nel breve periodo – spiegano da Iaere – può permettere di evitare danni futuri o almeno consentire di essere più preparati di fronte alle prossime crisi. Unctad ha stimato, ad esempio, un costo globale legato alla pandemia che può arrivare vicino a 2000 miliardi di US$ solo nel 2020, a fronte di una stima di spesa pro capite media di 1,69 US$ all’anno per raggiungere un livello accettabile di preparazione a fenomeni epidemici».

fonte: greenreport.it

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