Capaci, fine storia mai: assassinio Falcone, non solo mafia!

Su Atlantide Lodato rivela: “Falcone mi parlò di Contrada riferendosi alle ‘Menti raffinatissime’”
Nella trasmissione di Purgatori lo speciale sulla strage di Capaci
di Giorgio Bongiovanni – Puntata integrale


“Capaci, fine storia mai”. E’ questo il titolo dell’ultimo speciale di Atlantide, andato in onda ieri sera su La7, per ricordare la strage del 23 maggio 1992 dove morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. Una puntata a dir poco esplosiva con rivelazioni inedite nella quale il conduttore Andrea Purgatori ha voluto riprendere il tema scabroso delle “menti raffinatissime” di cui accennava Falcone nel 1989.
Per parlare di queste “menti” dando loro forma e nomi, sono intervenuti il giornalista e scrittore Saverio Lodato e il giudice (oggi in pensione) Alfredo Morvillo, fratello di Francesca e cognato di Falcone. Entrambi hanno offerto un contributo nel tentativo di dare alcune risposte ad interrogativi ultra decennali sulle trame e i misteri che avvolgono la strage di Capaci. Insieme a loro sono intervenuti anche Tina Montinaro, vedova dell’agente di polizia Antonio, e Renato Cortese, questore di Palermo. E al contempo, per ricostruire quei primi anni Novanta, sono stati riproposti anche dei contributi video di Antonio Ingroia, Salvatore Borsellino e Massimo Ciancimino. Di seguito proponiamo un’ampia sintesi delle importanti dichiarazioni di Lodato e Morvillo.


“Renzi il bacia pantofole di Napolitano”
Ovviamente, tenuto conto anche dell’attualità, con le mozioni di sfiducia respinte in Senato contro il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, sulle vicende scarcerazioni e nomina Dap. In particolare Lodato, rispondendo a una domanda del collega Purgatori, si è soffermato sull’intervento pronunciato con tono solenne dall’ex Premier Matteo Renzi, leader di Italia Viva, che con i voti del suo partito ha praticamente deciso il verdetto finale sulle mozioni. “Ho visto che oggi al dibattito al Senato, facendo entrare, come si dice ‘i cavoli a merenda’, il senatore Renzi ha ritenuto opportuno baciare la pantofola all’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha detto satiricamente Lodato. “Io mi chiedo, 28 anni dopo, quanto tempo ci vuole prima che l’Italia e gli Usa aprano i loro archivi sulle stragi del ’92?. Quanto tempo ci vuole perché Giorgio Napolitano, oggi in pensione con due mandati da Capo dello Stato, onorevolissimi, decida finalmente di svelare lui, per una questione di trasparenza, all’opinione pubblica italiana il contenuto di quelle telefonate che chiese e pretese che venissero tombate e che facevano proprio parte di quel processo per la Trattativa Stato-Mafia, che in primo grado, non dimentichiamolo, si è concluso con condanne pesanti per alti rappresentanti dell’Arma dei Carabinieri, oltre che mafiosi e uomini politici. E’ un giudizio di primo grado, ma è una trattativa stato-mafia, in quanto quelle telefonate facevano parte del processo e non sono state messe a disposizione. Forse il senatore Renzi – ha concluso il giornalista – avrebbe potuto adoperare questa occasione per chiedere a Napolitano un grande atto di chiarezza e trasparenza, più che baciargli la pantofola”.

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“Falcone isolato come Di Matteo”
Dopo questa breve parentesi di carattere politico Andrea Purgatori è andato subito al cuore della vicenda sul tema delle presenze esterne sul fallito attentato all’Addaura prima, e quello andato tragicamente a compimento a Capaci, dopo. E lo ha fatto anzitutto facendosi raccontare da Saverio Lodato, all’epoca corrispondente de L’Unità, dell’intervista che Giovanni Falcone volle espressamente rilasciargli poco prima della sua morte.
“La prima sensazione che ebbi riguardo Giovanni Falcone è che ragionava ad alta voce, come era solito fare, non c’era nulla di nuovo in questo. In quel ragionare ad alta voce lui teneva a bada la paura, lui aveva capito che quel fallito attentato all’Addaura aveva segnato il suo conto alla rovescia. – ha rammentato Lodato facendo riaffiorare i ricordi – Non sapeva quanti mesi, giorni o anni (che poi sarebbero stati tre) aveva da vivere, ma aveva capito che il cerchio si chiudeva”. E in tutto questo Falcone capì che “alle sue spalle non c’era uno Stato che, come lui, aveva finalmente intenzione, dopo 130-140 anni, di volere chiudere con la parentesi della mafia”, ha dichiarato il giornalista. All’isolamento si aggiungevano da più parti anche coltellate di delegittimazione e ostacolamento. Una condizione per certi versi simile a quella in cui si è trovato, e tutt’ora si trova, il magistrato Nino Di Matteo, sia al tempo in cui era pm nel processo trattativa Stato-Mafia, che di recente ora che è componente del Csm. Nino Di Matteo ha avuto vicissitudini paragonabili a quelle avute dal dottor Falcone – ha detto Lodato – che non viene eletto al Csm, poi bocciato come capo dell’ufficio istruzione, preferendogli Meli che di mafia non capiva assolutamente nulla, viene bocciato alla procura antimafia e viene portato dall’allora capo dello Stato Cossiga a discolparsi, insieme a Paolo Borsellino, per le dichiarazioni che allora facevano sullo smantellamento del pool antimafia”.


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Le Menti raffinatissime, “così Falcone mi fece il nome di Contrada”
Nel suo racconto della famosa intervista al giudice palermitano Saverio Lodato, stimolato da Andrea Purgatori sull’identità delle “menti raffinatissime” di cui gli parlò Falcone, ha ammesso che questi gli fece un nome. “Sì – ha detto Lodato – gli ho chiesto un nome riguardo le menti raffinatissime, ma devo anche ricordare che insistere con Giovanni Falcone poteva anche portare o non significare niente, non è che un’insistenza determinasse una arrendevolezza da parte del magistrato. In quell’occasione fui molto insistente, di fronte al suo stato d’animo, con la consapevolezza che per lui era iniziato il conto alla rovescia. Lo incalzai su quel nome, o su uno di quei nomi, o su più nomi”, ha precisato. Alla fine Falcone “mi fece il nome di Bruno Contrada (ex numero del Sisde, ndr)”. Quindi il giornalista ha riferito quelle che erano state le riflessioni del giudice in merito all’attentato all’Addaura avvenuto qualche anno prima. “Lui mi disse ‘guarda che se la mafia decide di uccidere qualcuno, fa un programma, con un oggetto, prende una decisione e non cambia il programma omicidiario in base a un cambiamento di abitudine della vittima’, cioè se la vittima un determinato giorno incrocia casualmente il killer che dopo due giorni dovrà ucciderlo, quest’ultimo non è autorizzato a farlo fuori. E poi aggiunge ‘io non facevo il bagno all’Addaura ogni giorno e non lo facevo allo stesso orario’, che ci fanno capire che il tutto era stato organizzato in tempi brevissimi. Quindi ciò che voleva dirmi era che vedeva pezzi dello Stato. – ha spiegato – Falcone già non credeva più da tempo alla favola che la mafia, in Sicilia, avesse decapitato un’intera classe dirigente, facendo tutta da sola, senza che lo Stato italiano fosse in grado di opporsi”.

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Alla luce di queste clamorose dichiarazioni, specialmente su Bruno Contrada, il conduttore Purgatori ha quindi chiesto a Lodato per quale motivo abbia aspettato tutto questo tempo per esternarle. Specie su quanto gli venne accennato riguardo a Bruno Contrada. Al tempo “quando dissi a Falcone ’ma allora io scrivo il nome di Contrada, perché in una situazione del genere avrebbe un effetto dirompente’, lui mi diffidò dallo scriverlo. E mi disse che se lo avessi scritto ‘attribuendomelo e dicendo che io te l’ho detto, che è un personaggio del quale non ho grande stima e fiducia, tu con me non avrai nessun altro tipo di rapporto’”. Inoltre, ha continuato Lodato nella sua spiegazione, “non si può chiedere a qualcuno di attribuire qualcosa a qualcun altro, sapendo già che la persona smentirà di averla detta. Quindi io non avevo cosa scrivere e non avevo una ragione per scriverla quando Falcone era vivo. Più in generale – ha aggiunto – Giovanni Falcone non mi fece degli esempi concreti, dicendomi che Contrada aveva favorito questo o altri latitanti o è andato a cena con questo o quell’altro latitante o che ci sarebbe stato un blitz, ha fatto rilasciare i passaporti piuttosto che dei porti d’armi a dei mafiosi che non avevano diritto. Questi poi sono tutti capi d’accusa del processo a Bruno Contrada che si sono conclusi con una sentenza definitiva di Cassazione, quindi io obiettivamente non avrei avuto granché da dire – ha spiegato – andando a raccontare un sospetto che amichevolmente Falcone mi aveva trasmesso. Per 28 anni ho onorato il mio impegno con Giovanni Falcone e oggi per onorare la sua memoria per non scadere periodicamente nella retorica, raccontando questo fatto che lui bonariamente volle trasmettermi e comunicarmi”. La rivelazione, ha concluso sul punto, “non toglie e non aggiunge nulla alla sentenza della Cassazione su Bruno Contrada.


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“Qualche membro delle istituzioni tradì Falcone”
Pur non citando il nome di Bruno Contrada anche Alfredo Morvillo ha ricordato un episodio che emerse anche nel processo sull’ex numero tre del Sisde, per concorso esterno. Una sentenza che è stata dichiarata “priva di effetti penali”, ma che non è mai stata revocata. Morvillo ha parlato, infatti, della fuga e della latitanza del narcotrafficante bresciano Oliviero Tognoli. Il periodo è la fine di ottobre del 1988 a otto mesi di distanza dal fallito attentato all’Addaura. Le date, nel racconto di Morvillo, sono fondamentali per comprendere la consequenzialità di quegli avvenimenti. “Tognoli era colpito da mandato di cattura per traffico di stupefacenti dall’autorità giudiziaria palermitana. – ha spiegato – Era riuscito a sottrarsi all’arresto perché all’ultimo momento prima del blitz della polizia gli arrivò improvvisamente una telefonata in albergo e scappò”. In pratica qualcuno gli fece una soffiata. “Tognoli era colpito da un provvedimento dell’autorità giudiziaria svizzera e a un certo punto decise di costituirsi in Svizzera” dove lavorava Carla Del Ponte, il più importante giudice svizzero all’epoca, nonché il magistrato che si trovava insieme a Falcone all’Addaura l’anno seguente il giorno del fallito attentato. “Tognoli fin da subito fece sapere tramite il suo avvocato di aver paura”. “Carla Del Ponte ben sapendo che c’era il mandato di cattura di Palermo contattò Giovanni Falcone che si recò subito insieme ad Ayala da Tognoli a Lugano. Non appena la Del Ponte finì il suo interrogatorio Giovanni si alzò dalla sedia e iniziò a parlare con Tognoli. – ha continuato Morvillo nel suo racconto al giornalista Andrea PurgatoriLa Del Ponte sentì che i due stavano parlando e in particolare udì Falcone chiedere insistentemente a Tognoli chi lo avesse fatto scappare. Tognoli tergiversò anche perché spaventato, finché Falcone decise di fargli una domanda nella quale inserì il nome di un alto appartenente delle forze dell’ordine chiedendo se per caso fosse lui ad averlo aiutato”. A quella domanda, fatta alla presenza della giudice svizzera, ha dichiarato Morvillo, “Tognoli rispose di sì ma non era disponibile a mettere a verbale questa circostanza perché continuava a manifestare timori“. Quindi, a quel punto, “Falcone e la Del Ponte custodivano questo segreto”, è stata la riflessione di Morvillo davanti alle telecamere di Atlantide. Morvillo ha poi parlato del mancato attentato all’Addaura, avvenuto il 21 giugno 1989. Un episodio cruciale che rende bene l’idea sulle grigie presenze che gravitavano attorno al giudice e al suo lavoro al tempo.

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“Giovanni commentò il fatto poco dopo riferendosi a ‘menti raffinatissime’. Falcone non era un visionario. Se parlava di menti raffinatissime evidentemente aveva le sue ragioni”, ha detto Morvillo. E di ragioni per esternare una frase simile il giudice ne aveva eccome. Che Falcone quel giorno dovesse scendere dalla villa dove trascorreva le vacanze per andare sugli scogli e fare il bagno con la collega svizzera Carla Del Ponte, infatti, come ha dichiarato Morvillo, “non lo poteva sapere nessuno tranne gli addetti ai lavori”. Quindi di certo non i boss mafiosi. Non solo. Il giudice ha attenzionato il fatto che Giovanni Falcone non era assolutamente solito scendere a fare il bagno negli scogli, così come non era in alcun modo solita la giudice svizzera scendere a Palermo. “La Del Ponte non veniva mai a Palermo”, ha sottolineato il cognato di Falcone. Gli unici a sapere tutte queste circostanze, appunto, erano le forze dell’ordine e altri appartenenti delle istituzioni palermitane. Gli stessi soggetti che, “casualmente qualche sera prima dell’attentato mancato” si trovavano a cena in compagnia dei due giudici “in un locale a Mondello vicino alla villa di Falcone alla quale partecipai anche io e il dottor Ayala”, ha rivelato Morvillo. Pertanto, ha sentenziato, tutto ciò ci “consente di ritenere indubbiamente che quell’attentato venne organizzato grazie a qualcuno appartenente alle istituzioni che ha tradito Giovanni Falcone”. Così come “ci consente di ritenere – ha aggiunto – che l’attentato venne organizzato frettolosamente. E tutto ciò corrisponde con la notizia arrivata improvvisamente, ovvero che c’era un momento sul quale lavorare (preparare l’attentato, ndr) e che consentiva di eliminarli insieme”.“Questo – ha concluso Alfredo Morvilloè uno dei misteri della storia palermitana. Noi abbiamo diritto di sapere che cosa c’è stato oltre quei mafiosi che sono stati condannati per l’attentato all’Addaura. Ma non ci può credere nessuno che la verità è tutta lì”.


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Botta e risposta tra il legale di Contrada e Lodato
A fine trasmissione l’avvocato di Bruno Contrada, Stefano Giordano, ha telefonato in diretta tv per difendere e rispondere a quanto affermato nel corso della puntata sul suo assistito, prendendosela con il conduttore Purgatori e lo stesso Lodato: “Lei facendo uscire a sorpresa questo colpo, che tra l’altro dopo trent’anni Saverio Lodato rivela in maniera arguta sotto il suo punto di vista. Avrebbe dovuto perlomeno, oltre a interpellare lo stesso dottor Contrada al momento dell’intervista, ristabilire la verità. Cosa che lei non ha fatto. O perché non la conosce o perché evidentemente non l’ha voluta conoscere. La verità è obiettiva”, ha detto il legale. “La corte europea dei diritti dell’uomo, come lei ha tentato di dire poco fa, ha dichiarato la condanna contro il mio assistito illegittima perché ha detto che non doveva essere né processato né condannato. A fronte di questa sentenza del 2015 la Corte di Cassazione ha dichiarato improduttiva di effetti penali la sentenza nei confronti del dottor Bruno Contrada ristabilendo la sua innocenza. Questo lei non l’ha detto. Quindi la sua trasmissione non è condotta in maniera corretta”, ha sentenziato. “Per quanto riguarda ciò che ha detto Lodato io ho un documento che lo smentisce. Lei avrebbe dovuto rappresentare a Lodato che pare strano che dopo 30 anni esca con questa cosa e non prima. Perché non l’ha detto agli inquirenti quando Falcone è morto? Lei deve chiedere scusa al dottor Contrada per il comportamento che lei ha avuto – ha concluso l’avvocato – altrimenti agiremo legalmente contro la sua trasmissione”. Infine, mentre già scorrevano i titoli di coda sulla puntata, anche Lodato, ha tenuto a precisare alcuni aspetti al legale dell’ex Capo della Squadra mobile: “Quando Giovanni Falcone mi disse quelle cose era il 1989. Bruno Contrada non era neanche sotto inchiesta per mafia. Non era arrivata a sentenza definitiva di Cassazione la sentenza di sua colpevolezza. Non c’era neanche la sentenza della Corte d’Appellodi Palermo che recepisce le indicazioni della Corte Europea. Io prendo atto di quello che dice l’avvocato Giordano. Afferma che suo cliente è innocente, ma devo dirgli che deve farsene una ragione. Il giudizio di Giovanni Falcone nei confronti di Bruno Contrada, quello che dopo tanti anni dopo sarebbe diventato il suo assistito non era un giudizio lusinghiero. Tutt’altro. Questo mi ricorreva l’obbligo di dire e confermare”.

Guarda la puntata completa di Atlantide – Capaci, fine storia mai

Fonte:Antimafiaduemila

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