Per la Direzione investigativa antimafia l’emergenza rifiuti è legata alla carenza di impianti

«La perdurante emergenza che in alcune aree del Paese condiziona ed ostacola una corretta ed efficace gestione del ciclo dei rifiuti vede tra le sue cause certamente l’assenza di idonei impianti di smaltimento che dovrebbe consentire l’autosufficienza a livello regionale»

di
Luca Aterini

La Direzione investigativa antimafia (Dia) nazionale ha pubblicato la sua ultima relazione semestrale, all’interno della quale spicca un ampio focus sul tema “mafia e rifiuti”, nato con «l’obiettivo di analizzare l’intera filiera di gestione dei rifiuti, mettendola in relazione (grazie a dati di fatto emersi in indagini ed operazioni di servizio) con l’infiltrazione della criminalità organizzata, per cercare di individuare gli snodi più a rischio, affinché le Autorità preposte possano eventualmente intervenire sul ciclo dei rifiuti».

All’interno del focus, la Dia si propone di esplorare «gli aspetti criminogeni della complessa filiera dei rifiuti urbani, speciali e pericolosi, compresi i recenti casi che hanno visto, a macchia di leopardo sul territorio nazionale, numerosi incendi presso aree periferiche e capannoni», arrivando a evidenziare un importante dato di fatto: «La perdurante emergenza che in alcune aree del Paese condiziona ed ostacola una corretta ed efficace gestione del ciclo dei rifiuti vede tra le sue cause certamente l’assenza di idonei impianti di smaltimento che dovrebbe consentire l’autosufficienza a livello regionale».

In altre parole, senza impianti di prossimità sufficienti a gestire in sicurezza i rifiuti prodotti da imprese e cittadini, è più probabile che sia la malavita a occuparsi di risolvere il problema.

Che questi impianti ci siano o meno, infatti, i rifiuti continuano ad essere prodotti: si parla di circa 135 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani prodotti ogni anno nel nostro Paese, con percentuali di crescita che puntualmente continuano a superare l’andamento del Pil nazionale. L’auspicato avvento dell’economia circolare permetterà di aumentare le percentuali di recupero e rendere più efficiente l’impiego delle materie prime (seconde o meno), ma non eliminerà di certo la necessità di impianti per la gestione degli impianti che anch’essa produce: è la seconda legge della termodinamica a spiegare che quando assistiamo a qualsiasi trasformazione in un sistema isolato, una parte dell’energia e della materia disponibile si degrada irreversibilmente e non a caso, ad oggi, 35,7 milioni di tonnellate l’anno dei rifiuti che siamo chiamati a gestire arrivano direttamente da altre attività di trattamento rifiuti e risanamento.

Dunque gli impianti per il recupero di materia, ma anche di energia e smaltimento, non solo occorrono, ma è necessario che siano anche dislocati secondo principi di sostenibilità e prossimità. Al proposito la Dia osserva che «se gran parte delle Regioni settentrionali si sono dotate di idonee strutture in grado di garantire l’intera esecuzione del ciclo, altre del centro-sud non si sono adeguate alla normativa di settore. Significativa, ad esempio, la mancata realizzazione di termovalorizzatori (impianti di incenerimento con recupero di energia) ed il mancato potenziamento delle ulteriori infrastrutture necessarie, a monte, per il riciclo di materia e la stabilizzazione della trattazione organica. Tale situazione ha inevitabilmente determinato l’allungamento della filiera ed il mancato compimento del ciclo di gestione, demandando lo smaltimento di quasi tutti i RSU al conferimento in discarica (gli ultimi dati Ispra mostrano che dei rifiuti urbani il 49% è stato avviato a recupero, il 18% a termovalorizzazione e il 22% in discarica, ndr) che avviene quasi sempre dopo un farraginoso e dispendioso iter di trattamento e trasporto. Il ricorso alle sole discariche presenta anche rilevantissime criticità correlate alla saturazione dei siti con risvolti che, nel futuro – senza idonei definitivi interventi – potrebbero essere drammatici per la salute pubblica».

Si tratta di elementi noti purtroppo da tempo ai professionisti di settore. Nel suo ultimo rapporto dedicato ai rifiuti urbani lo stesso Ispra dichiara che «vi sono regioni in cui il quadro impiantistico è molto carente o del tutto inadeguato», mentre le imprese di settore denunciano da tempo (si veda ad esempio quiqui e qui) una situazione costantemente sull’orlo dell’emergenza: ogni anno i rifiuti italiani percorrono circa 1,2 miliardi di km in cerca di impianti, il che equivale a percorrere circa 175.000 volte l’intera rete autostradale italiana con tutto ciò che comporta in termini di inquinamento atmosferico, e se non verranno realizzati nuovi impianti tra meno di due anni anche le discariche rimaste saranno esaurite.

«È questo – conclude la Dia – il contesto in cui più sovente avviene l’infiltrazione ed il condizionamento della Pubblica amministrazione. Le consorterie mafiose cercano, in particolare, di penetrare quelle “zone grigie” in cui subentra un principio di “mutua assistenza”».

Eppure realizzare nuovi impianti per il recupero o lo smaltimento dei rifiuti è sempre più difficile: il comparto è secondo in classifica (dopo quello inerente al mondo dell’energia) per contestazioni Nimby documentate nel Paese, e i dati mostrano che nella maggioranza dei casi sono proprio enti pubblici e politica – pronti a cavalcare il fiorire di proteste locali, anziché tentare di ricomporre gli strappi del tessuto sociale – a opporsi a impianti e opere pubbliche, seguiti dalla matrice popolare (comitati, etc) e infine dalle associazioni ambientaliste.

fonte: greenreport.it

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