Le menti raffinatissime con Di Matteo nel mirino

Iniziata una nuova stagione di attacchi da Tv e Giornali
di Giorgio Bongiovanni



Nei giorni scorsi il pm Nino Di Matteo, consigliere del Csm, commentando la sentenza della Corte Costituzionale che ha stabilito l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’Ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, ha ravvisato il rischio di apertura di un “varco potenzialmente pericoloso“. Quindi aveva aggiunto: “Dobbiamo evitare che si concretizzi uno degli obiettivi principali che la mafia stragista intendeva raggiungere con gli attentati degli anni ’92-’94. Spero che la politica sappia prontamente reagire e, sulla scia delle indicazioni della Corte costituzionale, approvi le modifiche normative necessarie ad evitare che le porte del carcere si aprano indiscriminatamente ai mafiosi e ai terroristi condannati all’ergastolo“. Dichiarazioni nette, determinate e completamente condivisibili. Sulla decisione della Consulta sono intervenuti familiari di vittime di mafia, giornalisti, associazioni ma anche tanti addetti ai lavori (magistrati, funzionari di Stato, ecc…), eppure i soliti “grandi” giornalisti tornano a puntare il dito contro il magistrato. E la sensazione è quella che sia iniziata una nuova stagione di attacchi mirati da parte di una certa stampa. Prima il direttore Enrico Mentana La7, poi, oggi, il giornale “Il Foglio“, dove si rappresenta una “chiamata alle armi rivolta alla politica contro la Consulta” e “un’ostilità profonda” di Di Matteo “nei confronti dei principi cardine dell’assetto istituzionale e democratico del Paese“. Un’offesa all’intelligenza di chi legge quelle stesse dichiarazioni del magistrato perché è evidente che non vi è alcun intento sovversivo nell’utilizzo di quelle espressioni. Un membro togato del Csm ha il dovere di non restar silente laddove vi sono dei pericoli a livello legislativo e giurisprudenziale. E questo non vale per il solo Di Matteo, ma per tutti gli uomini che hanno incarichi istituzionali. Del resto, anche se non è questo il caso, tra le funzioni del Csm vi è anche quello di dare pareri al Ministro della Giustizia su atti normativi o di presentare anche proposte di legge in materie direttamente o indirettamente connesse all’ordinamento giudiziario e al funzionamento della giustizia. Le sentenze si rispettano ma rappresentare le criticità delle stesse va anche a garanzia degli stessi cittadini. Quel che si vuole far finta di non vedere e non sapere è che i mafiosi non sono criminali comuni. Il problema non sta nel dare o non dare ad un condannato all’ergastolo la possibilità di redimersi o rieducarsi. Il problema è che i membri delle criminalità organizzate italiane, Cosa nostra, ‘Ndrangheta e Camorra, possono uscire dalle stesse solo in due modi: o da morti o collaborando con la giustizia. E’ provato da una moltitudine di inchieste, anche recenti, che i vecchi capimafia usciti dal carcere sono tornati a ricoprire esattamente quei ruoli di vertice ricoperti in precedenza. C’è stato anche chi ha fatto “carriera” proprio grazie al silenzio tenuto in carcere. L’ergastolo ostativo, assieme al 41 bis, rappresenta uno di quegli elementi che più di altri hanno dato e continuano a dare fastidio a Cosa nostra proprio perché in molti hanno scelto di collaborare con la giustizia proprio per le restrizioni previste dai due ordinamenti. Dopo l’intervento della Consulta sul diritto premiale da concedere anche a mafiosi e terroristi è ovvio che il legislatore debba comunque intervenire ponendo dei paletti affinché pericolosi stragisti non possano tornare a piede libero, seppur per poche ore o pochi giorni, a seconda di quelli che possono essere i diritti concessi. Si vuole far credere che la mafia di oggi non è più quella che costrinse il Paese ad adottare provvedimenti emergenziali ma si sottovaluta come la trasformazione della mafia, membro cardine del sistema criminale integrato, non abbia impedito il mantenimento di certe regole. Per questo il mantenimento del “doppio binario” nei provvedimenti che riguardano la criminalità organizzata rappresenta la via che non può essere in alcun modo persa. Per questo il Parlamento ha tutti gli strumenti per intervenire mettendo comunque dei paletti, in primis tutelando i giudici dei tribunali di sorveglianza che allo stato si troveranno a dover decidere singolarmente ogni caso, aumentando ancora di più l’esposizione con il rischio di essere a loro volta ricattati o minacciati di morte da quegli stessi mafiosi che si troveranno a chiedere permessi premio. In tanti hanno rappresentato queste argomentazioni. Perché, dunque, gli occhi di certi giornalisti si concentrano sul solo Di Matteo? E’ noto che il quotidiano fondato da Giuliano Ferrara e diretto da Claudio Cerasa sia sempre stato particolarmente vicino all’ex Premier Silvio Berlusconi ed, ugualmente, sia sempre stato avverso al processo sulla Trattativa Stato-mafia. Un processo che ha avuto in Di Matteo uno dei protagonisti del pool di pm (assieme a lui Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia) che ha condotto l’accusa e che nell’aprile 2018 ha visto la condanna in primo grado, tra gli altri, di uno dei fondatori di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, già condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Una sentenza scomoda specie laddove si afferma che Berlusconi abbia pagato Cosa nostra almeno fino alla fine del 1994, ovvero mentre era Presidente del Consiglio (la sentenza Dell’Utri aveva dimostrato come i pagamenti fossero certi fino al 1992, ndr). E’ forse questo il motivo per cui ad ogni “respiro” di Di Matteo certa stampa grida allo scandalo? E’ per quella continua ricerca della verità su stragi e mandanti esterni che Nino Di Matteo ha sempre dimostrato di voler perseguire? La sensazione è che dietro a questi attacchi mirati, dove si paventano assurdi interventi disciplinari o ramanzine del Capo dello Stato Sergio Mattarella, o del Vice presidente del Csm David Ermini, vi siano “menti raffinatissime” che ancora una volta mirano ad isolare e delegittimare il lavoro dello stesso magistrato, da poco insediatosi al Consiglio superiore della magistratura. Uno schema perverso già visto anche in passato. La speranza è che non si arrivi al medesimo epilogo.

Foto © Imagoeconomica

fonte: antimafiaduemila.com

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