Nell’agenda politica assente la lotta alla mafia

Conte riceve la fiducia anche al Senato
di Giorgio Bongiovanni



Con 169 sì, 133 no e 5 astenuti anche il Senato, così come aveva già fatto la Camera, ha votato la fiducia al neonato governo Conte due. Non vogliamo entrare nel merito dei dibattiti (anche penosi) che si sono avuti in questi due giorni in Parlamento. Tuttavia non possiamo non constatare alcune evidenze rispetto un tema che dovrebbe essere centrale e che, diversamente, viene “scientemente” dimenticato: quello della lotta alla mafia, relegato ad un miserabile 13esimo posto nei 26 punti stabiliti da Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico. Abbiamo sentito il discorso alla Camera del Premier Giuseppe Conte, figura che continuiamo a ritenere una brava persona, ma non possiamo essere contenti delle poche parole spese in materia per un punto che nella bozza di programma viene previsto in forma mediocre. “Dobbiamo potenziare la lotta alle organizzazioni mafiose e rendere sempre più efficace, come già anticipato, il contrasto all’evasione fiscale, anche prevedendo l’inasprimento delle pene, incluse quelle detentive, per i grandi evasori” ha ribadito il Presidente del Consiglio. Una striminzita e sterile frase rispetto ad un problema la cui risoluzione dovrebbe essere prioritaria per uno Stato che vuole proclamarsi rinnovato o del cambiamento. Quanto sia grave la situazione lo hanno ricordato di recente magistrati come Giuseppe Lombardo, Nicola Gratteri e Antonino Di Matteo. Proprio quest’ultimo, alla festa de Il Fatto Quotidiano, aveva definito come “assordante” il silenzio della politica sulla lotta alla mafia e la ricerca delle verità sulle stragi.
A conti fatti il precedente governo giallo-verde ha fatto poco o nulla per quanto riguarda il contrasto alla criminalità organizzata. E guardando alla nuova squadra di governo non riusciamo ad essere ottimisti. Non ci basta sapere, allo stato, che i ministri scelti sono degli incensurati. Purtroppo sono anche incompetenti per una serie di fattori che qui spieghiamo.
Prima di ciò, per onestà intellettuale, non possiamo non mettere in evidenza il lavoro fin qui ben svolto dalla Commissione parlamentare antimafia presieduta dal senatore Cinque Stelle Nicola Morra e che ha tra i consulenti uno dei pm del processo trattativa Stato-mafia, Roberto Tartaglia.
In particolare sono due i ministeri delicati dove avremmo voluto vedere delle novità: quello degli Interni e quello della Giustizia.
Laddove un tempo sedeva il fu vice premier Matteo Salvini oggi troviamo la figura di Luciana Lamorgese, ex prefetto di Milano. Neanche il tempo di avere la fiducia che già sono emersi dei primi interrogativi sul suo conto, considerato che il suo nome si inserisce in parte nella vicenda che ha portato alla nomina di Antonello Montante, ex leader di Confindustria Sicilia condannato in primo grado a 14 anni di carcere per associazione a delinquere e corruzione. Nel gennaio 2015 Montante, che al tempo finì sotto indagine della Procura nissena anche per mafia, fu nominato – su proposta del ministero dell’Interno (allora al Viminale vi era Angelino Alfano) – componente dell’Agenzia dei beni confiscati. E il neo ministro all’epoca era Capo di Gabinetto eppure non risultano particolari opposizioni a quella nomina. Come mai si sceglie un prefetto ambiguo alla guida del Viminale?
Ed anche al ministero della giustizia non si può essere contenti della conferma del ministro boy scout Alfonso Bonafede. Il suo operato con il precedente esecutivo non può dirsi sufficiente. Il ddl anticorruzione presentava alcuni aspetti positivi, così come apprezzabile è stato il blocco della legge bavaglio del ministro Orlando, ma la riforma della giustizia proposta nei mesi scorsi sembra più un “aborto di riforma” con non pochi punti critici rappresentati da diversi addetti ai lavori. Un esempio può essere l’idea di accorciare i tempi delle indagini preliminari, criticato pesantemente dall’Associazione nazionale magistrati. Il sostituto procuratore nazionale antimafia, Antonino Di Matteo, ha ravvisato anche altre criticità con pressioni “inopportune” nel momento in cui “decorsi i 3 mesi dalla scadenza del termine è previsto il deposito senza che il pm abbia preso le sue determinazioni”. “Così – aveva spiegato il magistrato – si determinano 2 conseguenze: da una parte il deposito degli atti a favore dell’indagato e della parte offesa, e quindi la conoscibilità di tutto quello che è stato fatto, dall’altra parte la valutazione se il pm meriti un provvedimento disciplinare per avere fatto scadere i termini senza prendere delle determinazioni del caso. Altro pericolo è quella possibilità che i capi uffici stabiliscano periodicamente i termini di priorità che i sostituti procuratori devono seguire”.
Questioni di cui si dovrebbe tenere conto se si vuole fare concretamente una lotta alla mafia seria. Tra le proposte di Bonafede anche la riforma del Csm, dopo lo scandalo dell’inchiesta di Perugia. Tra i punti critici la previsione che il singolo consigliere, una volta cessato il proprio incarico all’interno del Consiglio superiore della magistratura, per quattro anni non possa avere gli stessi diritti degli altri magistrati accedendo a concorsi bocciando così la meritocrazia. E’ assolutamente necessario intervenire e colpire pesantemente le patologie che si verificano (vedi caso Palamara, ndr) ma non si possono punire i magistrati che, dopo aver fatto una certa esperienza, legittimamente chiedono di presentare una domanda che possa anche portare ad un nuovo incarico o un eventuale avanzamento di carriera.
Anche il Procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, in passato, aveva fatto una serie di proposte ai precedenti governi. Proposte tenute nei cassetti senza essere mai prese in considerazione.
Ma il ministro Bonafede aveva già dato dimostrazione di non essere all’altezza del compito affidatogli quando, dopo aver proposto il magistrato Di Matteo come direttore del Dap, è clamorosamente tornato sui propri passi alle prime “rimostranze” di alcuni capimafia raccolte da uomini della polizia penitenziaria. Quei boss erano stati ascoltati mentre manifestavano tutta la loro preoccupazione sulla possibile nomina di Di Matteo (“Se viene questo Nino Di Matteo siamo consumati, per noi è finita”). Dopo quelle dichiarazioni, guarda caso il pm di punta del processo sulla trattativa Stato-mafia non è stato più nominato al Dap. E su questo il ministro Bonafede non ha mai risposto all’opinione pubblica macchiandosi di un errore politico grave in tema di lotta alla mafia.
Per questo crediamo che il neonato governo “Conte 2” avrebbe potuto scegliere figure di maggior spessore, più preparate e competenti. Alcuni nomi li abbiamo già indicati.
Dovremo poi attendere anche le nomine dei sottosegretari e dei dirigenti per avere un quadro ancora più completo. Al ministero degli Interni a tutt’oggi sono presenti figure come Luigi Gaetti, che ha la delega per la lotta alla mafia, e Giuseppe De Salvo, stretto collaboratore di Gaetti nella delicatissima materia dei testimoni e collaboratori di giustizia il cui operato, a ben vedere, appare discutibile se si osservano episodi come l’omicidio a Natale scorso a Pesaro di Marcello Bruzzese (fratello di un pentito).
Senza tenere conto che De Salvo dal 1992 fosse capocentro a Messina di quel Sisde che vedeva ai vertici Bruno Contrada, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Certo è che uno Stato che si rispetti dovrebbe mettere la lotta alla mafia al primo punto. Ma lo Stato italiano in questi anni ha dimostrato ben altri interessi. Lo scorso luglio il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, evidenziava come ciò non avviene “nonostante la consapevolezza che la criminalità organizzata metta a rischio la stessa tenuta democratica della nostra nazione, nonostante sia evidente che la mafia sia il più evoluto strumento di doping finanziario del sistema economico mondiale, per la sua capacità di arricchire ristrette oligarchie criminali a danno di ampie fasce di economia legale”. Ed evidenziava ancora come per vincere questa lotta occorre “una volontà politica che superi gli sbarramenti generati dalla mancanza di adeguate coperture finanziarie, argomento strumentalmente utilizzato per giustificare le drammatiche vacanze di organico della magistratura, del personale amministrativo e delle forze di polizia”. Allarmi simili, a più riprese, sono stati lanciati in questi anni da tantissimi magistrati (a Gratteri, Di Matteo e Lombardo possiamo aggiungere Roberto Scarpinato, Carmelo Zuccaro, Luca Tescaroli, Piercamillo Davigo, Sebastiano Ardita, per citarne alcuni) e da quasi tutte le Procure d’Italia. Ma di queste cose non abbiamo sentito parlare in questi mesi né, tantomeno, in questi giorni.
Si è preferito dar spazio agli slogan. Nel frattempo i sindacati di polizia denunciano le gravissime carenze di personale e risorse. Così abbiamo scoperto che a Palermo la Squadra mobile si ritrova con 270 poliziotti suddivisi in nove sezioni che spaziano dalle rapine al grande crimine organizzato, alla caccia ai latitanti. Oppure che la Dia di Trapani, la provincia in cui regna il super latitante Matteo Messina Denaro, ha a disposizione solo 12 uomini.
Dove è, dunque, la lotta alla mafia?
I dati raccontano di una “Mafia Spa” che raggiunge profitti pari a circa 150 miliardi di euro l’anno, che è in grado di investire in borsa e di ottenere ingenti capitali grazie al traffico internazionale di stupefacenti. E in quest’ultimo campo la ‘Ndrangheta detiene il monopolio mondiale “incassando” 80 miliardi di euro l’anno. Un mercato florido, che in base ai dettami europei viene anche inserito nel calcolo del Pil.
Perché non si fa nulla?
Provocatoriamente si potrebbe pensare che, così come accade in diversi Paesi del Sud e del Centro America, il nostro sia un “NarcoStato”. Oppure dobbiamo pensare che i nostri governanti siano essi stessi consumatori di droga o collusi?
E’ un dubbio che ci assale proprio di fronte all’immobilismo ma vogliamo pensare che se non si è fatto nulla, allo stato, sia solo per ignoranza. Dunque cosa farà il Presidente Conte, e con esso la maggioranza Cinquestelle-Pd che oggi lo sostiene (ma la precedente non è stata certo diversa, ndr), di fronte a questi grandi temi? Persevereranno ancora nell’errore, sottovalutando ed ignorando il problema? Staremo a vedere.
E al Presidente Conte e a tutti i ministri della Repubblica italiana vogliamo ricordare che la mafia-Stato è stata autrice delle stragi dove hanno perso la vita i nostri martiri caduti. Ed è qui che si deve intervenire. Bisogna abbattere il sistema criminale che infiltra lo Stato. Aspettiamo una risposta nei fatti.

Foto © Imagoeconomica

fonte: antimafiaduemila.com

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