Forza Italia, il partito fondato da un uomo della mafia

Al congresso di Roma il ritorno di Berlusconi. E Dell’Utri viene dimenticato da tutti
di Giorgio Bongiovanni

Venticinque anni dopo la vittoria alle elezioni politiche del 1994 il partito di Silvio Berlusconi, Forza Italia, ha tenuto a Roma il suo congresso nazionale. Per il suo leader e fondatore sono tornate le musiche, le fanfare, gli scroscianti applausi e le ovazioni come se il tempo si fosse fermato a quel momento in cui l’imprenditore Berlusconiscendeva in campo” a reti unificate per “salvare” l’Italia. E la medesima liturgia di allora viene ripetuta ancora oggi dall’ex Premier, alla vigilia di una candidatura alle prossime europee, dopo la decadenza da senatore per la condanna emessa dalla Cassazione il primo agosto 2013 per il processo dei diritti tv Mediaset.
Come 25 anni fa siamo ancora noi di Forza Italia indispensabili – ha detto Berlusconi – i soli continuatori della tradizione Cristiana, della cultura liberale, sostenitori del libero mercato, dell’impresa del lavoro, noi garantisti. Siamo solo noi gli eredi di chi ha dato un sistema di civiltà che è il migliore mai visto“. Come in passato attaccava i comunisti ha indicato nel Movimento 5 Stelle il “pericolo” per il Paese (“Questi signori del Movimento 5 Stelle sono incompetenti, dilettanti e quindi pericolosissimi. L’esecutivo è purtroppo prevalentemente nelle mani dei Cinque Stelle. Di Maio, ottimo comunicatore, fa finta di essere sottomesso a Salvini, invece si prende tutta la sostanza e lascia alla Lega solo la forma e le apparenze“) mentre agli “alleati storici” della Lega ha lanciato il solito messaggio: “Qualcuno nella Lega dice di voler rispettare il contratto, ma si riferisce soltanto a quello innaturale firmato con il M5s e non a quello siglato con il centrodestra“.
E sulla stessa linea si sono adeguati il “numero uno sulla carta” del partito, Antonio Tajani (“Senza Forza Italia il centrodestra non vince da nessuna parte, in nessuna città, in nessuna Regione: siamo nati 25 anni fa e continueremo a esistere“) e le “fedelissime” Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini, entrambe sostenitrici del “credo” berlusconiano. “Alle ultime regionali è stato confermato un dato politico, prima ancora che numerico: il Paese non vuole consegnarsi alle destre sovraniste. Non c’è spazio in questo paese per un governo sovranista senza il contrappeso moderato di Forza Italia. È fallito il disegno di svuotarci” ha detto la prima. “Siamo noi di Forza Italia a poter difendere e cambiare l’Europa, non i sovranisti o gli estremisti. Forza Italia è l’unica alternativa all’inconsistenza del Pd o dell’estremismo dei sovranisti” ha sostenuto la seconda. La solita retorica di partito, insomma, arricchita da quella dialettica incantatrice che per un ventennio ha portato in auge il “berlusconismo”, dove parole come lotta alla mafia o lotta alla corruzione non vengono mai citate.
Non c’è da stupirsi se l’uomo di Arcore ha milioni di seguaci (alle scorse politiche hanno votato Forza Italia 4.535.742 di persone); perché in molti seguono il modello che Berlusconi stesso rappresenta. Poco importa se in tanti anni di attività politica ha operato in regime di palese conflitto d’interesse. Quelle milioni di persone dimostrano di fregarsene se il loro stesso leader è un pregiudicato condannato in via definitiva a quattro anni per frode fiscale, salvato da leggi ad personam e prescrizioni in altri processi, accusato di aver comprato i parlamentari che dovevano aiutarlo a far cadere il governo Prodi, attualmente sotto inchiesta in molte procure con l’accusa di ‘corruzione giudiziaria’ in relazione a casi come il Ruby Ter (il processo a Milano inizierà tra qualche giorno) o in relazione alla sentenza del Consiglio di Stato che il 3 marzo 2016 annullò l’obbligo per lui di cedere la quota eccedente il 9,99% detenuto in Banca Mediolanum stabilito da Bankitalia.
E se ne fregano del patto stretto con i boss per assumere ad Arcore, come stalliere, il mafioso Vittorio Mangano, del suo rapporto con l’ex senatore e co-fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa perché portava a Cosa Nostra le buste di denaro di Silvio, ogni sei mesi, dal 1974 al 1992. Tutti vicende che non sono delle semplici “dicerie” ma fatti comprovati e accertati da sentenze.
Ombre che diventano ancora più oscure se si tiene conto della sentenza trattativa Stato-mafia dello scorso anno, dove l’ex senatore è stato condannato in primo grado, o dell’inchiesta che vede Berlusconi e Dell’Utri indagati a Firenze per le stragi di mafia del 1993 come possibili mandanti occulti. Leggendo le motivazioni della sentenza della Corte d’assise, presieduta da Alfredo Montalto e giudice a latere Stefania Brambille si legge che “se pure non vi è prova diretta dell’inoltro della minaccia mafiosa da Dell’Utri a Berlusconi, perché solo loro sanno i contenuti dei loro colloqui, ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non dubitare che Dell’Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con l’associazione mafiosa Cosa nostra mediati da Vittorio Mangano”. Non solo. Come già accertato dalla corte di Cassazione che lo ha condannato per concorso esterno, l’ex senatore Dell’Utri era il trait d’union tra l’imprenditore di Arcore e le cosche siciliane al quale arrivavano grosse somme di denaro. Ma quei pagamenti non si sarebbero conclusi nel 1992 ma sarebbero proseguiti fino a dicembre 1994, quando Berlusconi non era solo un imprenditore ma Presidente del Consiglio.
Vi è la prova – scrivono i giudici – che Dell’Utri interloquiva con Berlusconi anche riguardo al denaro da versare ai mafiosi ancora nello stesso periodo temporale nel quale incontrava Mangano per le problematiche relative alle iniziative legislative che i mafiosi si attendevano dal governo”. “Ciò dimostra – si legge sempre nelle motivazioni della sentenza – che Dell’Utri informava Berlusconi dei suoi rapporti con i clan anche dopo l’insediamento del governo da lui presieduto, perché solo Berlusconi, da premier, avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo come quello tentato e riferirne a Dell’Utri per tranquillizzare i suoi interlocutori”.
Alla luce dell’antica amicizia, del ruolo di braccio destro negli affari fin dagli anni Settanta (prima nell’edilizia, poi nella pubblicità televisiva) e successivamente nella politica, la mancata citazione del nome di Marcello Dell’Utri nell’ultimo congresso è una di quelle mancanze che fanno rumore.
E’ il nome di Dell’Utri il grande assente. Un’assenza che manifesta l’ennesima ipocrisia e vigliaccheria di una casta giudaica che non vuole fare i conti con un pezzo del proprio passato.
Il 7 maggio 1999, in occasione di un altro congresso che anticipava sempre le europee, abbracciando Dell’Utri diceva a tutti: “Questo signore è un grande colpevole, ha una grande colpa, una grande responsabilità: senza di lui Forza Italia non esisterebbe“. Oggi, quello che può essere considerato come l’ideatore di Forza Italia, in grado di creare in pochi mesi il partito-azienda che ha conquistato e dominato il Paese per un ventennio, è scomparso dalla liturgia.
Ignorato, lasciato a se stesso a quella condanna in parte scontata in carcere ed oggi agli arresti domiciliari.
Addirittura apostrofato di “stupidità” nel suo agire, come avvenuto durante la testimonianza al processo Breakfast, in corso a Reggio Calabria quando, Silvio Berlusconi rispondendo alle domande sulla latitanza dell’ex senatore in Libano, ha definito quell’idea come di “una cosa di una stupidità assoluta” per poi aggiungere: “Non ho avuto comunicazione da Dell’Utri della sua volontà di andare a Beirut. Mi sembrava difficile attribuire a una volontà di fuga quella di andare in Libano per una persona che conosce la politica e la giustizia. Avrebbe dovuto sapere che c’è un trattato di estradizione. Tra l’altro si è fatto prendere in un albergo di lusso”.
Di certi “tradimenti” ed ingratitudini Marcello Dell’Utri dovrebbe prendere atto. Lo abbiamo già scritto in altre occasioni. L’ex politico di Forza Italia potrebbe mettere a frutto la propria intelligenza collaborando con la giustizia e dicendo tutta la verità su quella “mediazione” che ha condotto tra Cosa nostra ed il suo “amico di sempreSilvio Berlusconi. Spieghi i “reciproci vantaggi” che le due parti hanno avuto l’una dall’altra. Faccia i nomi dei capimafia con cui è entrato in contatto, con cui ha fatto affari e dai quali ha ricevuto i voti. Dica cosa si dissero i capi mafia, allora capitanati da Stefano Bontade, con l’allora imprenditore Silvio Berlusconi durante gli incontri accertati negli anni Settanta. E racconti quel che è avvenuto nei primi anni Novanta.
Dica all’autorità giudiziaria quello che sa sulla stagione delle stragi e sul patto Stato-mafia e sulle interlocuzioni al tempo della trattativa. La sua collaborazione con la magistratura non sarebbe solo un’occasione di ravvedimento evangelico (Dell’Utri è credente) ma anche una grande risposta che solleverebbe il nostro Paese da una piaga mortale, facendo luce su quel rapporto oscuro mafia-politica.
Anche per non restare con il “cerino in mano” mentre altri tornano, o sarebbe meglio dire continuano, ad essere protagonisti della vita politica del nostro Paese.
Un riscatto morale dell’ultimo secondo che metterebbe in imbarazzo intere generazioni politiche. Un atto di coraggio.
Coraggio che, nonostante gli innumerevoli scandali, non ha avuto il Capo dello Stato Sergio Mattarella, quando lo scorso anno ha ricevuto al Quirinale lo stesso Berlusconi come capo politico di Forza Italia per dire la sua sul nuovo governo che doveva nascere.
Coraggio che non ha avuto il nuovo segretario del Pd Nicola Zingaretti che, forse in imbarazzo per precedenti “patti del Nazareno” stretti da un suo predecessore (Matteo Renzi), non ha detto una parola sul passato del Cavaliere. Coraggio che sembra aver perso anche il Movimento Cinque Stelle, più impegnato a raccogliere i pezzi di se stesso e difendersi dal calo dei consensi dopo i risultati delle recenti amministrative. Dove è finita l’indignazione che uno dei suoi esponenti di punta, Alessandro Di Battista, esprimeva appena un anno fa, ad Arcore, mentre leggeva le motivazioni della sentenza Dell’Utri? Coraggio che non si è manifestato in tanti politici dell’antimafia che hanno perso un’occasione per ricordare come è nato il partito Forza Italia e, soprattutto, le vicende che hanno riguardato i suoi “padri fondatori” che sullo sfondo mostrano una storia di accordi, mediazioni e patti inconfessabili con la mafia. Una storia che non può essere più taciuta.

fonte: antimafiaduemila.com

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