‘Ndrangheta stragista, il pentito Nucera: ”Nel ’93 il Sisde voleva far evadere Riina”

Mafia-massoneria-politica e servizi, il collaboratore di giustizia racconta il “quarto livello”
di Aaron Pettinari

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Dal “quarto livello”, che unisce le mafie le massonerie ed i servizi deviati, al nuovo progetto politico dei primi anni Novanta; passando per l’organizzazione dell’omicidio del giudice Scopelliti ed il piano per far evadere Riina dal carcere già nell’estate del 1993. E’ un fiume in piena Pasquale Nucera, collaboratore di giustizia che quando ha iniziato a riempire verbali ha fatto trovare, al largo delle coste calabresi, la nave militare “Laura C”, affondata agli inizi del Novecento con all’interno tonnellate di tritolo utilizzato successivamente dalla stessa criminalità organizzata. Ieri è stato sentito davanti la Corte d’Assise di Reggio Calabria nel processo ‘Ndrangheta stragista, che vede imputati i boss Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, accusati degli attentati ai carabinieri in Calabria, inseriti all’interno di un ampio progetto di attacco allo Stato. Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, il teste ha spiegato che l’organizzazione criminale calabrese si divide in tre parti: la minore, la maggiore e quella criminale. “Nei vari livelli vengono date ulteriori doti – ha aggiunto Nucera – C’è lo Sgarro, la Santa, che è ancora più in alto, ed il Vangelo. Il Vangelo è un dono che viene dato a chi ha commesso anche un omicidio, ma anche a chi aveva contatti con il mondo massonico. Nel quarto livello, con la massoneria c’erano anche componenti di ‘Ndrangheta e di Cosa nostra. Io ero vicino a quella realtà, poi ho deciso di collaborare. Tuttavia conoscevo diverse persone vicine a quel mondo ed a Licio Gelli. Con lui ricordo un incontro a Roma per decidere l’assegnazione di un appalto delle Ferrovie, la realizzazione del doppio binario Reggio-Saline Joniche. Oltre a Gelli c’erano politici. Chi? Ricordo quello che hanno ammazzato poi davanti casa, Vico Ligato. Ma c’erano anche un politico cosentino e gente della Piana di Gioia Tauro. Io accompagnai qualcuno di cui non ricordo il nome”.

Il rapporto con la P2
Il teste, ha spiegato il rapporto che c’era con la loggia P2, ma che riguardava anche le altre massonerie deviate: “In ogni loggia della massoneria c’era un componente della ‘Ndrangheta, un uomo dei clan, E lo stesso succedeva nei Servizi. Praticamente si incorporava nella massoneria il santista di una locale. Era così che si controllavano i voti, i lavori pubblici, il riciclaggio, gli appalti, i posti di lavori, i grandi affari ed anche il narcotraffico. Se una cosca deve avere rapporti con il cartello colombiano o con i trafficanti in Libia non è che ci va un semplice camorrista, ma quello che della cosca è inserito nelle famose massonerie deviate. La massoneria ha usato molto la ‘Ndrangheta”. Nel racconto non sono mancati le incertezze tra “non ricordo” o “è possibile”, ma nella sostanza, anche grazie alle contestazioni del pm, sono stati confermati i verbali rilasciati all’inizio della sua collaborazione, oltre vent’anni fa.
Così ha riferito della riunione, a Villa San Giovanni, in cui si decise l’omicidio del giudice Scopelliti: “Parteciparono ‘ndranghetisti e pezzi della massoneria che avevano deciso di eliminarlo. C’era anche il commercialista di Riina, Mandalari. Mi hanno detto che c’era anche tale ‘Santoro’. Poi seppi che questi non era altri che il cognato di Riina, Bagarella. Lui lo conobbi anche in un’altra occasione. Diceva che dovevano uscire tanti padri di famiglia dalla galera e che c’era questo problema del maxi in corso in Cassazione”.
Parlando dei rapporti con i Siciliani il teste ha dichiarato che un suo parente, Turi Scriva, conosceva alcuni palermitani di Brancaccio, due fratelli, ed anche Tano Badalamenti. Inoltre ha riferito che, quando si trattava di curare gli affari in Nord Italia tra le varie locali ma anche con altri gruppi criminali, ci si rivolgeva alla cosiddetta “camera di passaggio”, “una sorta di ufficio che svolgeva funzioni di raccordo dei locali, una specie di cupola che comprendeva anche i siciliani”. Il teste ha anche ricordato un episodio in cui fu chiamato a Portofino e Santa Margherita Ligure, su incarico di Pepè Onorato, il quale gli aveva chiesto di capire cosa fosse successo. “C’era un tale Barreca di Gebbione che stava facendo caos e bisognava eliminarlo”. L’incarico arrivava dalla cosiddetta “camera di passaggio”.

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Giulio Andreotti in uno scatto del 1994 © Imagoeconomica

Il progetto politico
Nucera ha anche parlato di un disegno politico preciso che era stato pensato nei Primi anni Novanta: “‘Ndrangheta, Cosa nostra, le logge massoniche deviate, i servizi deviati sono inglobati in un unico progetto criminale. C’era l’idea di fare un partito politico dove mandare la gente al Governo. Venne fatta una riunione a Polsi e si accennò questo discorso. Come si chiamava? Il partito degli uomini. La Dc non riusciva a dare le stesse garanzie ma cambiava solo la pelle ed il nome, il progetto era lo stesso”. Dopo una contestazione del pm Lombardo in riferimento ad un verbale in cui parlava di Giulio Andreotti, il teste ha riferito: “Andreotti aveva un ruolo importante. Era la Democrazia cristiana e aveva rapporti con la Chiesa. Cosa nostra e ‘Ndrangheta erano arrivati talmente in alto che erano strategici anche per la politica. C’era un comitato d’affari che ad un certo punto si lega alla politica ed alla massoneria. Si occupavano di finanziamenti anche europei”. Il teste ha datato la riunione di Polsi nel settembre del 1991. Un periodo che richiama anche le famose riunioni di Enna, in Sicilia, dai contenuti molto simili. “A Polsi c’erano gli Zito, i Garonfalo, i Labate, gli Iamonte, qualcuno della Piana, dei Piromalli e uno della famiglia Rugolo. Vi era anche qualcuno di Roma, dei Servizi deviati, un tale Giovanni Di Stefano, faccendiere in collegamento con Milosevic. C’era uno stretto accordo con i mercenari per il passaggio di armi che arrivavano in Puglia, ma anche le sigarette, la cocaina o l’eroina. Il papavero veniva portato direttamente dalla Serbia e dal Montenegro per poi essere raggiante in Calabria, in Sicilia o al Nord Italia. E’ così che è stata aperta la Sacra Corona Unita dalla ‘Ndrangheta calabrese”. Nel corso di queste riunioni a Polsi Nucera ha anche confermato di aver visto Amedeo Matacena jr. Nucera ha anche detto di ricordare che la ‘Ndrangheta voleva uccidere anche il giudice Tuccio: “Volevano uccidere il Presidente e ho avvertito la Dda. Iamonte mi disse che il progetto dei fucili era stato abbandonato e bisognava fare com per Falcone”.

I Cavalieri della Croce di Malta
Nel corso della deposizione il pentito ha fatto riferimento anche alle logge templari legate al Vaticano (“Si tratta formalmente di associazioni benefiche, regolarmente iscritte in Prefettura”) ma vi sono anche altri tipi di massoneria. Tra i contatti che Nucera ha avuto con certi ambienti, mentre si trovava in Costa Azzurra, vi era anche quello con Vittorio Canale. “Io lo conobbi perché dormivo in un locale suo. Questi era membro dei cavalieri della Croce di Malta. Me lo disse quando lo vidi uscire una sera con il mantello e i paramenti. Fu lui a dirmi che era legato ai De Stefano e ai Libri. Io dovevo entrare in questa massoneria deviata, ma poi sono entrato in un altro ordine, di cui mio genero era padre fondatore”.

Piano di evasione per Riina
In un’occasione lo accompagnò persino ad un incontro in un hotel di Nizza, vicino Montecarlo, a cui parteciparono anche il figlio di Domenico Libri e alcuni soggetti dei servizi. “C’era questo uomo del Sisde, Broccoletti (l’ex direttore amministrativo del Sisde, allontanato nel 1991 dagli apparati di sicurezza e coinvolto nello scandalo dei fondi neri, ndr) e un agente libico. Questo era uno che vendeva il petrolio. Il Canale poi mi disse che Broccoletti e questo soggetto lo avevano incaricato di organizzare l’evasione di Riina dal carcere. E gli consegnarono anche una prima rata con un acconto di centomila dollari. Ma il totale era molto di più. A cosa servivano i soldi? Ad assoldare un gruppo di 20 mercenari e procurare un elicottero. Da quello che ricordo questi mercenari dovevano essere serbi. Perché io, che militavo con la legione straniera, ero già rientrato a Belgrado dopo la Guerra del Golfo. C’erano già contatti con questi mercenari”. Secondo il racconto del teste quel denaro fu “camuffato” facendolo passare, assieme ad altro denaro, ad una vincita del Casinò di Montecarlo.

Dossier Processo ‘Ndrangheta stragista

fonte: antimafiaduemila.com

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