Il professore Di Miceli e quelle strane telefonate nell’utenza intestata al boss

Il caso riportato su Sekret e Il Fatto Quotidiano
di AMDuemila

via damelio c imagoeconomica


Strane coincidenze sono quelle che il giornalista Marco Lillo, oggi sul Fatto Quotidiano e all’interno della trasmissione Sekret, della piattaforma Loft, ha messo in fila in un servizio.
Coincidenze che riguardano alcune telefonate che nel 1994 furono registrate dagli investigatori ma su cui, probabilmente, non si è compiuto il giusto accertamento. Quelle telefonate riguardavano il professore Pietro Di Miceli, un commercialista morto pochi anni fa che è stato anche consulente della sezione fallimentare di Palermo, che in quegli anni fu anche indagato per mafia (successivamente fu assolto).
Ebbene emergeva che Di Miceli non usava la propria utenza telefonica ma quella del boss mafioso di Brancaccio, Cesare Lupo. Non uno qualunque, ma colui che per lungo tempo è stato anche referente dei boss Giuseppe e Filippo Graviano a Brancaccio. Quelle intercettazioni finirono misteriosamente in un armadio degli uffici della Procura di Palermo. A far emergere il dato, assieme a Lillo, è stato il legale di Salvatore Borsellino, Fabio Repici, che dopo la lettura delle trascrizioni di quelle telefonate ha chiesto l’apertura di un’indagine: “Solo oggi scopriamo un fatto così sconvolgente. Paolo Borsellino si era interessato al ‘Corvo due’, l’esposto anonimo che citava Di Miceli poco prima di morire per mano del gruppo guidato da Giuseppe Graviano. Ci fu un sonno della ragione da parte degli investigatori. Dopo la sentenza Trattativa e dopo quella del Borsellino quater, è doveroso per i magistrati fare luce su quello che è accaduto allora con queste intercettazioni”.
Di questi fatti si occupa l’ottava puntata dello speciale “I Gravianos”, la serie sulla Trattativa Stato-Mafia, che si può vedere su www.iloft.it.

I fatti messi in fila
Per comprendere quel che avvenne bisogna iniziare dal principio quando, alla fine del 1994, i carabinieri del Nucleo Operativo di Palermo, guidati allora da Davide Bossone, iniziano ad intercettare, su delega dei pm Lorenzo Matassa e Luigi Patronaggio, Cesare Lupo, costruttore e poi braccio destro di Giuseppe Graviano.
Così, a partire dal primo novembre 1994, vengono registrate le conversazioni del cellulare della Immobiliare Building srl, con numero 0337/8906…. A quell’utenza, che sarebbe dovuta essere in uso a Lupo, però, si sente chiaramente la voce di Pietro Di Miceli.
Il suo non è un nome qualunque, come ha ricordato Repici. Infatti emergeva all’interno del cosiddetto anonimo “Corvo due”, un esposto di 8 pagine che fu inviato a molti giornalisti e magistrati. E, come scrive Lillo, Di Miceli, “era indicato come il protagonista della prima ‘Trattativa’ tra la politica e Cosa Nostra”, e come l’organizzatore di un incontro “nella Chiesa di San Giuseppe Jato, tra l’allora ministro della Dc Calogero Mannino e il capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina. L’incontro – sempre secondo l’anonimo – mirava a creare un nuovo ‘patto’ che sostituisse gli andreottiani e Lima con la sinistra Dc di cui Mannino era un esponente”. Quelle affermazioni dell’anonimo non furono mai riscontrate e sia Mannino che Di Miceli intentarono diverse cause (vinte, ndr) per diffamazione contro tutti coloro che diedero credito alle parole del “Corvo“.
Quel documento venne anche rivendicato, il 3 luglio 1992, con una telefonata all’Ansa dalla ‘Falange Armata’, la misteriosa sigla con cui in quegli anni venivano rivendicati stragi e delitti eccellenti. Una rivendicazione in cui si annunciavano anche “segnali forti, chiari, devastanti necessariamente si impongono”. Coincidenza vuole che il 19 luglio 1992 un’autobomba farà saltare in aria Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, lo stesso giudice a cui era stato assegnato il fascicolo d’indagine su quell’anonimo.
Lillo, nel suo articolo, ricorda proprio questo dato per poi approfondire la vicenda Di Miceli che nel frattempo fu travolto dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia che lo portarono ad essere indagato per mafia sia a Palermo, con i magistrati Luigi Croce e Nino Napoli, che a Caltanissetta, con i pm Fausto Cardella e Ilda Boccassini. Quell’indagine, scrive Lillo, “fu chiusa dai pm Maurizio Della Lucia e Michele Prestipino, perché non si trovarono riscontri. L’inchiesta ripartì a Caltanissetta e fu chiusa con la sentenza del giudice Paolo Fiore nel 2006“.
Secondo i giudici, nonostante le dichiarazioni dei pentiti, non vi erano prove che Di Miceli avesse aiutato Cosa Nostra ed infatti scrivevano che “non sia ravvisabile la condotta di partecipazione nell’organismo criminale che costituisce elemento costitutivo del delitto di associazione mafiosa”. La figura di Di Miceli risulterà aver contatti importanti come l’ex ministro degli Interni Mancino o l’ex ministro Cesare Previti, prima che venisse nominato ministro della Difesa. Quando venne aperta l’indagine sul suo conto a difenderlo intervennero anche personaggi importanti come il cognato di Giovanni Falcone, Alberto Cambiano, titolare dell’Italnautica, e Pina Maisano Grassi, la vedova dell’imprenditore che aveva denunciato il pizzo e che fu ucciso dalla mafia. La situazione divenne ancora più incandescente quando i magistrati palermitani scoprirono un fax dove vi era una richiesta di raccomandazione a Di Miceli per promuovere un ispettore inviato a Palermo per controllare il Tribunale. Fu un vero e proprio terremoto con tanto di invio degli ispettori del Ministero in Procura.

Ma qual era l’intercettazione che vedeva coinvolto Di Miceli nell’utilizzo dell’utenza di Lupo? Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidianola segretaria di un ministro del governo Berlusconi chiama, sul numero di Lupo, il commercialista il 7 dicembre 1994 e gli dice: ‘Le fa piacere sapere che il ministro ha cambiato idea e mi ha nominato capo della segreteria? (…) quindi non mi troverà più lì a via Buoncompagni ma sarò direttamente dal ministro. Venerdì vado a prendere possesso’“. Quella telefonata sarà allegata nella richiesta ai pm di estendere le intercettazioni in tutta Italia dell’utenza di Lupo. Una richiesta datata 15 dicembre. Una richiesta che sarà accolta il 24 dicembre dal Gip. In quella documentazione la stessa viene riportata come una telefonata tra una segretaria ignota ed un “Noto soggetto“. Poi, il 28 gennaio 1995, la stessa telefonata verrà trascritta dai carabinieri con il nome ed il cognome dell’interlocutore, ovvero Pietro di Miceli. Il Fatto fa sapere di aver chiesto a tutti i soggetti che si sono occupati della vicenda ulteriori spiegazioni ma nessuno ha detto di ricordare bene cosa sia avvenuto. In base alla ricostruzione del quotidiano il 15 febbraio 1995 Luigi Patronaggio rivolse delle domande a Lupo, in carcere, su quel telefonino. E Lupo rispose di avere usato il numero 0337/8906… con tre apparecchi diversi. Per poi aggiungere: “Il cellulare è stato usato esclusivamente da me o da membri della mia famiglia. Conosco il commercialista Pietro Miceli e non già tale Pietro Di Miceli. Il predetto Miceli Pietro è il commercialista della mia azienda sin dalla costituzione. Non ho mai prestato il telefono a Pietro Miceli e che io sappia non è coinvolto in inchieste sulla massoneria”.
Questione di omonimia? Se si tiene conto di quanto fu scritto dagli investigatori non sembrerebbe, tuttavia la pista sulla telefonata e quel cellulare non ebbe successivi sviluppi. Dopo 24 anni si torna a chiedere il motivo.

fonte: antimafiaduemila.com

Foto © Imagoeconomica

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