Il ministro Costa contro gli inceneritori, ma tutta l’economia circolare è a rischio stop

La carenza di impianti nazionali per gestire rifiuti lungo tutta la filiera è sempre più acuta, e nel mentre le norme sull’end of waste ancora non si vedono

Non solo trivelle: intervenendo da Pescara per la campagna elettorale della candidata M5S alle regionali abruzzesi, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa spara a zero anche sugli inceneritori. Secondo il ministro «non è ideologia essere contro i termovalorizzatori, ma l’esatto contrario. Non è economico. Questa non è ideologia, ma economia verde, che è più conveniente di quell’altra economia. L’ho chiesto anche a Confindustria: sono rimasti tutti zitti. Se per costruire un inceneritore ci vogliono 7 anni e per arrivare all’ammortamento altri 20, vuol dire che quell’impianto va a regime dopo 27 anni – continua Costa – E allora siccome abbiamo stabilito che entro dieci anni in questo Paese dobbiamo arrivare ad avere un residuo di rifiuti indifferenziati del 10%, mi chiedo cosa daremo da mangiare a questi termovalorizzatori».

Sarà il clima sovraeccitato da evento elettorale in cui sono state rese le dichiarazioni, ma dalle posizioni espresse al ministro Costa sembra trasparire un po’ di confusione. A partire dal quel citato «10%», che non è ben chiaro a cosa si riferisca. L’ultimo pacchetto normativo sull’economia circolare approvato dall’Ue – che peraltro guarda soltanto ai rifiuti urbani (oltre 30 mln di ton/anno in Italia), lasciando fuori i rifiuti speciali (oltre 130 mln di ton/anno in Italia) – prevede che entro il 2035 venga conferito un massimo del 10% di rifiuti urbani in discarica (il 65% dovrà essere avviato a riciclo, se ne deduce così che per il 25% rimanente c’è il recupero energetico).

Se questo è l’obiettivo, in Europa ci sono già molti Paesi che l’hanno raggiunto, mentre l’Italia sotterra ancora circa il 25% dei propri rifiuti urbani: già da anni Paesi come Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Olanda e Svezia inviano praticamente alcun rifiuto in discarica, unendo ad alti tassi di riciclo alti tassi di recupero di energia da rifiuti, come nel caso della termovalorizzazione. Qualche esempio? Se in un anno (2016, dati Ispra) l’Italia incenerisce 97 kg di rifiuti urbani procapite, in Austria sono 212, in Belgio 188, in Danimarca 398, in Germania 195, in Olanda 236, in Svezia 223. E in nessuno di questi Paesi si assiste a emergenze sanitarie e/o ambientali legate alla termovalorizzazione.

Non sembra neanche ci sia un problema di economicità degli impianti, in quanto Confidustria coglie l’occasione per rispondere al ministro ribadendo «l’importanza di creare un ciclo virtuoso e integrato dei rifiuti, all’interno del quale sono necessari anche i termovalorizzatori. La nostra valutazione è supportata da analisi tecniche, economiche e scientifiche contenute nel rapporto “Il ruolo dell’industria italiana nell’economia circolare” trasmesso anche al ministero dell’Ambiente. Il Paese deve rafforzare la sua capacità impiantistica, sia per il riciclo dei rifiuti, sia per quanto riguarda il recupero di energia dagli stessi, attraverso i termovalorizzatori. In particolare abbiamo già avuto modo di ribadire più volte che per quei rifiuti che non si possono recuperare sotto forma di materia e che rischiano di non trovare più spazio in discarica dobbiamo realizzare i termovalorizzatori. Lavorare nella direzione dell’integrazione è la strada per assicurare la tutela dell’ambiente e dell’igiene pubblica e la normalità dei costi, che al momento penalizzano sia le famiglie sia le imprese rispetto al resto d’Europa».

Il problema sembra semmai tutto italiano, con la gestione dei rifiuti che incontra ostacoli ad ogni step, dalla prevenzione agli insufficienti impianti lungo tutta la filiera del recupero e dello smaltimento. L’ultimo esempio in ordine cronologico arriva dal Veneto del “modello Treviso” portato spesso ad esempio dal M5S, nonostante l’efficiente gestore dei rifiuti locali – Contarina spa – abbia trattato nel solo 2017 24.317 tonnellate di rifiuto secco non riciclabile indirizzandolo in un impianto finalizzato alla produzione di Css (Combustibile solido secondario), che alimenta cementifici, acciaierie, centrali termoelettriche, termovalorizzatori. Come documenta oggi il Sole 24 Ore, anche il Veneto non sa più dove trattare i propri rifiuti – nella fattispecie quelli speciali – per mancanza di impianti.

Non va meglio sul fronte del riciclo, in quanto a livello nazionale la normativa necessaria per stabilire quando un rifiuto torna prodotto spendibile sul mercato al termine di un processo di recupero non c’è. Sull’end of waste «probabilmente non è ancora stata trovata la quadra parlamentare per pronunciarsi in termini legislativi», conferma oggi sempre il ministro dell’Ambiente, lo stesso che il novembre scorso aveva assicurato agli imprenditori di settore di dover aspettare solo «passaggi tecnici» per il varo della norma. Passano i mesi e gli anni, ma il refrain non cambia: per l’economia circolare italiana tanti applausi, ma pochissimi fatti.

fonte: greenreport.it

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