Ue, cosa cambia con lo stop alla plastica monouso previsto dal 2021

Le istituzioni europee hanno trovato un accordo per combattere i rifiuti marini, ma occorre un approccio più complesso e incentivi al riciclo

Il Consiglio e il Parlamento europeo hanno raggiunto ieri un accordo che va a colpire diversi prodotti di plastica monouso, ritenuti i principali responsabili dell’inquinamento marino: a partire dal 2021 saranno banditi dall’Ue alcuni prodotti in plastica usa e getta per i quali esistono alternative biodegradabili, ovvero posate di plastica (forchette, coltelli, cucchiai e bacchette), piatti di plastica, cannucce di plastica,  cotton fioc, contenitori in plastica e contenitori per alimenti, coppe in polistirene espanso.

Secondo i dati raccolti dall’Ue oltre l’80% dei rifiuti marini sono di plastica, e i prodotti coperti da queste restrizioni costituiscono il 70% di tutti gli elementi di rifiuti marini. «I cittadini – commenta l’eurodeputato Frédérique Ries (ALDE, BE) – si aspettano solo una cosa dall’Unione europea, che adotti una direttiva ambiziosa nei confronti delle materie plastiche usa e getta responsabili dell’asfissia dei mari e degli oceani. Tale accordo è stato adottato: questo ridurrà la bolletta dei danni ambientali di 22 miliardi di euro, il costo stimato dell’inquinamento da plastica in Europa fino al 2030».

Per raggiungere davvero l’obiettivo sarà però necessario implementare un approccio più complesso. Sebbene quella della bioplastica sia una fiorente industria green (e dove l’Italia vanta già una posizione di leadership), usare i suoi prodotti come semplici sostituti di quelli in plastica tradizionale non basta per risolvere il problema dei rifiuti marini. Anzi: «Etichettare un prodotto come biodegradabile può essere visto come una soluzione tecnica che rimuove la responsabilità dell’individuo», avvisavano già tre anni fa dall’Onu, e l’anno scorso la multinazionale italiana Novamont – campionessa nel settore delle bioplastiche – ha confermato che è bene non alimentare facili illusioni. La misura fondamentale per combattere l’inquinamento marino da plastica – spiegava un anno fa Christophe De Boissoudy, responsabile di Novamont France – sta nella «corretta gestione dei rifiuti a terra», mentre «l’idea di risolvere il problema della dispersione incontrollata delle plastiche con la sostituzione con plastiche biodegradabili è infondata». Certo un avvicendamento tra plastica tradizionale e bioplastica può aiutare, ma all’interno di un quadro più ampio.

La produzione di plastica (o meglio, di plastiche) nel mondo è schizzata da 1,5 milioni di tonnellate nel 1950 alle 322 milioni di tonnellate del 2015; ancora oggi si stima però che il 95% del valore dei materiali usati per realizzare imballaggi di plastica si perda nell’economia dopo un ciclo di primo utilizzo molto breve. È dunque ovvio come ci sia ancora molto da fare per rafforzare la circolarità di questa fetta d’economia, anche in Europa: nel Vecchio continente la termovalorizzazione è il modo più usato per gestire i rifiuti di plastica, seguito dallo smaltimento in discarica, e anche in Italia (secondo i dati Corepla riferiti al 2016) su 960mila tonnellate di rifiuti da imballaggio raccolte in modo differenziato, solo 550mila sono poi avviate a riciclo.

«Metà della plastica raccolta per il riciclaggio – spiegano dall’Europarlamento – viene esportata per essere trattata nei paesi al di fuori dell’Ue. I motivi per cui viene esportata includono la mancanza di strutture, di tecnologia o di risorse finanziarie adeguate a trattare localmente i rifiuti. In passato una fetta significativa dei rifiuti di plastica esportati veniva spedita in Cina, ma di recente il paese ha bloccato l’importazione di rifiuti di plastica. È quindi diventato un’urgenza trovare altre soluzioni».

Ad oggi per l’Europarlamento «il problema maggiore che ostacola il riciclaggio della plastica riguarda la qualità e il prezzo dei prodotti riciclati, se paragonati con quelli dei prodotti nuovi di zecca». La diversità dei materiali di plastica grezzi complica ulteriormente i processi di riciclo, mentre la produzione deve rispondere a specifiche di controllo molto severe e il prezzo deve restare competitivo. Si tratta di un risultato difficile da raggiungere, e «di conseguenza la domanda per la plastica riciclata ammonta a solo il 6% di quella complessiva per la plastica in Europa». Come rimediare?

La Commissione Ue a gennaio ha presentato una nuova strategia con la quale si richiede che tutti i rifiuti di imballaggi in plastica siano riciclabili entro il 2030, tuttavia gli eurodeputati «sottolineano il bisogno di creare delle misure che possano incentivare il mercato all’uso della plastica riciclata». Nella scorsa legge di Bilancio, per la prima volta l’Italia aveva mosso un (pur timido) primo passo in questa direzione, confezionando un credito d’imposta per l’acquisto di prodotti e arredi derivanti dal plasmix (le frazioni plastiche più difficili da riciclare), prevedendo tre milioni di euro da stanziare allo scopo in tre anni. Nel mentre 12 mesi sono già passati, ma i decreti attuativi necessari per dare corpo a quella misura, introdotta da un emendamento che vede come primo firmatario Stefano Vignaroli (M5S), oggi esponente della maggioranza e presidente della commissione Ecomafie, ancora non ci sono. Alla prova dei fatti il “Governo del cambiamento” su questo punto ha cambiato molto poco.

fonte: greenreport.it

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