Le divise dei morti ammazzati, le divise dei condannati

di Saverio Lodato

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Sono talmente tante le vittime di mafia, o di Stato (che è lo stesso), che si può dire non ci sia settimana del calendario che non obblighi a una mesta cerimonia, al puntuale ricordo di un anniversario, alla sottolineatura a posteriori di una strage o di un delitto eccellente, con codazzo di altre vittime, che indossavano una divisa o abiti civili, poco importa. Nomi illustri tornano così per un attimo alla ribalta delle cronache, con foto d’accompagnamento, con l’ultima dichiarazione del familiare che – sacrosantamente – non ha alcuna volontà di dimenticare, tacere, rinunciare a tenere vivo il ricordo di un esempio per la collettività che – altrimenti – andrebbe disperso.
La nostra estate, l’estate palermitana – ché qualcuno, forse calcando bonariamente la mano, ma cogliendo nel vero, disse che la mafia uccide “solo d’estate” – è infarcita di anniversari di sangue: Ninni Cassarà e Beppe Montana, Libero Grassi, Gaetano Costa e Paolo Borsellino, e Paolo Giaccone, e Boris Giuliano, Dalla Chiesa, Rocco Chinnici… e altrettanti, se non di più, che furono assassinati in inverno, in autunno e in primavera.
Ci sono modi e modi per ricordare chi è caduto. E molto spesso, all’interno delle stesse famiglie, si colgono le differenze, le difformità di opinioni, parziali riconoscimenti per quanto è stato scoperto processualmente o aspettative ancora intatte sul futuro delle indagini; totale ripudio della politica e dei politici, che sempre a parole vollero fare la lotta alla mafia, molto più raramente con gesti efficaci e atti coerenti; o invece la speranza di chi, scendendo personalmente in politica, si augura che le cose possano volgere al meglio. E’ giusto che sia così, non essendoci la ricetta ideale per il ricordo del proprio defunto il cui patrimonio però – e questo nessuno dovrebbe mai dimenticarlo – appartiene a tutti.
In linea di massima va detto, anche se c’è qualche eccezione, che la stragrande maggioranza degli esecutori materiali di quei delitti eccellenti è stata consegnata alla giustizia. Gli ergastoli si sono abbattuti a valanga su capi mafia, soldati o picciotti che fossero, a conclusione di un vaglio, durato a volte anni e anni, e che ha visto coinvolti decine e decine di giudici di ogni grado. Insomma: nessuno di quei carnefici può gridare allo scambio di persona.
Eppure, nonostante tutto, si avverte ancora, a decenni di distanza, la presenza di un macigno mai rimosso.
Eppure, quando il familiare parla nel giorno dell’anniversario del suo caro, indipendentemente da quale sia la sua scelta nel ricordare, si avverte l’esistenza di un “non detto”: la condanna dei carnefici non è stata sufficiente a lenire il dolore.
Si intuisce, si sa, si capisce che c’è dell’altro.
Ed è questa maledetta ombra dei Mandanti, sfiorati, intravisti, mai incastrati sino in fondo dalle indagini, che non consente a nessuno di affermare che tutti i colpevoli hanno pagato tutto quello che c’era da pagare.
Perché quei morti non furono per caso.
Perché quei morti si ritrovarono tutti, più o meno consapevolmente, dentro il Grande Gioco del quale ebbe modo di parlare Falcone.
Erano figure di funzionari dello Stato a tutto tondo, molto prima di cadere assassinati. Grandi figure, non figurine. E faremmo loro torto se riducessimo la loro tragica fine al capriccio di un malavitoso qualunque.
Ora fa specie, anche se giornali e tv cercano di stendere su questa notizia un penoso sudario, che carabinieri d’eccellenza e di reparti d’eccellenza, siano stati condannati da una Corte d’Assise a pene pesantissime per una Trattativa proprio fra lo Stato e quella Mafia che insanguinò le strade di Palermo e di tutt’Italia. I condannati indossavano una divisa.
E una divisa la indossavano anche quelli che caddero d’estate, e non solo d’estate.
Sarà anche per questo che, nei giorni degli anniversari, si avverte sempre quel retrogusto amaro del “non detto”.

saverio.lodato@virgilio.it

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