Perché ad Antonio Ingroia (e non solo) la scorta non va tolta

L’ex pm in pericolo di vita
di Giorgio Bongiovanni

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La notizia della scorta tolta all’ex pm Antonio Ingroia e le parole dette dal ministro degli Interni Matteo Salvini sulle verifiche da effettuare sulla necessità di tutela per lo scrittore Roberto Saviano, hanno riaperto il dibattito su un tema centrale.
In Italia sono circa 800 le persone a cui è stata assegnata una scorta. Ci sono magistrati, politici, avvocati, testimoni di giustizia, giornalisti e così via. L’organo competente a valutare se ad un soggetto debba essere assegnata una tutela è l’Ucis, l’ufficio centrale interforze per la sicurezza, in concerto con le Prefetture di riferimento. Certo è che anche i ministeri possono dare un input politico sulle tutele e può avere anche una sua legittimità la valutazione dei singoli casi per le assegnazioni delle scorte. Tuttavia sarebbe grave se il ragionamento sul mantenimento o meno di una tutela fosse impostato sulla burocrazia del risparmio, senza valutare i reali rischi che si possono correre, in particolare quando a minacciare o condannare a morte sono le organizzazioni criminali come Cosa nostra, Camorra, ‘Ndrangheta o Sacra Corona Unita. La mafia, è dimostrato nelle sue azioni, “non dimentica” quelli che sono gli “obiettivi” da eliminare.
E non si può scordare che nel recente passato ci sono state prove di vere e proprie condanne a morte espresse dalla mafia, addirittura dal capo dei capi Totò Riina (oggi deceduto), nei confronti del sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo (a cui è stata giustamente assegnata una scorta di primo livello con tanto di “bomb jammer”, seppur dopo un lunghissimo tira e molla) e di don Luigi Ciotti.
Sempre Riina, in carcere durante il passeggio con il boss pugliese Alberto Lorusso diceva: “Questo prete è una stampa e una figura che somiglia a padre Puglisi, Ciotti, Ciotti, putissimu pure ammazzarlo”.
A Di Matteo, invece, voleva far fare “la fine del tonno”.
Lo scorso gennaio, in alcune intercettazioni dell’operazione “Montagna” che aveva disarticolato i vertici della mafia agrigentina, un soggetto della famiglia di San Biagio Platani, conversando con un allevatore del posto, parlava del testimone di giustizia Ignazio Cutrò. Addirittura arrivando a dire: “Appena lo Stato si stanca… che gli toglie la scorta poi vedi che poi…”.
Nonostante questo a Cutrò, il Ministero dell’Interno di allora aveva assegnato una scorta di quarto livello (una macchina non blindata) revocando la tutela ai familiari. Oggi lui stesso ha rinunciato alla tutela in quanto ritiene inaccettabile che la sua famiglia possa vivere in una situazione di pericolo.
E poi ancora lo scorso aprile abbiamo letto le intercettazioni di alcuni boss del clan catanese dei Capello, su richiesta del boss siracusano Salvatore Giuliano, che “stava per organizzare un’eclatante azione omicidiaria”per “eliminare lo scomodo giornalista” Paolo Borrometi.
Infine c’è stata l’esplosione del “caso Ingroia”. Come ANTIMAFADuemila abbiamo subito aderito alla petizione lanciata da Scorta Civica affinché il nuovo Governo ripristini al più presto la scorta all’ex magistrato ed oggi avvocato. La sua storia spiega chiaramente i motivi per cui è assurda la decisione presa dal precedente ministro degli Interni e, fino ad oggi, confermata dal ministro Matteo Salvini. Senza considerare che anche nel recente passato non sono mancate minacce ed intimidazioni. Totò Riina lo definiva come “Il Re dei cornuti” mentre il collaboratore di giustizia, Carmelo D’Amico, ha raccontato che tra gli obiettivi di Cosa nostra vi era quello di colpire il dottor Di Matteo ed anche Antonio Ingroia.
Oggi Ingroia è un avvocato, ma questo non significa che il rischio per la sua vita sia minore. Al contrario. Ora che è privo di tutela può diventare un bersaglio alla portata di
qualsiasi “balordo di quartiere” in grado di colpire anche su commissione, magari in cambio della promessa di un mantenimento per la famiglia. Sarebbe difficile per gli inquirenti dimostrare che dietro vi possa essere la mafia e al contempo i mafiosi (e non solo) avrebbero compiuto la loro vendetta.
Perché la mafia sa aspettare. Minaccia, lancia messaggi chiari e poi aspetta l’isolamento del personaggio pubblico da uccidere. Sia esso un “isolamento civile” o “militare” con la scorta che viene tolta senza una logica motivazione.
Antonio Ingroia è stato un magistrato importante che ha compiuto indagini di primissimo piano contro il potere. L’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia è stata solo l’ultimo capitolo della sua attività alla Procura di Palermo. Un governo serio, che dice di voler contrastare la mafia, la corruzione e il malaffare, ha il dovere di dare un segnale politico anche in questo campo. Ogni giorno perso ci fa pensare che quello pentastellato-leghista non sia altro che un governo del (non) cambiamento.

Foto © Imagoeconomica

fonte:antimafiaduemila.com

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