Sta per esplodere la bolla del carbonio dei combustibili fossili?

La domanda di combustibili fossili diminuirà nel prossimo futuro, con importanti conseguenze macroeconomiche e geopolitiche

Il nuovo studio “Macroeconomic impact of stranded fossil-fuel assets”, pubblicato su Nature Climate Change dimostra che la fine dell’industria dei combustibili fossili avrà profonde conseguenze economiche e geopolitiche, visto che la bolla del carbonio – gonfiata anche dalle politiche negazionisti che ed eco-scettiche di Donald Trump – è pronta a esplodere.

Basandosi su tecniche di modellazione all’avanguardia, i ricercatori olandesi della Radboud University, britannici dell’università di Cambridge (Cambridge centre for environment, energy and natural resource governance – C-Eenrg), Cambridge Econometrics, The Open University  e dell’università di Macao dmostrano che « Nel prossimo futuro il consumo di combustibili fossili rallenterà o diminuirà, come risultato del continuo cambiamento tecnologico, potenzialmente aggravato dalle nuove politiche climatiche». In questa transizione ci saranno vincitori, importatori come la Cina e l’Unione europea, e perdenti, gli esportatori come la Russia, gli Usa o il Canada, che potrebbero vedere praticamente chiudere le loro industrie dei combustibili fossili.  I ricercatori sono convinti che «Se questi Paesi manterranno i loro livelli di investimento e produzione nonostante la diminuzione della domanda, la perdita di ricchezza globale potrebbe essere enorme: 1- 4 trilioni di dollari, una perdita paragonabile a quella che ha scatenato la crisi finanziaria nel 2007».  Inoltre, gli Stati Uniti non potrebbero tirarsi low-carbon  fuori dalla transizione perché per loro sarebbe ancora peggio. »La politica climatica globale non è quindi più il gioco del “prisoner’s dilemma”», dicono i ricercatori del dipartimento di scienze ambientali della Radboud University.

Alcune delle più importanti economie del mondo molto affidamento sulla produzione e sulle esportazioni di combustibili fossili e, come fa notare lo studio, « Il prezzo delle azioni delle compagnie di combustibili fossili è calcolato partendo dal presupposto che tutte le riserve di combustibili fossili saranno consumate. Ma farlo sarebbe incoerente con il limitato carbon budget  fissato nell’Accordo di Parigi del 2015 , che limita l’aumento della temperatura media globale “ben al di sotto dei 2° C rispetto ai livelli preindustriali”». Finora, questa prospettiva non ha scoraggiato i continui investimenti nei combustibili fossili perché molti ritengono che le politiche climatiche non verranno adottate, almeno non nel prossimo futuro. Ma i ricercatori dimostrano nel nuovo studio  che «Il continuo cambiamento tecnologico, da solo e anche senza nuove politiche climatiche, sta già riducendo la crescita della domanda globale dei combustibili fossili, che potrebbe raggiungere il picco nel prossimo futuro. Le nuove politiche climatiche non farebbero che aggravare l’impatto. Il continuo investimento nei combustibili fossili sta quindi creando una pericolosa “bolla di carbonio” che potrebbe esplodere, con enormi conseguenze economiche e geopolitiche».

Il team di scienziati ha previsto il declino della domanda di combustibili fossili utilizzando nuove tecniche di modellizzazione che monitorano la diffusione di tecnologie low-carbon sulla base di dati empirici e fa alcuni esempi come le tecnologie per produrre energia, le auto e e abitazioni che diventano più efficienti e quindi diminuisce l’utilizzo di combustibili fossili. Poi i ricercatori hanno cercato di capire cosa significherà questa rivoluzione tecnologica in atto per le economie nazionali, visto che «alcune economie perdono un’importante industria (principalmente a causa della perdita di competitività), mentre altre economie si liberano di spese e e dalle importazioni di combustibili fossili ad alto consumo».

Il principale autore dello studio, Jean-Francois Mercure della Radboud University e del C-Eenrg, sottolinea che «Questo significa che entro il 2035 la crescita del prodotto interno lordo (Pil) sarà influenzata negativamente nei Paesi produttori (ad esempio Usa, Russia), mentre sarà influenzata positivamente nei paesi importatori (ad esempio Ue, Cina)».

Gli scienziati hanno anche sviluppato un modello di cosa succederà negli Usa dopo che l’Amministrazione di Donald Trump ha deciso di uscire dall’Accordo di Parigi e di continuare nelle risorse dei combustibili fossili invece di diversificare e disinvestire da carbone, petrolio e gas e l’analisi dimostra che il Pil Usa «Si ridurrebbe ulteriormente». Mercure chiarisce questo punto: «Con una diminuzione della domanda globale di combustibili fossili, la produzione di combustibili fossili negli Stati Uniti sta diventando non competitiva e potrebbe chiudere. Se gli Stati Uniti rimangono nell’accordo di Parigi, promuoveranno nuove low-carbon e ridurranno il consumo di combustibili fossili, creando posti di lavoro e mitigando la perdita di reddito, nonostante la perdita dell’industria dei combustibili fossili. Se dovessero uscire, perderanno comunque la loro industria dei combustibili fossili, ma non promuovendo tecnologie low-carbon, perderanno l’opportunità di creare di posti di lavoro, mentre, non riducendo il consumo nazionale di combustibili fossili,  aumenteranno le loro importazioni di combustibili fossili.  Quindi, se gli Usa si ritirano, il risultato è peggiore».

I risultati dello studio sostengono l’ipotesi di una bolla del carbonio che, «se non deflazionata in anticipo, potrebbe portare a una perdita di ricchezza globale tra gli 1 e i 4 trilioni di dollari, una perdita paragonabile a quella che ha scatenato la crisi finanziaria del 2007». e Mercure avverte che «Se i Paesi continuano a investire in attrezzature per la ricerca, l’estrazione, la lavorazione e il trasporto di combustibili fossili, anche se la loro domanda diminuisce, finiranno per perdere denaro in questi investimenti al top delle loro perdite a causa delle esportazioni limitate. I Paesi dovrebbero invece sgonfiare accuratamente la bolla del carbonio attraverso investimenti in una varietà di industrie e con un disinvestimento costante. Il modo in cui ciò viene fatto determinerà l’impatto sul settore finanziario della transizione low-carbon in corso».

Quel che emerge con forza dallo studio è che «Il processo di transizione verso un’economia a low-carbon  sta diventando inevitabile, poiché le politiche a sostegno di questo cambiamento sono state sviluppate e attuate gradualmente per qualche tempo». I nuovi standard di efficienza comportano che facciamo di più con la stessa quantità di energia, poiché le tecnologie meno recenti e meno efficienti vengono gradualmente eliminate. La transizione è quindi irreversibile; tuttavia il suo ritmo può variare a seconda se e in che modo vengono implementate nuove politiche climatiche»”.

Secondo gli scienziati, «Un ulteriore danno economico derivante da una potenziale esplosione di bolle potrebbe essere evitato de carbonizzando al più presto«.

Mercure conclude: «Il disinvestimento è una cosa prudenziale da fare. Dovremmo guardare attentamente dove stiamo investendo i nostri soldi. Ad esempio, molte compagnie, fondi pensione e altre istituzioni investono attualmente in fossil-fuel assets. Fino ad ora, gli osservatori hanno prestato attenzione principalmente alla probabile efficacia delle politiche climatiche, ma non alla transizione tecnologica in corso e davvero irreversibile. Questo livello di “distruzione creativa” sembra ormai inevitabile e deve essere gestito con attenzione».

fonte: greenreport.it

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