Trattativa, Tartaglia: ”Modus operandi Mori da sempre oltre o contro le regole”

di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
Uno come Mario Mori (in foto) può mai avere fatto questa trattativa occulta? Tenendo conto del suo “modus operandi che è stato, da sempre e per sempre, o “Oltre” o “Contro” le leggi e le regole”, secondo i pm di Palermo che stanno tenendo la requisitoria al processo trattativa Stato mafia, la risposta al quesito è affermativa.
Contro le leggi Mori “lo è stato quando era ufficiale di polizia giudiziaria ed anche venti anni prima, quando era nei Servizi segreti al Sid – dice Roberto TartagliaAnche in quel frangente, nei primi anni Settanta, è andato pesantemente contro le regole proprio con i due fratelli Ghiron, uno dei quali lo ritroviamo quando Vito Ciancimino deve chiedere il passaporto. Una trattativa che aveva la richiesta di un sostegno politico e mandanti politici per la conservazione del potere. Una trattativa per cui servivano gli uomini delle operazioni occulte, come Ghiron. Uomini che venti anni prima avevano lavorato per Mori in maniera occulta. Non solo nel torbido ma anche nell’illecito”. E’ dedicata all’oscuro passato del generale, imputato per attentato a Corpo politico dello Stato, l’ultima parte della discussione odierna. Una ricostruzione che si basa soprattutto facendo riferimento alla deposizione del colonnello Giraudo che nel corso della sua carriera si è sempre occupato di certe vicende, indagando su terrorismo nero, massonerie deviate e servizi di sicurezza. “E’ grazie alle sue indagini e a quelle dei colleghi se c’è una sentenza sulla strategia della tensione degli anni Settanta, quella di Piazza della Loggia – evidenzia il sostituto procuratore – Un’indagine, quella condotta da questo ufficio, che ha portato a risultati inimmaginabili”.

Mori-Amici
Secondo la ricostruzione del pm la prima “anomalia” si ha quando Mori assume il comando di una Compagnia del IV Battaglione carabinieri di Padova, per poi essere destinato alla tenenza di Villafranca di Verona, nel 1969 (l’anno della strage di Piazza Fontana e prima del Golpe Borghese), sempre come comandante. “In quella tenenza – sottolinea Tartaglia – lui ha l’assegnazione del comando Ftase (Comando delle forze terrestri alleate del Sud Europa) e gli viene affidato il Nos al massimo livello (nulla osta di segretezza, il documento che attesta che un soggetto, sia esso militare o civile, ha le credenziali di sicurezza per svolgere determinate funzioni, tra cui l’analisi e la visione dei documenti coperti di segreto militare). Giraudo disse che mai era stato riconosciuto ad un giovane carabinieri come era Mori all’epoca”.
Successivamente Mori entrerà a far parte del Sid (Servizio Informazioni difesa, ex Sismi, attuale Aise, ndr), fortemente voluto da Vito Miceli e Federico Marzollo. “Appena arriva al Sid – prosegue Tartaglia – le sue mansioni sono tutt’altro che amministrative. Sono mansioni operative. Abbiamo trovato anche la concessione di un encomio solenne per le attività di Mori contro il terrorismo palestinese nel ‘73. Ai Servizi abbiamo trovata anche la patente di copertura di Mori per le operazioni in servizio. La patente è di Giancarlo Amici”.

Il rapporto con Ghiron
Secondo l’accusa Mori ha usato come fonti confidenziali due persone come Giorgio e Gianfranco Ghiron. Il primo è l’avvocato coinvolto nel 1992 nella questione “passaporto” per Vito Ciancimino. A testimonianza del rapporto tra Mori ed i Ghiron c’è un verbale del 1975 in cui Gianfranco Ghiron rispose alle domande del giudice istruttore di Brescia che stava indagando sull’estremismo di destra un anno dopo la bomba di piazza della Loggia. Ghiron allora parlava di una fonte, Amedeo Vecchiotti, nome in codice “Piero”, estremista di destra che si trovava in carcere. E Ghiron avrebbe messo in contatto quest’ultimo con Mori. “E’ una relazione di carattere occulto, strana – continua il pm – Giorgio e Gianfranco Ghiron lavoravano con i Servizi italiani e non da anni e non c’era motivo per non scriverlo. Ma questa era un’attività clandestina. Che prosegue con Giorgio Ghiron anche dopo che Mori viene cacciato dai Servizi”.

La Rosa dei Venti
Il pm, proseguendo la discussione, evidenzia che “dopo poche settimane dall’encomio a Mori c’è un cambiamento totale ed anomalo. Nel Novembre del ’74 il giudice istruttore Tambirino, che istruiva il processo sulla Rosa dei Venti, arresta Miceli e perquisisce l’abitazione di Marzollo. Quell’asse viene travolto dalle indagini sulla Rosa dei Venti, ovvero quell’organizzazione il cui scopo era un mutamento istituzionale in funzione anticomunista attraverso un colpo di stato alimentato dalle bombe del ‘74 (Italicus e piazza della Loggia)”. Non solo. Dalle indagini di Tamburino emerge che nello stesso anno ad una riunione dei neo fascisti per riorganizzare l’estrema destra Mori viene riconosciuto da uno dei partecipanti. La ricostruzione del pm Tartaglia è puntuale e dettagliata: “Tamburino chiede al Sid di avere una foto di Mori. Non ne chiede altre, ma un’unica foto di Mori. A Padova uno degli arrestati dell’operazione Rosa dei Venti, Amos Piazzi, aveva iniziato a rendere dichiarazioni e Tamburino gli stava mostrando delle fotografie. Amos Piazzi ha detto che dal Sid gli era arrivato un comando di attivazione perché stava per iniziare il colpo di Stato”.
“Quella foto di Mori non sarà mai mostrata ad Amos Piazzi – prosegue il magistrato – Abbiamo mandato Giraudo a cercare negli archivi dei tribunali di Roma, l’ha trovata chiusa e sigillata. Tamburino chiede la foto, la Procura generale della Cassazione gli toglie l’indagine per competenza e la sposta a Roma. Tamburino manda gli atti a Roma e da quel momento l’indagine sulla Rosa dei Venti viene riunita con quella sul Golpe Borghese e a Roma nessuno mostra la foto di Mori ad Amos Piazzi.

L’allontanamento dal Sid
Nel gennaio 1975 la situazione di Mori cambia. “Mentre la foto è in viaggio inutilmente verso Padova il generale Maletti – dice Tartaglia nella sua discussione – scrive al nuove direttore del Sid Casardi avanzando la richiesta anomala di allontanare Mori dal Sid nel più breve tempo possibile ed anche dopo, quando non apparterrà più ai servizi, bisogna tenerlo lontano dalla città di Roma”.
“La motivazione apparente di questo allontanamento è per ‘intemperanze caratteriali’ e si crea un corto circuito istituzionale. – aggiunge il sostituto procuratore – Quando un ufficiale esce dai Servizi non è più possibile mettere becco, c’è un’ingerenza. Nonostante l’anomalia succede che dopo 20 giorni Mori viene messo agli uffici amministrativi e poi, il 9 gennaio 1975, il Servizio scrive all’Arma chiedendo di tenere Mori lontano da Roma. L’Arma ottempera con la designazione al nucleo di Napoli e riscrive a sua volta al Servizio confermando lo spostamento”.
Successivamente ci saranno diversi tentativi di far tornare Mori nella Capitale, un’azione che per il pm “dimostra che c’era un fronte che voleva a tutti i costi Mori a Roma”. Il vero motivo per cui era stato allontanato dai Servizi, però, si evince da un altro documento. “In una lettera – evidenzia il pm Tartaglia – il generale Guiducci vuole che torni a Roma e scrive che lo stesso era stato allontanato a seguito della istruttoria sulle terme nere”. E quando sarà l’Arma a chiedere lo spostamento il Servizio risponderà: “No Mori a Roma fino alla fine del processo Borghese”. E si aggiunge: “come disposto dal gen. Romeo”.
L’allontanamento dalla Capitale terminerà il 17 marzo del 1978 quando Mori sarà trasferito a Roma a dirigere il reparto investigativo che si sarebbe occupato del rapimento Moro alle dipendenze di due ufficiali Cornacchia e Siracusano (i cui nomi furono trovati negli elenchi P2).
Dalle indagini della Procura è persino emerso che “Mori, anche dopo l’allontanamento, assieme a Miceli e Ghiron è stato autore di una manovra posta in essere per pilotare una perizia a favore della sua cordata per il processo Rosa dei Venti-Borghese”.
In alcune carte dattiloscritte non firmate che fanno riferimento al contributo dichiarativo della fonte Gian, criptonimo di un ufficiale dei carabinieri di nome Giancarlo Servolini (oggi deceduto) si fa riferimento alla manovra. “Servolini – spiega il pm – dice che è volta a incidere sulla conclusione del processo di Roma ed è portata avanti da due gruppi uno militare (Mori, Marzollo e Venturi) e un gruppo di civili (Ghiron, Taddei e Giraldi)”. Tartaglia sottolinea come “nella prima acquisizione del documento di Servolini, in un primo momento mancava la pagina 2 che doveva riguardare Mori. In effetti dopo averla trovata si legge che Mori collaborava coi due per inquinare le prove e Ghiron viene definito uomo al servizio del capitano Mori”. Nel documento è scritto anche che la manovra per aiutare alcuni imputati era passata anche attraverso un’iniziativa giornalistica. “Servolini – spiega il pm – scrive che il solito gruppo (Mori, Marzollo e Venturi) si era servito di un rapporto stretto con “OP” di Pecorelli per raggiungere lo stesso risultato”.

Rapporti Mori-P2

Altro tema affrontato nella requisitoria riguarda il rapporto diretto provato tra Mori e la P2 di Gelli”. A dimostrazione di ciò, secondo l’accusa ci sono prove dichiarative e documentali. Per quanto riguarda le prime si fa riferimento ai verbali di Venturi del 2013. “Venturi – spiega Tartaglia – dice che negli anni del Sid lavorava nello stesso ufficio di Mori ed ebbe la proposta da quest’ultimo di essere presentato a Gelli per essere iscritto nella P2 in una lista riservata dove Mori era iscritto”. Sempre Venturi ha parlato del rapporto tra Mori e Pecorelli con il primo che si sarebbe servito dei materiali di OP per far circolare degli anonimi.
C’è poi il verbale del 1975 in cui Gianfranco Ghiron rispose alle domande del giudice istruttore di Brescia che stava indagando sull’estremismo di destra un anno dopo la bomba di piazza della Loggia. In quel verbale Ghiron allora parla di una fonte, Amedeo Vecchiotti, nome in codice “Piero”, estremista di destra che si trovava in carcere. Ghiron avrebbe messo in contatto quest’ultimo con Mori. E nel ’74 ricevette un bigliettino da “Piero” in cui veniva avvertito che la settimana successiva Licio Gelli (nel bigliettino è scritto Gerli, ndr) sarebbe partito per la Francia per poi proseguire verso l’Argentina in quanto qualcuno lo aveva avvisato dell’arrivo di un mandato di cattura nei suoi riguardi.
Di questo Ghiron avrebbe dovuto avvisare il “dottor Amici” ovvero il nome in codice di Mori. “Questa informazione che Gelli sta per scappare – sostiene Tartaglia – non deve essere data a Mori perché eviti la latitanza di Gelli, ma perché Mori valutasse insieme al Vito Miceli se in quel momento preciso la latitanza di Gelli convenisse o no. Se non vi conviene, fermatelo. E’ l’eterna logica di Mori. La doppia logica di Mori con ragioni di convenienza politica e di gestione del potere”. Dunque, secondo l’accusa, Mori, durante la sua attività ai Servizi segreti prima e al Ros dopo, “ha fatto attività parallela” e ha “perseverato con il suo agire sciolto e libero da ogni regola. Lo ha fatto da subito, al Sid negli anni Settanta e lo ha fatto anche a Mezzojuso e a Terme Vigliatore, con la doppia logica”. “Noi riteniamo che alla luce di tutto questo – ha aggiunto Tartaglia – lo ha fatto perché questa è la struttura della sua modalità di azione e da qui si capiscono le omissioni, le inerzie e tutte le cose che non quadrano”.

Fonte:Antimafiaduemila

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