Sgarbi e la realtà distorta

Se Mori e De Donno diventano “eroi” ed i pm “eversori”
di Aaron Pettinari

Il processo trattativa? “Il Tribunale di Palermo non può processare lo Stato”. Il comportamento della Procura? “Ci sono profili eversivi”. Mario Mori e Giuseppe De Donno? “Eroi”. Ecco, in ordine di tempo, i contenuti dell’ultimo attacco di Vittorio Sgarbi al processo trattativa Stato-mafia ed ai pm (Antonino Di Matteo, Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene) che sostengono l’accusa. Un attacco frontale che si manifesta proprio mentre è in corso, nel quasi totale silenzio mediatico, la requisitoria dei magistrati. Il pulpito scelto per la “predica” è la sala “Piersanti Mattarella” dell’Assemblea siciliana e l’occasione è data dalla presentazione del docu-film dal titolo “Generale Mori – Un’Italia a testa alta” di Ambrogio Crespi.
Accanto all’assessore ai Beni Culturali il presidente dell’Assemblea siciliana, Gianfranco Miccichè, dopo le legittime polemiche sull’opportunità di ospitare in una sede istituzionale due imputati (l’accusa nei loro confronti è di “attentato a corpo politico dello Stato), si è giustificato: “Questo documentario su Mori dovrebbe essere portato nelle scuole. Già nel 1998 ero in commissione Antimafia si parlava di presunta trattativa – ha detto Miccichè – Chiesi al presidente Del Turco di nominare il generale Mori, che non conoscevo, consulente. Chiamai Mori che rifiutò perché non gli sembrava opportuno. E allora mi feci l’idea che chiunque fosse stato colpevole di qualcosa non avrebbe rifiutato l’antimafia. Per questo oggi ho accettato di ospitare questo evento organizzato da Vittorio Sgarbi. Non è una provocazione, qui si cerca di ricostruire la realtà di quegli anni”.
Ieri, raggiunto da MeridioNews, Giuseppe De Donno, braccio destro di Mori e sceneggiatore del documentario, ha spiegato che con la sua realizzazione non si vogliono creare “discussioni con la Procura di Palermo”. Ma le parole di Sgarbi durante la presentazione hanno evidenziato ben altro intento: “Il Tribunale di Palermo non può processare lo Stato, processi pure la mafia. Nel comportamento della Procura ci sono profili eversivi. Il processo trattativa considera eroi Scotti e Martelli e getta polvere su Scalfaro e Mancino. Sul banco degli imputati i pm hanno messo pure Napolitano. Due presidenti della Repubblica, un fatto gravissimo. I meriti di Scalfaro sono lampanti e citarlo da morto tra i colpevoli, come fatto dai magistrati, è un attacco allo Stato. I magistrati non conoscono la storia. Il pm della trattativa e oggi politico, Antonio Ingroia, ha detto che nelle telefonate di Napolitano non c’era nulla. Ho querelato Il fratello di Borsellino che ha detto che Napolitano era garante del patto Stato-mafia. La verità è che questi due, Mario Mori e Giuseppe De Donno, sono degli eroi. Ed invece hanno subito, come Bruno Contrada, una tortura giudiziaria. Dallo Stato hanno avuto ingratitudine e violenza. Io voglio fatti non ricostruzioni”. Non è mancata (ed era ovvio aspettarselo in tempo di elezioni) la stoccata politica contro il Movimento 5 Stelle (“Fanno di Di Matteo un eroe politico, danneggiandolo”) e sulle polemiche per la proiezione all’Ars: “Questo documentario è già stato proiettato alla Camera alla presenza di due magistrati  Non capisco dunque le polemiche sul fatto che l’abbiamo riproposto all’Ars: è stato Miccichè a dare la disponibilità della sala Mattarella, io l’avrei voluto proiettare in un cinema. E poi Mori e De Donno sono stati assolti per due volte”.

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La protesta
Mentre all’interno del Palazzo dei Normanni andava in scena lo “Sgarbi-delirio” (alla Camera dei Deputati è stato presentato solo il trailer lungo del docufilm mentre nella versione completa sarebbe stato proiettato nella sala Capranichetta dell’Hotel Nazionale di Piazza Montecitorio) all’esterno un gruppo di cittadini e rappresentanti del Movimento Agende Rosse e Scorta Civica si è riunito per manifestare il proprio dissenso all’iniziativa sollevando, all’arrivo delle varie personalità, un’agenda rossa. Tra di loro vi era anche Letizia Battaglia, storica fotoreporter del quotidiano “L’Ora” di Palermo. Dopo le dichiarazioni dell’ex candidato alla presidenza della Regione per il Movimento 5 Stelle, Giancarlo Cancelleri, Fabio Granata, uno dei fondatori del movimento del governatore Nello Musumeci, Diventerà bellissima, e Salvatore Borsellino oggi è intervenuto anche il capogruppo dei pentastellati all’Ars, Valentina Zafarana: “Uno dei cardini dello Stato di diritto è il principio di separazione dei poteri. Lo ricordiamo a Vittorio Sgarbi che oggi ha perso l’ennesima occasione per tacere. Affermare che nel comportamento della procura di Palermo ci sono profili di eversione è un attacco alle istituzioni, chieda pubblicamente scusa e si dimetta. Il vero eversore è lui. Non è degno di ricoprire il ruolo di assessore regionale in Sicilia, una terra martoriata dalla mafia dove quegli stessi magistrati che oggi ha tacciato di ‘eversione’ sono sottoposti a misure eccezionali di protezione, dopo le minacce di Totò Riina”. Parole a cui si aggiungono le considerazioni di Claudio Fava, deputato regionale dei Centopassi già vice presidente della Commissione antimafia: “Non mi scandalizzano e non me ne frega nulla delle opinioni che esprime Sgarbi come libero cittadino, ma quando in qualità di assessore della Regione parla di eversiva insubordinazione espone la Regione e l’Assemblea. A Musumeci dico: ritiene ancora a lungo di tollerare le espressioni fantasiose di Sgarbi?”. E poi ancora: “Il documentario su Mori è agiografico, è un coro di violini e un tintinnar di medaglie. Ci spieghi Mori piuttosto perché quando quindici anni fa era a capo del Sisde firmò il ‘Protocollo farfalla’ per accedere, segretamente e senza che la magistratura sapesse nulla, nelle carceri per prendere informazioni dai detenuti al 41 bis, pagandole”.

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Il lato oscuro
Ecco alcuni dei fatti chiesti da Vittorio Sgarbi. Altri elementi sul passato “oscuro” del generale Mori sono stati ribaditi in udienza durante la requisitoria del pm Roberto Tartaglia. Poi ci sono le tanto decantate sentenze di assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”. Questa la formula della sentenza per la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso. La Cassazione ha assolto definitivamente il generale Mori ed il colonnello Mauro Obinu respingendo il ricorso della Procura generale confermando di fatto le valutazioni della Corte d’Appello.
La Corte, presieduta da Salvatore Di Vitale, scriveva nelle motivazioni della sentenza che “le scelte tecnico-investigative adottate dagli imputati (soprattutto quelle di non curare adeguatamente gli spunti investigativi emersi dall’incontro di Mezzojuso), a maggior ragione ove si consideri che esse vennero adottate da esperti Ufficiali di Polizia giudiziaria, inducono più di un dubbio sulla correttezza, quantomeno dal punto di vista professionale, dell’operato dei due e lasciano diverse zone d’ombra che il dibattimento, nonostante lo sforzo profuso dalla Pubblica Accusa, non è riuscito a dipanare, ma non sono idonee a fornire una prova sufficiente che tale agire fu finalisticamente diretto ad evitare la cattura del Provenzano”.
E sempre nella sentenza di appello non mancano dure reprimende sull’operato dei due ufficiali (“Rimane davvero razionalmente inspiegabile – né gli imputati lo hanno spiegato in qualche modo – perché tutte le attività di indagine susseguenti all’incontro di Mezzojuso furono compiute in modo tardivo, non coordinato, e soprattutto burocratico, mediante l’invio di note a vari reparti, che fino a quel momento erano rimasti estranei alle indagini, assolutamente burocratiche e, soprattutto senza che da parte degli imputati fosse dedicata l’attenzione che la particolare delicatezza del caso senza ombra di dubbio richiedeva”).
Critiche sull’operato di Mori, addirittura con il riconoscimento di una “responsabilità disciplinare”, non mancano neanche nella sentenza di assoluzione per la mancata perquisizione del covo di Riina, in via Bernini, dopo l’arresto del capomafia. E’ corretto, dunque, parlare di “eroismo”?

Non vedo, non sento ma parlo
E’ ovvio che certi fatti, tornati alla luce nel corso di questi anni, sono scomodi. Le polemiche attorno al processo non sono mai mancate sin dall’inizio dell’inchiesta e sono via via aumentate, quando la richiesta di rinvio a giudizio per boss e rappresentanti delle istituzioni è stata accolta dal Gip Piergiorgio Morosini. Così si va avanti non vedendo (o facendo finta), non sentendo (o facendo finta) ma (stra)parlando.
Ed è chiaro l’intento di agitare le acque del processo Stato-mafia, in prossimità dell’atto conclusivo. Per questo si sceglie di accusare di “eversione” i magistrati, stravolgendo i fatti, sminuendo ogni prova e giustificando ogni azione fino a proclamare “eroi” chi, con le proprie azioni, ha dimostrato il contrario. Politici smemorati per oltre vent’anni? Così è la vita. E laddove ci sono i documenti basta non considerarli. E’ dalle agende dell’ex Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, acquisite al processo, che si evince chiaramente come l’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro abbia mentito ai magistrati quando, sentito il 15 dicembre 2010, ha assicurato di non saper nulla sull’avvicendamento dei vertici del Dap tra Nicolò Amato e Adalberto Capriotti. Così come dalle parole del Consigliere giuridico Loris D’Ambrosio si evince il coinvolgimento dell’ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, quantomeno per quel che concerne la posizione dell’ex ministro Nicola Mancino. Da parte del Quirinale, addirittura, vi è il suggerimento di concordare una versione di comodo con Martelli in vista del confronto che i pm volevano effettuare (“Qui il problema che si pone è il contrasto di posizione oggi ribadito pure da Martelli… e non so se mi sono spiegato (…) la posizione di Martelli… tant’è che il Presidente ha detto: ‘Ma lei ha parlato con Martelli?’… eh… indipendentemente dal processo diciamo così”). Tutto normale per i benpensanti. E il motivo è semplice e lo ha rivelato lo stesso Sgarbi: “Non si può processare lo Stato”. Ma che Stato è quello che non ha il coraggio di tirare fuori i propri scheletri dall’armadio? Che Stato è quello che cerca di mettere i bastoni tra le ruote all’accertamento della verità su fatti e misfatti della nostra Repubblica e che non vuole fare chiarezza su cosa è avvenuto negli anni in cui morirono Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, gli uomini delle scorte ed innocenti a Firenze e Milano? Per un paese civile è inammissibile che ci siano così tanti buchi neri ed è questo l’aspetto più grave che “Sgarbi & company” vogliono dimenticare.

Fonte:Antimafiaduemila

Foto di copertina tratta da LiveSicilia

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