Mafia e Massoneria: l’Antimafia mette nero su bianco le pericolose connessioni

L’inchiesta shock della Commissione parlamentare è stata presentata oggi a Roma
di Francesca Mondin

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Cosa Nostra siciliana e la ‘Ndrangheta calabrese da tempo immemorabile e costantemente fino ai nostri giorni nutrono e coltivano un accentuato “interesse verso la massoneria fino a lasciare ritenere a taluno che le due entità siano divenute una cosa sola”. Lo scrive chiaramente la Commissione Antimafia nella relazione dell’inchiesta sulla massoneria che è stata presentata oggi alla stampa dalla presidente Rosy Bindi. “Ciò non significa criminalizzare le obbedienze” precisa l’Antimafia, ma si chiede se queste si siano “dotate di anticorpi” poiché “da parte delle associazioni massoniche si è registrata una sorta di arrendevolezza nei confronti della mafia”. Infatti il tema del rapporto tra mafia e massoneria “affiora in modo ricorrente nelle inchieste giudiziarie degli ultimi decenni, con una intensificazione nei tempi più recenti in connessione sia con vicende criminali tipicamente mafiose, soprattutto in Sicilia e in Calabria, sia con vicende legate a fenomeni di condizionamento dell’azione dei pubblici poteri a sfondo di corruzione”.
Nella relazione si legge che la DnAA (Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo) ha indicato ben 193 soggetti come iscritti in procedimenti penali ed è consistente il numero di soggetti che, pur non indagati, imputati o condannati per delitti di natura mafiosa, hanno collegamenti diretti con esponenti della mafia e possono costituire un anello di collegamento tra mafia e massoneria.
La presidente Bindi evidenzia tuttavia come in diversi casi non venga coltivato dalle obbedienze “il primario interesse alla impermeabilità dalle mafie” e come spesso il preteso rispetto delle leggi da parte della massoneria “si è rivelato più apparente che reale”.

Castelvetrano da sempre terra di massoneria
Non stupisce che nella missione effettuata a Palermo e a Trapani dalla stessa Commissione nel luglio 2016 sia “stato ripetutamente affrontato il tema del rapporto tra Cosa nostra e la massoneria in Sicilia anche in relazione alla vicenda dell’appartenenza a logge massoniche di alcuni assessori del comune di Castelvetrano (Tp) luogo di origine del noto latitante Matteo Messina Denaro“. Nel documento si ricorda che attualmente nel trapanese sono presenti 200 “fine pena” già detenuti per reati di mafia e di traffico di stupefacenti che, scontata la pena, ora sono in stato di libertà. Nel comune di Castelvetrano insistono 6 logge massoniche su 19 che operano nell’intera provincia di Trapani e nell’amministrazione comunale della cittadina, nel 2016, 4 su 5 assessori erano iscritti alla massoneria e 7 su 30 tra i consiglieri. Nella relazione si evidenzia anche che i fatti di Castelvetrano fanno il paio con le indagini delle autorità siciliana e calabrese, queste ultime sfociate nei procedimenti ‘Morgana’ ‘Mammasantissima’ e ‘Saggezza’. In tutti i casi si evidenziano recenti episodi di infiltrazione mafiosa nella massoneria e si attualizzano gravi fatti del passato “che lasciavano supporre l’esistenza delle infiltrazioni di Cosa nostra e della ‘ndrangheta nella massoneria”.

Mafia e Massoneria: segretezza e obbedienza
In particolare la relazione della Commissione parlamentare antimafia addita “la segretezza, che permea il mondo massonico (e quello mafioso)… il segreto costituisce il perno di alcune obbedienze”. Il documento parla di “un senso di riservatezza a dir poco esasperato”. L’insieme di queste regole viene “suggellata da una sorta di supremazia riconosciuta alle leggi massoniche rispetto a quelle dello Stato”. “Peculiare appare il giuramento del Goi, il Grande oriente d’Italia, in cui l’affiliato è tenuto a osservare la Costituzione quasi si riservi un giudizio di legittimità costituzionale massonico sulle leggi che dunque non sono da rispettare sic et simpliciter ma solo se da essi ritenute conformi al dettato costituzionale”.
“Con il sequestro non è stato possibile venire in possesso degli elenchi effettivi degli iscritti perché presso le sedi ufficiali forse neanche ci sono” e comunque “non consentono di conoscere un’alta percentuale di iscritti, occulti grazie a generalità incomplete, inconsistenti o generiche. Il vincolo di solidarietà tra fratelli consente il dialogo tra esponenti mafiosi e chi amministra la giustizia, legittima richieste di intervento per mutare il corso dei processi e impone il silenzio” come emerge “in un caso di estrema gravità”.
Sul fronte dei numeri emerge che degli oltre 17 mila iscritti nelle obbedienze esaminate nelle regioni Sicilia e Calabria, la gran parte, oltre 9 mila, insiste nelle logge calabresi; in Sicilia gli iscritti sono 7.819. Per uno su sei nominativi presenti negli elenchi (quasi 3 mila nomi) non è stato possibile procedere alla completa identificazione poiché mancavano dati anagrafici essenziali. Oltre mille di questi 3 mila soggetti sono risultati anagraficamente inesistenti, altri 1800 privi di generalità complete, altri 80 indicati con le sole iniziali del nome o del cognome.

Una norma che vieti la segretezza
Alla luce di quanto emerso sulla segretezza che permea questi ambienti la Commissione evidenzia la necessità di prevedere una norma che vieti la segretezza di tutte le formazioni sociali, massoniche e non, che celino la loro essenza, “perché pericolose per la realizzazione dei principi di democrazia”. “Una norma del genere attuerebbe, finalmente, la volontà dei costituenti finora rimasta ignorata anche dalla legge Spadolini Anselmi” e “non potrebbe ritenersi discriminatoria e nemmeno persecutoria nei confronti della massoneria, come più volte paventato dalla stessa”. L’Antimafia suggerisce inoltre di estendere ad alcune categorie – magistrati, militari di carriera in servizio attivo, funzionari ed agenti di polizia, rappresentanti consolari all’estero – oltre all’iscrizione ai partiti politici, già previsto, anche “il divieto ad aderire ad associazioni che richiedano, per l’adesione, la prestazione di un giuramento che contrasti con i doveri d’ufficio o impongano vincoli di subordinazione”, cosa che si oppone alla fedeltà assoluta alle istituzioni repubblicane”.
Nella relazione viene evidenziato come la legge Spadolini-Anselmi “non ha offerto uno strumento adeguato” nemmeno per perseguire quanto previsto nell’articolo 2, dove si dice che “Chiunque promuove o dirige un’associazione segreta o svolge attività di proselitismo a favore della stessa è punito con la reclusione da uno a cinque anni. La condanna importa la interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Chiunque partecipa ad un’associazione segreta è punito con la reclusione fino a due anni. La condanna importa l’interdizione per un anno dai pubblici uffici”.

Il terzo livello nei racconti dei pentiti
“Esisteva un terzo livello di soggetti in relazione direttamente con Bernardo Provenzano, all’epoca, che consentiva alla mafia di avere benefici a livello di informazione da forze dell’ordine, magistrati, servizi segreti, ecc. (…) Informazioni di prim’ordine. (…) a un terzo livello dove c’era di mezzo la massoneria”. E ancora: “C’erano persone importanti che determinavano gestione di potere come pubblici funzionari, avvocati, notai, magistrati (…) la massoneria aveva (…) importanza nella città di Palermo in termini di potere economico, politico, decisionale, quindi aveva senso che io stessi anche all’interno di questa organizzazione”. Questi sono alcuni stralci delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Francesco Campanella, originario di Villabate, in provincia di Palermo, riportate oggi nella relazione conclusiva su “mafia e massoneria”.
Campanella “sin da giovane si era dedicato alla politica, alla massoneria – si legge nella relazione -, aderendo alla loggia palermitana del GOI “Triquetra”, ma anche alla mafia, ponendosi al servizio del noto capomafia Nicola Mandalà il quale, per un certo periodo, curò la latitanza di Bernardo Provenzano. La contemporanea adesione, quasi contestuale temporalmente (fine anni ’90), alle due diverse associazioni, non era osteggiata né dall’una né dell’altra parte. Mandalà, infatti – si legge nella relazione dell’Antimafia -, aveva ritenuto che potesse essere “una cosa interessante e che … sarebbe potuta tornare utile in qualche maniera”. Utilità, in effetti, giunte all’occorrenza. Attraverso i fratelli a lui più vicini, infatti, aveva acquistato informazioni utili dai Monopoli di Stato per la gestione delle sale Bingo (facente capo all’associazione mafiosa) nel momento più delicato in cui era intervenuto l’arresto di Mandalà, e si temeva che tali esercizi potessero essere sequestrati”. In riferimento all’arresto di Mandalà, il pentito ha raccontato uno specifico episodio di “fughe di notizie” che potette constatare personalmente: “in quel momento specifico in cui Mandalà era nelle grazie di Provenzano e gestiva la latitanza, (…) Provenzano comunica a Mandalà, esattamente la settimana prima che sarà arrestato, che si deve fare arrestare, che cambierà covo, quindi di non parlare, di mettere tutto a posto. Mandalà lo comunica a me: ‘mi arresteranno, fai riferimento a mio padre’. Tutta questa serie di informazioni arrivavano”.
Va ricordato che è stato sentito dalla Commissione Antimafia anche Cosimo Virgiglio, collaboratore calabrese, già più volte ascoltato dai magistrati di Reggio Calabria ai quali aveva reso un ampio resoconto sui meccanismi propriamente massonici. “Davanti alla Commissione ha sostanzialmente confermato le sue ampie dichiarazioni, peraltro riportate in diversi giudiziarie”.
“Le sue dichiarazioni confermano – conclude l’Antimafia -, innanzitutto che l’appartenenza alla massoneria crea un vincolo esclusivo e permanente, che, come avviene in Cosa nostra, si dissolve solo con la morte”.

Foto © Ansa

fonte: antimafiaduemila.com

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