Oggi chiude la Cop23 di Bonn sul clima: tre punti positivi, ma stiamo finendo il tempo

Un rito di eco-diplomazia che stavolta ha dato dei frutti, anche se tocca all’Europa (e all’Italia) essere più ambiziosa: le emissioni di CO2 sono tornate ad aumentare e le lancette corrono ancora più veloci

BONN. In commento alla conclusione  della Cop23 di Bonn leggerete qualcuno deluso: “non si è deciso nulla di nuovo e intanto emissioni aumentano e il tempo per fermare l’aumento della temperatura si esaurisce”. Impossibile dargli completamente torto. Però non è affatto vero che a Bonn si sia perso tempo o che sia stata la conferma che questi riti di eco-diplomazia hanno fatto il loro tempo.

Sono almeno tre i punti positivi che emergono da queste ultime due settimane di trattative, incontri (anche quelli bilaterali), bozze di documenti che  hanno trovato una loro definizione (con meno fatica di altre volte peraltro).

Primo elemento evidente, forse anche perché seppur organizzata a Bonn e pagata dalla Germania la conferenza aveva una presidenza delle Isole Fiji: mai come questa volta il nodo dei finanziamenti ai paesi più poveri e più minacciati dagli effetti dei cambiamenti climatici è risultato centrale. Da sempre se ne discute e a Copenhagen nel 2009, alla Cop del grande fallimento, l’unico impegno che si scrisse nero su bianco erano i 100 miliardi di dollari all’anno che entro il 2020 i “ricchi” avrebbero dovuto dare ai “poveri”.

La notizia di Bonn è che questi poveri si sono stufati di aspettare, che non accettano di contabilizzare come finanziamenti quelli che in realtà sono prestiti (giochetto che consente all’Ocse di contabilizzare già oltre 100 miliardi di dollari, quelli che secondo Oxfam e le stime più affidabili sono al massimo la metà), che vogliono che la maggior parte di questi soldi sia destinata “all’adattamento”, cioè alla difesa dai disastri che ormai i cambiamenti climatici causano con frequenza impressionante, e non solo alla “mitigazione”, necessaria e utile per carità, ma che è più “affar nostro” – sulla quale ovvero possiamo anche investire per favorire nuova e verde economia, ma che non possiamo spacciare per aiuto a coloro che già oggi rischiano di essere sommersi dall’innalzamento del livello del mare negli oceani, ad esempio. Sui finanziamenti nessun Paese ricco ha fatto finora sino in fondo il suo dovere. Qui si è capito che non si può più menar il can per l’aia, anche perché – come si era già intuito lo scorso anno a Marrakech – la Cina è pronta a usare finanziamenti su climate change per assecondare la sua voglia di espansione nello scacchiere geopolitico.

Secondo elemento: il governo Usa – come prevedibile – è scomparso essendo quello l’unico Paese al  mondo ad essere fuori dagli Accordi di Parigi, ma gli americani ci sono! Ci sono con le aziende, ci sono con le campagne degli attivisti, e ci sono soprattutto con le città e gli Stati che si rifiutano di seguire Trump. Qui Jerry Brown, il governatore della California, uno Stato che fosse indipendente sarebbe tra i G7, conferma tutti gli impegni. D’altra parte che il trumpismo non riesca a cambiare i fondamentali dell’economia sulle questioni energetiche è evidente, visto che non si è interrotto quel trend per cui oltre la metà delle centrali a carbone esistenti in Usa nel 2010 sono già chiuse o hanno annunciato l’imminente chiusura.

Terzo punto – più nascosto nelle pieghe dei negoziati, ma altrettanto rilevante – si sono gettate solide basi per evitare che la prossima Cop che si terrà nella “tana del nemico”, una regione mineraria della “carbonifera” Polonia, possa costituire un passo indietro.

Fin qui le questioni positive, ma certo il “generale tempo” non è amico di chi vuole combattere i cambiamenti climatici. La risorsa tempo si sta esaurendo, e se come nell’ultimo anno le emissioni di anidride carbonica tornano ad aumentare le lancette correranno ancora più veloci.

La somma degli impegni nazionali presentati a Parigi non garantisce affatto che si possa raggiungere l’obiettivo di frenare l’aumento della temperatura globale nei limiti indicati dagli scienziati. Si sa. Tocca innanzitutto all’Europa essere più ambiziosa, innalzare target per rinnovabili, efficienza e riduzione delle emissioni. E anche l’Italia, che finalmente, grazie al phasing out del carbone programmato al 2025 si è presentata  alla Cop con una buona carta da giocare, deve fare di più e soprattutto deve smetterla di fare dichiarazioni positive e scegliere atti concreti negativi, quali quelli che hanno fermato l’avanzata delle rinnovabili negli ultimi tre anni.

fonte: greenreport.it

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