Morosini: “Etica e ddl anticorruzione chiavi per ricostruire il Paese”


di Aaron Pettinari
Oltre settecento giorni di attesa. Tanto è passato da quando nel suo primo giorno a Palazzo Madama, il neo presidente del Senato Pietro Grasso presentò il ddl contro la corruzione, il voto di scambio, il falso in bilancio e l’autoriciclaggio. Era il 15 marzo 2013. La prossima settimana il disegno di legge, il cui testo originario è stato stravolto al ribasso con emendamenti e stralci che rischiano di spuntare le armi contro corruttori e riciclatori, in barba agli scandali che continuamente investono il nostro Paese, verrà discusso al Senato. Della necessità di una riforma della giustizia si è parlato spesso in questi anni ma anziché intervenire con forza in materia di anticorruzione il Governo ha preferito concentrarsi sulla “responsabilità civile dei magistrati”, alimentando un fronte polemico e di delegittimazione da parte della politica nei confronti della magistratura. 
“L’agenda delle priorità naturalmente la stabilisce il Parlamento – commenta Piergiorgio Morosini, presidente della commissione Riforme del Csm ed ex Gip del processo trattativa Stato-mafia – Sotto certi profili colpisce il fatto che una piaga anche sociale come quella della corruzione non sia contrastata tempestivamente con tutta una serie di strumenti che ormai ben si conoscono, sia dal punto di vista investigativo che dal punto di vista delle scelte penali sostanziali. Penso, appunto, alla revisione della normativa sul falso in bilancio, così come quella della rilevanza penale di certe forme di evasione fiscale. Ecco, forse dell’agenda delle priorità, che personalmente immaginavo, prima si sarebbe dovuto trattare questo, ma si è approvata invece la riforma sulla responsabilità civile dei magistrati, su cui ci sono tutte le perplessità espresse anche dall’Associazione Nazionale Magistrati, in cui mi riconosco”.

In molti hanno giustificato l’urgenza della responsabilità civile con la solita frase “ce lo chiede l’Europa”.

Anche per quel che riguarda la corruzione ci sono obblighi di tempo previsti dagli organismi europei. Sulla corruzione però siamo lontani dalla dirittura di arrivo mentre la responsabilità civile è passata.

C’è chi la definisce come una legge contro i magistrati. Lei è d’accordo?

Io la vedrei più come un qualcosa che può penalizzare i cittadini in questo senso: è una legge che può turbare la serenità dei magistrati e un magistrato non sereno può rendere una prestazione professionale qualitativamente meno alta di quella, invece, di un magistrato che valuta le cose serenamente. Quindi, se un danno c’è stato, se un danno ci sarà, sarà un danno non tanto ai magistrati o ai singoli magistrati, ma ai cittadini, all’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

Spesso si dice che mafia e corruzione sono due facce della stessa medaglia, tuttavia la legge, allo stato attuale, non equipara i due fenomeni. Come si dovrebbe intervenire in tal senso?
C’è un ritardo culturale sulla comprensione dei legami e delle connessioni tra criminalità organizzata e corruzione. Ormai le indagini degli ultimi dieci anni nel nostro Paese, da Reggio Calabria a Milano, da Palermo a Roma, da Napoli a Torino, ci dicono che le risorse principali della criminalità organizzata oggi stanno proprio nell’evasione fiscale, nel riciclaggio e nella corruzione. Allora, se così è, occorre modellare la legislazione per fronteggiare questo fenomeno. Come? Ad esempio munendosi degli strumenti investigativi della lotta alla corruzione già previsti anche da convenzioni internazionali che noi stessi abbiamo sottoscritto, come i tagli che non abbiamo mai tradotto in legge. Mi riferisco, ad esempio, all’estensione della disciplina dei collaboratori di giustizia anche alla corruzione, o alla disciplina degli agenti provocatori. E sarebbe auspicabile anche stabilire, per la possibilità di intercettare, per i casi di corruzione, le stesse norme previste attualmente per la criminalità di stampo mafioso.

Lei insiste molto sul tema degli strumenti investigativi.
Faccio particolare attenzione al tema degli strumenti investigativi perché in realtà il problema nel contrasto alla corruzione non è solo il carico sanzionatorio che viene previsto dalle norme, ma dipende moltissimo dagli strumenti che vengono messi a disposizione dei magistrati per fronteggiare questo fenomeno. Sotto questo profilo dobbiamo aggiornarci. Ed è per questo, ad esempio, che sul falso in bilancio prevedere per le società non quotate in borsa un carico sanzionatorio che non consente l’utilizzo dello strumento dell’intercettazione come invece per l’altra categoria delle società quotate in borsa significa in fondo indebolire le possibilità di accertamento della magistratura rispetto a fatti che possono essere collegati a manovre corruttive che a loro volta possono rientrare nella gestione di sistemi criminali dove c’è anche la mafia.

A suo avviso quali sarebbero gli altri punti che andrebbero affrontati dal legislatore?
All’apertura dell’anno giudiziario a Palermo aveva indicato nell’intervento sui termini di prescrizione come un punto di partenza. 
Sì, quello è un punto necessario, tra l’altro anch’esso richiestoci dall’Europa. Nelle analisi sulla giustizia italiana, fatte a livello europeo, si sottolinea l’esigenza che in tema di reati contro la pubblica amministrazione la nostra disciplina sulla prescrizione deve essere in qualche modo rivisitata. Su questo io credo che, tenuto conto dei notevolissimi carichi di lavoro, carichi di affari, da cui sono investiti ormai tutti i tribunali, la disciplina della prescrizione debba essere resa compatibile con la necessità di arrivare a delle decisioni del merito rispetto a fatti gravi in relazione ai quali, molto spesso, non si arriva ad un verdetto finale nel merito, perché scatta un termine di prescrizione. In Italia si verifica purtroppo il fenomeno che per i reati di piccolo cabotaggio della criminalità urbana si definisce con decisione irrevocabile il procedimento nell’arco di otto mesi e poi, magari, nel contempo si prescrivono gravi fatti di corruzione in atti giudiziari. Questa è una cosa inammissibile in un paese civile.

Cosa si potrebbe fare per contrastare il fenomeno dell’evasione fiscale?
La disciplina sull’evasione fiscale, la frode fiscale, va rivista in quanto si tratta di un altro strumento attraverso il quale si costituiscono fondi neri da utilizzare per manovre corruttive. C’è poi un fatto, che sta al di sopra di tutto, ovvero la necessità di un’attività di prevenzione. Nelle pubbliche amministrazioni, negli enti locali, con riferimento alle postazioni più facilmente vulnerabili da parte di manovre corruttive, ci deve essere una formazione particolare, un controllo particolare dei funzionari ed anche prevedere la possibilità di una rotazione. Rendere effettive queste norme organizzative significa in realtà chiudere dei varchi nei quali si può infilare la manovra corruttiva.

Una sorta si “assunzione di responsabilità” che vada oltre al solo intervento della magistratura?
In un certo senso sì. Una parte sensibile dell’azione anticorruzione non va fatta dalla magistratura e dalle forze dell’ordine, ma va gestita con l’organizzazione delle pubbliche amministrazioni. Anche perché questo consentirebbe di evitare tanti danni alla società, una manovra corruttiva può portare alla costruzione di opere che magari non hanno gli standard previsti dalla legge, può portare all’omissione di controlli ad esempio in materia di traffico di rifiuti pericolosi, cioè tutte cose che una volta che si sono verificate creano un danno alla collettività notevolissimo che non potrà essere mai in nessun modo risarcito da un processo penale che si conclude anche con una sentenza di condanna per i corrotti. La risposta vera alla corruzione deve essere una risposta di sistema, non può coinvolgere solo forze dell’ordine e magistratura, ma deve coinvolgere anche quegli organismi pubblici, quelle istituzioni all’interno delle quali possono consumarsi delle condotte che agevolano manovre corruttive.

In Italia si è tornati a parlare di una nuova tangentopoli con il caso Incalza-Lupi che sta riempendo le cronache di tv e giornali. Come mai la politica non è in grado di farsi carico di questa risposta di sistema contro i fenomeni di corruzione?
Questa è una discussione che in Italia va avanti da molti anni. Qualche anno fa, nel 2007, la Commissione Parlamentare Antimafia, sotto questo profilo, aveva varato un codice etico votato all’unanimità, che prevedeva per i rinviati a giudizio per una serie di reati l’impossibilità di candidarsi. Bene, alla tornata elettorale successiva ci furono oltre 140 casi, equamente distribuiti tra tutte le forze politiche, di violazione. Ma le dirò di più, questo problema poi però si ripropone ciclicamente, tant’è che nel 2012 la cosiddetta Legge Severino ha introdotto questa interdizione in caso di sentenza di condanna di primo grado. Bene, mi sembra che il dibattito degli ultimi giorni stia rimettendo in discussione addirittura quella conquista da parte della politica che aveva trovato quell’occasione un’ampia maggioranza parlamentare. È un po’ come la tela di Penelope, sembra che qualcuno di giorno stia a tessere e di notte poi la si disfa. E questo, naturalmente, lancia alla collettività un segnale che non è perfettamente in sintonia con la effettiva esigenza e volontà di contrastare i fenomeni corruttivi.

Altro fenomeno in crescita, di cui si parla poco, è quello della cosiddetta corruzione tra privati.
E’ vero, ed oggi che si stanno privatizzando molti enti pubblici il potenziamento della disciplina di contrasto alla corruzione tra privati è un passaggio fondamentale, perché per altro le forme di corruzione tra privati sono molto spesso il viatico per forme di corruzione anche nei settori pubblici. Comunque di questo ormai ce ne dobbiamo fare carico proprio per la massiccia privatizzazione di enti che un tempo erano pubblici e oggi sono privati. Tra questi ovviamente ci sono anche gli istituti bancari, che rappresentano un altro capitolo spinoso perché attraverso gli istituti bancari possono passare, per mezzo di manovre corruttive, delle operazioni di riciclaggio che sono davvero pericolose. Come dicevo prima poi, per prevenire certe situazioni, bisogna riportare l’etica pubblica al centro del dibattito per la ricostruzione del nostro paese.

C’è il rischio che la società si sia assuefatta a questa situazione di crisi di valori dove l’etica sembra ormai passare in secondo piano?
La società civile ha fatto dei passi avanti sul tema del contrasto all’illegalità, ci sono state associazioni che si sono costituite Parte Civile nei processi, ci sono dei movimenti che aiutano moltissimo con le loro sollecitazioni anche il legislatore ad essere più sensibile. Naturalmente, poi, nella società ci sono varie forme di manifestazione. A volte ci sono anche delle condotte sorprendenti che ci colpiscono perché magari arrivano da esponenti di associazioni che dovrebbero avere come fine quello della tutela della legalità. Però questo a mio avviso non vale per negare i passi avanti che si sono fatti negli ultimi anni.

Il caso Helg in Sicilia può essere un esempio?

Io non voglio parlare dei casi specifici perché quelli sono oggetto di attenzione da parte dell’autorità giudiziaria, deve essere verificato tutto e io mi attesto sulla presunzione di non colpevolezza. Vorrei dire che però queste determinate vicende sono un po’ anche la fisiologia della vita di gruppi organizzati tra persone. Non trarrei da certi episodi e da certe inchieste degli elementi per fare delle valutazioni negative su tutto il movimento e su tutte le associazioni. L’importante è avere ben presente una cosa, che l’appartenere anche ad una associazione che ha fatto tanto bene alla collettività non significa avere una patente di sicura correttezza.

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