Che Nino Di Matteo vada in malora

di Saverio Lodato
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Sarebbe giunto il momento dell’approvazione di una legge sulla “responsabilità civile” dei Capi dello Stato che si alternano al Quirinale. Ce ne sarebbe un gran bisogno.
Ci vorranno infatti molti anni per ricostruire, in materia di lotta alla mafia, le macerie che si è lasciato alle spalle l’ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, durante un mandato sesquipedale che dovremmo tutti augurarci non si ripeta più nella futura vita della repubblica. Non è da preconcetto che scaturisce l’affermazione. Basta mettere puntigliosamente in fila i fatti, i dati indiscutibili, le tempeste mediatiche, le risse da ring, lo svilimento dei principi, la mortificazione delle regole, l’impoverimento, in una parola, di una grande questione nazionale a bega locale, regionalistica. Una bega che ormai dalla periferia dell’impero infastidisce – ed è sotto gli occhi di tutti – un Potere Romano che di mafia e mafie non vuol più sentire parlare non potendone fare a meno; basta sfogliare questo catalogo – dicevamo – perché il giudizio si formi da solo.
Solo per la vicenda delle telefonate fra lui e Mancino, Napolitano avrebbe oggi da indossare saio e cilicio sperando di farsi dimenticare dagli italiani.

Solo per la sua becera strumentalizzazione della scomparsa prematura del consigliere Loris D’Ambrosio, messa sul conto della coscienza di magistrati della Repubblica italiana i quali indagando altro non fecero che il mestiere per il quale sono pagati, Giorgio Napolitano avrebbe di che chiedere scusa, a reti unificate, ai diretti interessati.
Solo per aver pesantemente interferito nella nomina al vertice della Procura di Palermo, provocando per riflesso il ricorso al Tar di due candidati “gambizzati” a seguito di un suo intervento “a gamba tesa”, Napolitano, se esistesse una legge sulla “responsabilità civile” dei Capi di Stato, avrebbe da pagare risarcimenti miliardari.
Solo per aver ridotto il Consiglio Superiore della Magistratura a un manichino rinsecchito i cui fili il potere politico può ormai strattonare a piacimento, Napolitano dovrebbe esser chiamato a rispondere di attacco proditorio alle istituzioni democratiche con conseguente, anche in questo caso, monetizzazione del danno.
Sono iperboli, in tutta evidenza.
Ché lui continuerà, infatti, ad essere idolatrato da cialtroneschi ruffiani e cialtronesche ruffiane, per avere “salvato l’Italia”; per avere nominato d’arbitrio non uno ma ben tre presidenti del consiglio;  sottratto  agli italiani l’unico diritto che non costa niente: il diritto di voto. E questa, purtroppo, non è iperbole ma il miserabile andazzo al quale, da anni, siamo costretti ad assistere.
Torniamo oggi sull’argomento, non tanto perché ci indigniamo (ogni limite ha una pazienza, avrebbe detto Totò); ma perché non ci rassegniamo al fatto che i magistrati che più hanno dato, e vorrebbero – legittimamente, eroicamente, al punto in cui stanno le cose- continuare a dare in termini di lotta alla mafia, stanno assumendo sempre più le sembianze di fantasmi scomodi e imbarazzanti.
Rischiano la vita, ma si pretenderebbe che si vergognassero.
Si vedono pesantemente ostacolato il proprio lavoro, ma da loro si pretendono scuse in nome di innominabili Ragioni di Stato.
Si vedono regolarmente scavalcati da colleghi di gran lunga meno esperti, sulle cui scrivanie non è mai passato neanche per sbaglio un fascicolo con la “M” di mafia, ma in questo caso il lavoro sporco è chiamato a farlo quello stesso CSM ridotto a manichino come si diceva prima.
Nino Di Matteo è diventato – suo malgrado – il simbolo di questa magistratura penalizzata, colpevolizzata, ignorata e vilipesa.
Cosa ha da rimproverarsi Nino Di Matteo? In cosa ha sbagliato? Dove ha deviato, rispetto all’esercizio della sua funzione? Che ci si aspettava da lui? Che avrebbe dovuto fare che non ha fatto? E che avrebbe dovuto dire che non ha detto? O cosa ha detto o fatto che non avrebbe dovuto dire o fare?
Nessuno dei cialtroneschi ruffiani che partecipano al coretto della magistratura che “ha ferie troppo lunghe” o che è “irresponsabile” di fronte ai cittadini,  saprebbe balbettare risposte a simili interrogativi. Ma non c’è problema, perché nessuno lo chiede loro. Essendo ormai diffusa la convinzione che “la politica” non ha da rendere conto a nessuno. Neanche al senso comune, al senso della logica, o al comune “senso del pudore”.
Direte: ma in Italia i migliori giornali del mondo hanno uffici autorevoli di corrispondenza; anche loro hanno le mani legate? Anche loro non si accorgono che buon senso e logica vengono ormai quotidianamente calpestati quando si tratta di lotta alla mafia o di discutere della Trattativa fra lo Stato-Mafia e la Mafia-Stato?
Dispiace fare questa osservazione: ma il giorno in cui Giorgio Napolitano venne finalmente interrogato come testimone del processo di Palermo, non un solo corrispondente straniero venne a far capolino al Quirinale, quantomeno per la curiosità di assistere all’inedita rappresentazione. Qualcosa dovrà pur significare.
E così, un giorno dietro l’altro, si è arricchito il campionario dei Pubblici Ministeri da mettere alla gogna: non solo quelli che decisero di scendere in politica (pensiamo a Antonio Ingroia) – risultando invece, di sicura carriera, quelli che avevano l’imprimatur dei grandi partiti che li eleggevano, dopo averli messi in lista –  ma anche quelli che sono rimasti seduti alle loro scrivanie non disposti a fare i passacarte.
E il Potere Romano si salva la coscienza: viva Giovanni Falcone, viva Paolo Borsellino. Viva la lotta alla mafia.
E Nino Di Matteo e quelli come lui?
Che vadano in malora.

saverio.lodato@virgilio.it

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