Nuovo colpo all’impero di Messina Denaro: sequestro di beni per 38 milioni di euro

di Miriam Cuccu – 9 ottobre 2013
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Ammontano a 38 milioni di euro i beni riconducibili al clan di Campobello di Mazara e a Matteo Messina Denaro, boss di Castelvetrano tuttora latitante. Nel corso dell’operazione “Campus belli bis” i carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Trapani hanno sequestrato un patrimonio che comprende aziende olearie, edifici per uso abitativo, attività commerciali, terreni e diversi rapporti bancari anche in Svizzera, facenti capo ai presunti esponenti della famiglia campobellese Filippo Greco, Simone Mangiaracina e Domenico Signorello. In una precedente indagine, nel 2010, Greco era stato descritto come il “principale finanziatore (ma anche consigliere economico) della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara” che provvedeva sistematicamente “sia al sostentamento degli associati detenuti sia, e soprattutto, alla sistematica erogazione di finanziamenti in denaro alle imprese riconducibili alla consorteria e attraverso cui quest’ultima controllava le attività economiche del territorio”. Su Signorello, invece, pendeva già una condanna definitiva per associazione mafiosa.
Il provvedimento, richiesto dalla Dda di Palermo ed emesso dal Tribunale di Trapani, ha riguardato le province di Trapani, Varese, Milano e Trieste.

L’operazione di oggi si fonda su una precedente indagine che, il 12 dicembre 2011, aveva determinato l’arresto degli imprenditori Antonino Maceri e Francesco Tancredi, accusati di associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni, oltre alla documentazione delle attività illecite perpetrate dalla famiglia di Campobello di Mazara.
Sempre in base all’inchiesta del 2010 erano stati individuati degli screzi tra due schieramenti della famiglia, capeggiati da Leonardo Bonafede e Francesco Luppino: quest’ultimo, tenendo conto dell’appoggio accordatogli da Messina Denaro, aveva cercato di contendere il potere della famiglia mafiosa a Bonafede, mentre quando si trattava di affari i due avevano sempre mantenuto una proficua collaborazione per entrambi.
Negli anni Novanta Bonafede, per sfuggire al sequestro degli oleifici a lui riconducibili – Moceri Antonino & C. e Eurofarida srl – in vista della sua condanna per associazione mafiosa, li aveva intestati fittiziamente agli imprenditori Maceri e Tancredi. In questo modo le aziende, che avevano tutte le carte in regola per ottenere finanziamenti pubblici, svolgevano la funzione di lavatrice per l’enorme flusso di denaro sporco proveniente dalle attività illecite, denaro che a sua volta serviva per commissionare dei lavori all’imprenditore edile da sempre legato a Messina Denaro, Rosario Cascio. “E’ stato possibile ricostruire – si legge nella richiesta di custodia cautelare del 2010 – come Franco Luppino e Leonardo Bonafede siano riusciti a dominare il redditizio mercato delle olive della zona di Campobello di Mazara (ma anche di Castelvetrano)” anche avvalendosi della “creazione di un importante consorzio tra olivicoltori il cui reale scopo era quello di determinare i prezzi delle olive senza sottostare alle regole del mercato, bensì avvalendosi della capacità di intimidazione dell’associazione mafiosa”.
I carabinieri hanno inoltre scoperto un risarcimento di due milioni di euro, destinato alle vittime di mafia, percepito da Cataldo La Rosa, appartenente al clan del latitante di Castelvetrano. La moglie era infatti riuscita ad essere riconosciuta vittima di mafia in quanto il fratello – Salvatore Stallone – era stato assassinato negli anni Ottanta. Il Ministero dell’Interno ha subito preso provvedimenti, revocando lo status precedentemente accordato e disponendo il recupero del risarcimento.

fonte:antimafiaduemila.com

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