L’arte grida giustizia: una denuncia ai governi del mondo

“In nome di mio figlio”, nel rispetto delle norme anti-covid, il teatro si riempie per lo spettacolo di Our Voice a Montevideo (Uruguay)

“Quando si sogna da soli è un sogno, quando si sogna in due comincia la realtà”, diceva il grande rivoluzionario Ernesto Che Guevara. Dopo decenni queste parole hanno preso di nuovo vita nel grido di denuncia e nella richiesta disperata di giustizia dei giovani attivisti del movimento culturale e internazionale di Our Voice. Un urlo, che, nella sua potenza, è riuscito a squarciare il cielo di una città di a malapena 1 milione di abitanti.
“En Nombre De Mi Hijo” (In nome di mio figlio) era intitolata l’opera teatrale presentata venerdì scorso, 12 marzo, nel teatro Stella d’Italia di Montevideo (Uruguay). Comico, drammatico, emozionante: non esiste un’unica parola per descrivere la miscela di emozioni che questo spettacolo è riuscito a scatenare nel pubblico. Adulti, giovani, bambini, guardavano e scrutavano con occhi attenti ogni dettaglio, ogni scena, ogni battuta, facendosi domande e cercando risposte. Forse perché di certi fatti è scomodo parlare e discutere.

La trama dello spettacolo: l’arte che personifica la realtà
L’opera teatrale si concentra nella vita di una famiglia formata da Amanda e Manuel, che astrattamente rappresentano la Resistenza e il Popolo. Entrambi hanno vissuto il periodo della dittatura, sanguinaria ed omicida, che ha frantumato sogni portandosi via migliaia di vite innocenti.
Non tutti sono usciti da quegli anni con il coraggio di Amanda, che nonostante tutto ricorda quei giorni bui, e proprio in nome di quella sofferenza sceglie di continuare a combattere e ad avere speranza. Come frutto della loro unione e del loro amore, nasce la Rivoluzione, personificata dal giovane Lautaro, ballerino, attivista e oppositore di chi oggi governa il suo paese. La sua denuncia è forte e soprattutto scomoda, fastidiosa, imbarazzante per tutte le componenti di quel potere successivo alla dittatura. Sono tre i personaggi centrali che lo rappresentano: la politica personificata dal presidente Juan Maria Castillo, la mafia di Don Thony e la ricchezza di madame Margaret. Quest’ultima è colei che controlla ed è controllata dai primi due, così come accade nella realtà. Il valore dei soldi, degli interessi economici, finanziari, bancari diventati ormai più grandi delle nazioni e di milioni, miliardi di vite umane. La mafia detiene il potere della liquidità, di migliaia di container nascosti sotto terra, con cui è in grado di comprare governi e città. La politica è il burattino, o meglio la facciata, ipocrita, corrotta e nefasta, ingannevole ed illusoria, tinta dei colori di una falsa democrazia. Quest’ultima non potrebbe mai sopravvivere senza i soldi della mafia. Allo stesso tempo la mafia non potrebbe continuare ad accrescere la propria influenza senza il rapporto con il potere istituzionale, amministrativo, economico, giudiziale, che rappresenta il suo nutrimento primario ed essenziale.
In questo intreccio di corruzione e in questa convergenza di interessi è immischiato anche il sistema giudiziario, che, nei paesi sud americani, viene interamente controllato dal governo di turno, e la chiesa, la cui istituzione depravata dalle ricchezze, dalla prosperità, dalla sovrabbondanza, e viziata dei peggiori peccati, risponde agli stessi interessi.

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Non esiste un componente senza l’altro. La loro unione governa, sopprime gli oppositori e nel tempo è riuscita ad illudere con false promesse e con un benessere temporaneo ed illusorio, gran parte del popolo, anche quello che con sete di giustizia aveva combattuto nella propria giovinezza la rivoluzione. Questo è ciò che succede al giovane Lautaro, martire, e al padre Manuel, ammaliato da un potere che apparentemente lo culla e lo aiuta, in realtà al solo scopo di ingannarlo. L’uomo aprirà gli occhi solo dopo la morte del figlio: il dolore della perdita lo distruggerà, scatenando in lui un conflitto interiore di valori che non gli darà pace fino alla vecchiaia, quando verrà scosso dalla purezza e dall’assenza di giudizio di un bambino, Brunito, incontrato nel “teatro della vita”. Manuel gli consegnerà nelle mani la bandiera bianca, della resistenza, di suo figlio: “Devi continuare la rivoluzione in nome di mio figlio”. È quel testimone che da secoli e secoli si tramanda di mano in mano, di martire in martire.

La denuncia di Our Voice
Uno spettacolo per raccontare la realtà, la vita di tutti i giorni. L’arte per descrivere e denunciare fatti comprovati da fatti tangibili, conoscibili, giudiziari e non. L’arte come strumento per ridere, piangere e soprattutto riflettere. In Uruguay, come nella maggior parte delle nazioni del mondo, compresa purtroppo la nostra Italia, si realizza questo connubio di interessi coperto da una bella facciata. La ‘Ndrangheta, come ormai è riconosciuto da tutti gli esperti, si trova in tutti i continenti del pianeta, è la più ricca e la più potente, perché detiene il monopolio del traffico di cocaina. Neanche un paese piccolo e dimenticato come l’Uruguay ne è esente. Ne è prova inoppugnabile la presenza del super boss mafioso, Rocco Morabito, latitante, protetto per tantissimo tempo dallo Stato uruguaiano, protagonista e principale intermediario della grande organizzazione criminale, in Sud America. E proprio in questi giorni ne è prova anche il maxi-sequestro di 800kg di cocaina purissima nei porti dell’Uruguay, che, come ha dichiarato il Ministro dell’Interno, il Dr. Jorge Larrañaga, era destinata all’Europa. Solo un’organizzazione mondiale così sofisticata, radicata e distribuita nelle posizioni di vertice del potere istituzionale, politico, amministrativo e militare, può riuscire ad effettuare tali traffici. Questa realtà esiste. Questi connubi esistono e governano in ogni paese del mondo. Ma non esiste peggior male di quello che ti inganna, convincendoti della propria inesistenza.

Il sogno di una rivoluzione che continua
Quindi continua nelle gambe di questi giovani, quel sogno di cui parlava Che Guevara. Un gruppo di giovani, italiani, uruguaiani, argentini, provenienti da varie parti del mondo, apparentemente con poco in comune ma in realtà profondamente uniti. Un legame che si fonde nel profondo senso di giustizia e nella frustrazione davanti ad un mondo che continua a lasciar morire i propri padri, le proprie madri, i propri martiri, sognatori, rivoluzionari, e si rifiuta di combattere per loro.
Un grido di dolore ma anche di speranza che abbraccia tutta la terra, anche il nostro Paese, bello quanto martoriato da questo cancro sopravvissuto fino ad oggi. Italia, dove sei? Dove sono finite le barricate, le scorte civili, le bandiere, i pugni alzati che per tanti anni hanno infiammato le tue strade? Popolo italiano, dove sei? Hai serrato porte, chiuso tapparelle delle finestre, perché non vedi oltre la tua siepe? Italia, abbiamo bisogno di te. Perché “il diritto di vivere in pace” cantato dal giovane rivoluzionario cileno, Victor Jara, sia veramente di tutti i popoli.
“Oggi è prioritaria una nuova forma di resistenza. Una guerra di liberazione contro le mafie, contro la mentalità mafiosa e la sua diffusione anche nell’esercizio del potere. La guerra di liberazione contro la corruzione. Dobbiamo partire dalla consapevolezza della necessità di resistenza e liberazione per coltivare il sogno di una rivoluzione culturale che partendo dai giovani riesca a restituire al nostro Paese il fresco profumo della libertà e della vera democrazia”. Sono state le parole del magistrato Nino Di Matteo, tradotte in spagnolo e proiettate nel teatro di Montevideo alla fine dello spettacolo. Parole emozionanti e soprattutto universali, che valgono per il mondo intero.

“Se io muoio non piangere per me, fai quello che facevo io e continuerò vivendo in te”.
Ernesto Che Guevara

Foto © Leandro Gomez e Romina Torres

fonte: antimafiaduemila.com

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