Oggi come ieri, i femminicidi non si fermano. E dovremmo tutti riflettere

Aaron Pettinari

Ieri ricorreva la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. L’Onu che dal duemila ha dedicato il 25 novembre alla sensibilizzazione sull’argomento, spiega in maniera chiara che 1,2 miliardi di donne nel mondo, una su tre, l’ha subita.
L’elenco delle azioni che rientrano in questa categoria è lungo perché essa si manifesta con la violenza fisica, gli abusi, le sevizie, le botte che possono portare anche alla morte.
Ancora oggi abbiamo assistito ad un caso di femminicidio a Riveredo in Piano, in provincia di Pordenone, dove un uomo di 33 anni ha ucciso la compagna a coltellate per poi costituirsi, con le mani ancora sporche di sangue, direttamente in Questura. La vittima aveva 34 anni ed ovviamente l’uomo è stato arrestato per il reato di omicidio volontario pluriaggravato.
Il rischio che questo ennesimo folle atto di crudeltà sia sopraffatto da altre notizie, come il decesso improvviso, per un infarto, di Diego Armando Maradona, è alto.
Ieri in molti hanno evidenziato come sia bastato la morte del “Pibe de Oro”, figura umanamente discussa e controversa, per distogliere l’attenzione sul tema della violenza delle donne.
Di fronte alla morte di una figura così ingombrante era impossibile che ciò non accadesse.
L’importante è che tra un anno, il 25 novembre 2021, gli organi di informazione, e quindi l’attenzione della gente, sia proiettata su questa battaglia più che al ricordo del “Diez” argentino.
Perché gli uomini passano, ma le idee restano.
E la lotta contro la violenza sulle donne vede una battaglia ancora dura da compiere.
I dati raccolti in questo 2020, accresciuti nel periodo del lockdown di primavera, rivelano che in Italia una donna viene uccisa ogni tre giorni. Numeri impietosi su cui spesso non ci si sofferma, dimenticando che ad ogni vittima corrisponde una storia, una vita che dovrebbe essere raccontata affinché certe cose non accadano più.
Non si ragiona sul fatto che la violenza si manifesta anche tramite le parole, le pressioni, le umiliazioni, le intimidazioni e le colpevolizzazioni che, purtroppo, diventano modo di fare nella vita quotidiana nel momento in cui si usano reiteratamente espressioni sessiste. Lo dico da uomo che è consapevole di dover migliorare proprio su questo aspetto.
Dalla consapevolezza passa la prima forma di cambiamento per scardinare pregiudizi e preconcetti e al contempo realizzare quella rivoluzione culturale necessaria che può essere vinta solo con l’impegno congiunto di uomini e donne.
Un impegno che vale per ogni tipo di lotta per il cambiamento. Perché anche quella contro la mafia è una battaglia di tipo culturale, da compiere quotidianamente.
Perché come diceva Rita Atria, giovane donna che a 17 anni ebbe il coraggio e la tenacia di rinunciare a tutto, persino agli affetti più cari, per inseguire un’ideale di giustizia e denunciare i suoi stessi familiari, “prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci”.
Ugualmente si deve agire nel dire “basta alla violenza sulle donne”. E ciò va fatto giorno dopo giorno, in ogni attimo. Partendo da sé stessi.

Foto © Imagoeconomica

Fonte:antimafiaduemila

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