La geotermia può arrivare a fornire il 7% di tutta la produzione europea di elettricità

Le sindromi Nimby e Nimto? Dalla Longa: «Sono legate alla mancanza di consapevolezza riguardo la necessità e le conseguenze della transizione energetica. Servono informazioni obiettive e imparziali, e il coinvolgimento delle comunità locali»

L’Europa (e nella fattispecie l’Italia) rappresenta la culla dove la geotermia è nata e cresciuta come fonte rinnovabile per la produzione di elettricità e calore, e ancora oggi sono molte le potenzialità che rimangono inespresse. Non a caso l’Ue la definisce come «una fonte di energia alternativa potenzialmente rivoluzionaria», in grado di ridurre la dipendenza del continente dall’estero per l’approvvigionamento di fonti energetiche, contribuire in modo significativo alla lotta contro crisi climatica e inquinamento atmosferico, l’occasione per diversificare l’economia di territori troppo spesso marginali.

Ma quali sono più precisamente i confini di queste potenzialità latenti? Una risposta strutturata a un tema cruciale per la transizione energetica del continente arriva da ultimo con lo studio Scenarios for geothermal energy deployment in Europe, appena pubblicato sulla rivista scientifica Energy, dove come primo autore figura il ricercatore italiano Francesco Dalla Longa – in forze all’unità Energy transition dell’organizzazione di ricerca indipendente Tno, con sede in Olanda. L’abbiamo intervistato.

Quali sono le prospettive di crescita in Europa, per quanto riguarda la produzione di elettricità?

«Secondo le proiezioni riportate nel nostro recente studio “Scenarios for geothermal energy deployment in Europe” la produzione di energia elettrica da fonti geotermiche in Europa potrebbe crescere fino a 100-210 TWh annuali da qui al 2050, ovvero 4-7% della produzione complessiva di elettricità. I livelli di crescita dipendono principalmente da un lato dalle ambizioni europee riguardo all’attenuazione del cambiamento climatico, dall’altro dalla riduzione dei costi dei cosiddetti Enhanced geothermal systems (Egs)».

Guardando agli impieghi diretti del calore, invece?

«In maniera analoga, le nostre proiezioni vedono una forte crescita della produzione diretta di calore da fonti geotermiche in Europa fino a 880-1050 TWh annuali nel 2050. Le principali applicazioni sono l’approvvigionamento di calore nei settori residenziale e commerciale, e in misura minore nei processi industriali e agricoli».

La crisi da Covid-19 e le oscillazioni nel mercato petrolifero, col greggio sceso fino a prezzi negativi nei mesi scorsi, impatteranno anche sul comparto geotermico europeo?

«La transizione energetica – di cui la crescita del comparto geotermico fa parte – è un processo globale che si svolgerà nel corso di diversi decenni. A mio avviso non è ancora possibile fare delle previsioni attendibili riguardo le eventuali conseguenze della crisi Covid-19 in un arco di tempo così ampio».

Guardando in particolare all’Italia, il primo Paese al mondo a produrre elettricità dal calore della terra più di un secolo fa, le nuove installazioni geotermiche sono in stallo mentre altri Paesi registrano una forte crescita: quali strategie ritiene utile mettere in campo per promuovere lo sviluppo sostenibile del settore?

«In primo luogo bisognerebbe venire incontro agli imprenditori che operano nel settore. Le installazioni geotermiche – come la maggior parte degli impianti energetici da fonti rinnovabili – richiedono ingenti investimenti iniziali. In quest’ottica sarebbe opportuno creare delle strutture finanziarie che garantiscano un accesso veloce e sicuro a fonti di capitale. Questo include anche una burocrazia snella ed efficiente per ottenere finanziamenti e incentivi. In secondo luogo è importante promuovere e finanziare la ricerca – sia sul fronte dello sviluppo di nuove tecnologie che su quello dell’esplorazione geologica – e stimolare una vivace collaborazione tra industria e accademia».

In particolare, nel nostro Paese una criticità evidente per tutte le rinnovabili – e anche il settore dell’economia circolare – riguarda l’incessante fiorire di sindromi Nimby e Nimto: come affrontare il problema?

«Queste sindromi sono legate alla mancanza di consapevolezza riguardo la necessità e le conseguenze della transizione energetica. La ricerca in questo campo ha ampiamente dimostrato che la diffusione di informazioni obiettive e imparziali, e il coinvolgimento delle comunità locali nella pianificazione e nello sviluppo del territorio, sono strategie efficaci per affrontare in problema».

fonte: greenreport.it

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