Csm, la riforma ”fake” del ministro Bonafede

di Giorgio Bongiovanni

Continua, continua la “campagna” nefasta della politica espressa dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e da un governo che, salvo proclami, annunci e qualche legge sparsa (voto di scambio, spazzacorrotti, blocca-prescrizione) sembra aver dimenticato il vero senso della lotta alla mafia, facendola diventare una chimera.
Adesso, approfittando degli scandali del caso Palamara ed un’inchiesta, quella di Perugia, che ha messo in mostra le scandalose manovre sulle nomine per gli incarichi direttivi delle Procure d’Italia, piegate su accordi con la politica e becere logiche correntizie, si torna a parlare della riforma per il Consiglio superiore della magistratura.
Il Consiglio dei ministri, nella giornata di ieri ha approvato la legge delega di riforma del Csm prevista dal Guardasigilli con quaranta articoli.
Una riforma agitata come una muleta per abbattere il correntismo, ma che, diversamente diventa scure per colpire la magistratura, o almeno alcune parti.
Vogliamo spiegarci. Perché sebbene non si faccia riferimento alle correnti con il nuovo modello si rischia rafforzare la struttura delle reti territoriali che è una base portante del correntismo e del clientelismo.
E così si rischia di ridurre al minimo la possibilità di essere eletti da parte di quelle voci libere, magistrati indipendenti che, diversamente, possono dare un grande contributo.
Nei punti principali si prevede l’aumento del numero dei consiglieri con le elezioni a doppio turno per i togati e sorteggio se non si raggiunge il numero previsto di candidati per ciascun collegio.
Si può vedere in maniera positiva l’idea di eliminare la possibilità a chi è in politica al Governo o in Parlamento di essere eletto tra i membri laici. Un divieto che varrebbe anche per i consiglieri, gli assessori e i presidenti di Regione e delle regioni autonome di Bolzano e Trento e per i sindaci dei comuni che contano più di 100 mila abitanti.
A nostro avviso sarebbe stato anche meglio eliminare totalmente la presenza di membri laici, in modo da garantire quell’autonomia e indipendenza della magistratura di cui spesso si parla, ma che viene continuamente vilipesa.
Più volte abbiamo ribadito come, a nostro parere, eliminando le correnti, si dovrebbe fare in modo che i membri che dovranno far parte del Csm siano a loro volta scelti da tutti i magistrati tramite elezioni, con tanto di “campagna elettorale” per rappresentare il proprio curriculum e le proprie idee, e valutazioni di merito. Dell’opportunità di “fare una reset al sistema attraverso un sistema misto di elezione a sorteggio” aveva parlato lo scorso giugno anche un altro consigliere togato del Csm, Sebastiano Ardita, evidenziando come riguardo il profilo della riduzione del potere delle correnti “il progetto non appare assolutamente utile a questo scopo, anzi, potrebbe finire per rafforzare nella misura in cui si vuol pensare a collegi piccoli territoriali con sistema sostanzialmente uninominale con possibilità di ballottaggio”.“Questo rafforza la struttura delle reti territoriali che sono la struttura portante delle correnti. – aveva ribadito – Quest’ultime sono delle realtà che nascevano come momenti di reazioni ideali. Oggi esistono ancora magistrati che hanno questa dimensione ideale e sono molto pochi, mentre altri si aggregano in correnti per motivi clientelari. Qual è la base di questo potere clientelare? Sono i potentati territoriali che questa legge finisce per rafforzare”.
Ugualmente, più di recente, erano intervenuti sulla riforma il consigliere togato del Csm Nino Di Matteo ed il Procuratore capo di Catanzaro. A loro parere la riforma elettorale del Csm è di assoluta importanza, ma dovrebbe seguire un’altra logica. “E’ necessaria una riforma elettorale del Csm che spezzi il vincolo degli eletti con le correnti – aveva detto Di Matteo – In questa direzione, a mio avviso, possiamo anche pensare ad una forma di sorteggio temperato dei candidabili al Consiglio superiore della magistratura”. Oggi Di Matteo, intervistato su La Stampa, ha chiarito ulteriormente la propria idea riferendosi ad un “sorteggio per selezionare i candidati da sottoporre alle elezioni del Csm”, indicato come “l’unico modo per scardinare in radice il potere delle correnti, senza incorrere nell’incostituzionalità”.In questo senso aveva anche proposto “una rotazione automatica degli incarichi direttivi” ed oggi ha ribadito la proposta di “rotazione triennale per azzerare la folle corsa agli incarichi direttivi e semidirettivi, che rischia di trasformare i dirigenti degli uffici in capi, con i nefasti effetti ormai di dominio pubblico”. Un metodo anche per evitare altri effetti. “Il capo – ha ricordato Di Matteo – può ritenersi investito del potere di condizionare le scelte dei suoi sostituti, trasformandoli in oscuri funzionari attenti a non dispiacere i vertici dell’ufficio. Il che confligge col disegno costituzionale di potere diffuso in cui i capi coordinano i magistrati, senza comprimerne autonomia e indipendenza”.
Anche il Procuratore Gratteri aveva individuato nella riforma del Csm, la “madre di tutte le riforme”. E parlando del sorteggio, per le elezioni, aveva anche individuato un merito affinché vi fosse comunque una “selezione” in grado di garantire valori ed integrità – “Io – aveva dichiarato – sono d’accordo con il sorteggio. Escludendo chi ha avuto condanne e quelli che hanno ritardi nelle sentenze, si può dividere l’Italia per macro-aeree (Nord-centro-Sud) e poi si fa il sorteggio. Perché se sono in grado di scrivere una sentenza sono in grado di valutare se una persona è idonea a fare il Presidente del Tribunale o il Procuratore generale. Se tolgo questo giocattolo delle nomine le correnti spariscono e la magistratura diventerà più indipendente e la gente si avvicinerà più a noi”.
Certo è che il concetto di democrazia debba essere centrale e che dovrebbe valere anche per le nomine ad incarichi direttivi e semi-direttivi e le varie promozioni.
Ma anche in questo punto la riforma Bonafede si manifesta in tutta la sua scarsezza.
Perché se da una parte si dice che la legge toglierà ogni discrezionalità nella scelta dei futuri capi degli uffici giudiziari, con l’obbligo di attenersi “all’ordine temporale delle vacanze; all’audizione dei candidati; alla frequentazione, presso la Scuola della magistratura, di specifici corsi”, dall’altra vi è un articolo che con il merito non ha nulla a che vedere ed è tanto pericoloso quanto indecente.
Parliamo dell’articolo 21 che propone modifiche in materia di ricollocamento in ruolo dei magistrati componenti del Consiglio superiore della magistratura.
Si legge in esso: “All’articolo 30, secondo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 16 settembre 1958, n. 916, è aggiunto infine il seguente periodo: “Prima che siano trascorsi quattro anni dal giorno in cui ha cessato di far parte del Consiglio superiore della magistratura, il magistrato non può proporre domanda per un ufficio direttivo o semidirettivo, fatto salvo il caso in cui l’incarico direttivo o semidirettivo sia stato ricoperto in precedenza. Prima che siano trascorsi due anni dal giorno in cui ha cessato di far parte del Consiglio superiore della magistratura, il magistrato non può essere collocato fuori del ruolo organico per lo svolgimento di funzioni diverse da quelle giudiziarie ordinarie. La predetta disposizione tuttavia non si applica quando il collocamento fuori del ruolo organico è disposto per consentire lo svolgimento di funzioni elettive”.
Un passaggio della riforma che è chiaramente mosso da un intento punitivo nei confronti di una struttura, il Consiglio superiore della magistratura, che in passato è stato pienamente colpito dallo scandalo delle nomine, ma che già oggi presenta importanti cambiamenti rispetto a quelle logiche correntizie, anche grazie ai contributi di magistrati come Di Matteo, Ardita e Davigo.
Ed è profondamente illogico ed ingiusto applicare una norma di questo tipo non solo perché così facendo si “puniscono” i membri di questo Csm per gli errori commessi da altri. Già questo dovrebbe far riflettere nel momento in cui al suo interno vi sono professionalità irrinunciabili nella lotta alla mafia che, con l’esperienza acquisita, potrebbero dare un importante scatto ed impulso a diverse Procure di frontiera.
Ma c’è anche un problema ulteriore su quella che sarà la futura composizione del Csm, nel momento in cui la normativa produrrà l’effetto che le candidature più autorevoli, per non vedersi pregiudicata la carriera, non proporranno mai il proprio nome. E così facendo si candideranno al Csm magistrati inesperti o a fine carriera. E non è certo di questo che ha bisogno l’organo di autogoverno della magistratura.
Qualora questa riforma “fake” senza modifiche o revisioni, andrà in porto ecco che sarebbe l’ennesima prova di una politica che con la mafia preferisce convivere, anziché annientarla. L’ennesimo inganno di governo che, si spera, i cittadini onesti non potranno dimenticare.

Foto © Imagoeconomica

fonte: antimafiaduemila.com

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