Il massacro del Ponte Morandi

Conte e Mattarella abbattono i colpevoli Benetton
di Giorgio Bongiovanni



Quasi due anni sono trascorsi dal massacro del Ponte Morandi di Genova, il cui crollo, il 14 agosto 2018, portò alla morte 43 persone. Una strage, a nostro avviso, parimenti grave come quella di Portella della Ginestra, Bologna, Piazza Fontana, Capaci o via d’Amelio. Quarantatré persone che hanno perso la vita in maniera inaccettabile in uno Stato come quello italiano.
Ieri, nel giorno dell’inaugurazione del nuovo Ponte Genova San Giorgio i più alti vertici delle nostre istituzioni, il Capo dello Stato Sergio Mattarella e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con due interventi duri e coraggiosi, hanno puntato il dito in maniera sottintesa, ma non troppo, contro il gruppo Atlantia, la holding controllata dalla famiglia Benetton che detiene la maggioranza delle quote di Aspi (Autostrade per l’Italia). “Le responsabilità non sono generiche, hanno sempre un nome e un cognome. E sono sempre frutto di azioni o omissioni, quindi è importante che ci sia un accertamento severo, preciso e rigoroso delle responsabilità” ha dichiarato il Presidente della Repubblica, nell’incontro in Prefettura.
Poco dopo il Premier, durante il discorso per l’inaugurazione della nuova infrastruttura, ha rincarato la dose: “Il nostro obiettivo è tutelare l’interesse pubblico che non è stato garantito dalla struttura regolativa della precedente concessione”.
E poi ha aggiunto: “Non c’è nulla che possa estinguere il dolore della perdita di una vita, tanto più quando la causa è l’incuria, la cattiva gestione di un bene che essendo anche pubblico dovrebbe essere custodito e gestito con particolare cura e attenzione. Anche muovendo da questa consapevolezza il governo ha ritenuto doveroso condurre il complesso procedimento di contestazione che si è concluso recentemente con l’accordo di ridefinire i termini della concessione, di riportarlo in equilibrio, di garantire in modo più efficace gli investimenti e garantire maggiore sicurezza per i cittadini. Stiamo anche ridefinendo la governance della società concessoria”.
Allo stato il ponte viene consegnato ai Benetton (attuali concessionari), ma il percorso è stato tracciato e presto tornerà allo Stato.
Il braccio di ferro, dura da tempo, ma lo scorso luglio sarebbe stato raggiunto un accordo tra le parti. Esso prevede che Autostrade per l’Italia cambi radicalmente assetto societario con l’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti, una società controllata del ministero delle Finanze, e con un grosso ridimensionamento della quota dei Benetton. Aspi sarà poi quotata in borsa e lo Stato ne rimarrà socio di riferimento riprendendo quindi il controllo di una grossa parte delle autostrade, a vent’anni dalla loro privatizzazione.
Resta ancora un nodo da sciogliere: stabilire il prezzo al quale verrà valutata Autostrade per l’Italia.
E’ attorno ad esso che ruota l’escamotage individuato dallo Stato per non arrivare ai 23 miliardi che avrebbe dovuto pagare per revocare in maniera univoca la concessione.
Una questione di soldi che, ancora una volta, mostra come i Benetton siano avidi di denaro ed anti etici.
Del resto cosa aspettarsi da chi oltreoceano, in Argentina, sta continuando a imporre al popolo Mapuche una serie di vessazioni, sottraendogli le terre in cui da millenni il popolo nativo vive.
Di fronte al disastro del ponte Morandi, in cui sono morti connazionali lungo un’autostrada pagata fior di quattrini dagli italiani affinché sia garantita una viabilità sicura gli imprenditori trevigiani dovrebbero rinunciare in maniera diretta alla concessione, senza battere ciglio.
E invece no. Il braccio di ferro persiste.
Al momento resta la sostanziale presa di distanze dei vertici dello Stato nei confronti degli imprenditori-padroni che per anni si sono arricchiti grazie ai pedaggi delle autostrade e sulla pelle degli italiani.
E’ noto che la procura di Genova, subito dopo il disastro, ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo plurimo, disastro colposo e attentato colposo alla sicurezza dei trasporti. Venivano così indagati in 73 tra persone fisiche e società. Tra essi anche i vertici di Aspi, Spea e funzionari del Mit.
Nei giorni scorsi, in un’intervista a ‘Il Fatto Quotidiano’, il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi rispondendo a una domanda sull’inchiesta sul crollo di Ponte Morandi e il rischio della prescrizione ha dichiarato: “Nei casi delle altre tragedie di cui mi sono occupato si sono completati i gradi di merito nei tempi. L’esito del processo è un altro discorso, ma è un nostro obiettivo evitare che l’indagine sul ponte si concluda con una denegata giustizia: è inaccettabile, soprattutto in vicende delicate come questa”.
E poi ancora ha aggiunto: “Andando a vedere gli obblighi di manutenzione ci sono piovute addosso, come un effetto domino, altre indagini. Segnalando al ministero dei Trasporti alcuni casi sospetti sono stati avviati più controlli. Le ispezioni hanno rilevato uno stato di non adeguatezza diffuso, per esempio sulla Genova-Alessandria o sulla Genova-Savona. La stessa società concessionaria ha ammesso che alcuni viadotti avevano indice di deterioramento 70, ovvero il massimo, quando pochi mesi prima quegli stessi tratti erano stati classificati come sicuri. Per non dire delle gallerie, perché per 15 anni in tutta Italia si sono disattese le regole di una direttiva europea del 2004 per gestire vie di fuga, allarmi e misure di sicurezza. E coi nuovi crolli partivano altre inchieste…”.
Che ne possano dire i Benetton, la responsabilità da parte di Autostrade, da loro controllata, è chiara e netta. E ciò emergeva anche in base alle relazioni della Commissione ispettiva del ministero dei Trasporti.
Personalmente lo abbiamo sostenuto più volte in questi anni torniamo a ribadire la necessità di indagare anche sui Benetton per omicidio colposo (art.589 del cod.p.p.).
E poiché certi delitti non possono andare in prescrizione la speranza è che prima o poi si trovi il coraggio di perseguire anche i Benetton, eticamente già colpevoli e responsabili.
Lo chiedono le vittime che ci sono state. Lo chiedono le loro famiglie. Lo chiedono i “sopravvissuti”. Lo chiede l’Italia onesta, stufa di sacrificare il bene pubblico per l’interesse dei privati.

Foto originali © Reuters/Stefano Rellandini-Imagoeconomica

fonte: antimafiaduemila.com

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