Come vogliamo aiutare Massimo Giletti?

di Saverio Lodato


Molti laureati in antimafia hanno arricciato il naso di fronte all’esposizione mediatica di Massimo Giletti che, mentre nessuno se l’aspettava, e sorprendendo tutti, ha rotto il recinto consolidato della sua trasmissione – Non è L’Arena – sconfinando nella zona grigia dei rapporti, purtroppo ancestrali, fra Mafia e Stato. Rapporti che devono restare tabù, non dati in pasto al popolino (secondo certi scienziati dell’informazione che vogliono sempre che tutto cambi perché niente cambi).
Sappiamo quali sono state le clamorose conseguenze di questa invasione di campo.
L’avere messo insieme, in una mezza dozzina di puntate, una rivolta carceraria con dodici morti; la successiva scarcerazione gentile di centinaia di fior di delinquenti; il comportamento a dir poco ambiguo di funzionari del Dap; il compitino letto in Parlamento dal ministro della giustizia Alfonso Bonafede; la singolarissima storia del giudice Nino Di Matteo, promosso e retrocesso in giornata dalla direzione del Dap; sono, questi, altrettanti elementi che hanno costituito un devastante due più due, che a milioni di telespettatori è apparso di evidenza solare.
Non era mai accaduto prima, quantomeno per la durata dello spettacolo – chiamiamolo così – che stava andando in onda.
La gente, che prima non sapeva, veniva a sapere in diretta televisiva.
La gente per la prima volta capiva che, ad avere il ritmo di una fiction mozzafiato, erano i fatti autentici, con protagonisti e comparse che non ubbidivano a copioni e sceneggiature di fantasia, trattandosi invece di carceri italiane, detenuti italiani, uomini politici italiani.
Insomma: guardavano televisione che faceva informazione a tutto campo.
Grande spettacolo, appunto.
E scoprivano un pezzo occulto di Storia italiana, quello che sbrigativamente va sotto il nome di Trattativa Stato-Mafia. Scoprivano, questo va da sé, segreti e misteri di Stato.
Si potrà discutere all’infinito del perché e del per come di queste puntate di Non è L’Arena; del perché e del per come Massimo Giletti si sia deciso a rompere quell’argine al quale facevamo riferimento all’inizio; di come siano potuti finire in prima serata argomenti tanto scabrosi, tanto delicati, tanto televisivamente contro indicati.

il patto sporco integrale

Sono domande oziose. Che non portano da nessuna parte. E aggiungiamo anche che, chi le formula, in realtà preferisce parlare d’altro.
Sono ben altri, i risultati che contano.
Intanto va detto che della rivolta carceraria giornali e televisioni se n’erano occupati con il minimo spazio e nel minor tempo possibile. E dire che ci sarebbe stato tantissimo da scavare.
Intanto va detto che, i pochi che ne parlavano, facevano riferimento a qualche dozzina di detenuti rispediti a casa loro, non alle effettive centinaia che stavano dando vita a un esodo silenzioso e nascosto.
Intanto, gli italiani avrebbero visto, dulcis in fundo, il ministro della giustizia, chiamato pesantemente in causa dalla violenza dei fatti, esibirsi in un’autodifesa da commedia dell’arte, e che a noi ha ricordato tanto L’Uomo che ride di Victor Hugo.
Può bastare. E poteva bastare.
Prova ne sia che il popolo di mafia, per bocca di uno dei suoi più feroci rappresentanti, lo stragista mafioso Filippo Graviano, fece sentire la sua voce con queste parole: “Il ministro fa il suo lavoro e questi… Giletti e Di Matteo… rompono la minchia”. Con riferimento al giudice Nino Di Matteo che, come è noto, di Trattativa Stato-Mafia se ne intende.
E di questa frase, sia detto per inciso, esiste un’altra versione, edulcorata, di certi laureati dell’antimafia che così recita: “Giletti e Di Matteo hanno rotto la minchia”. Dove, facendo scomparire il riferimento al legittimo “lavoro” del ministro Bonafede, il gioco è fatto: il governo viene messo al riparo da eventuali responsabilità. Trucchetti da prestigiatori.
Infine, Massimo Giletti – e meno male che è accaduto – è stato messo sotto scorta.
Solo che per tre settimane nessuno ne ha saputo nulla.
Sarebbe infatti toccato a noi, su ANTIMAFIADuemila, strappare l’ennesimo sipario nero su una vicenda finita ormai fuori controllo.
E ora?
Ora l’augurio è che tanti laureati antimafia, piuttosto che applaudire a scena aperta Massimo Giletti, dopo averlo letteralmente ignorato per settimane, tornino a occuparsi di questo gigantesco tema tabù, quello dei rapporti fra lo Stato e la Mafia.
Eh si. Il popolino ha diritto di sapere.
E di lavoro da fare ce n’è tantissimo. E per tutti. Laureati in antimafia e no.
Soprattutto visto che a Palermo è in corso sull’argomento il processo di secondo grado che si sta avviando a conclusione nel silenzio generale.
Il piccolo promemoria che ci permettiamo, vale soprattutto per quelle trasmissioni televisive che, pur occupandosi settimanalmente di attualità giornalistica, la parola Mafia, accostata alla parola Stato, non la pronunciano mai. Ed è un vero peccato di Dio. Magari se cominciassero a farsi sentire anche loro, Giletti sarebbe meno isolato, meno bersaglio di quanto è diventato.

📸 Foto © Paolo Bassani

📫 saverio.lodato@virgilio.it

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