Dallo spreco di cibo a quello dei rifiuti organici, in Europa

Rappresentano il 34% di tutti i rifiuti urbani, ci sono miglioramenti nella loro gestione ma la sostenibilità economica e ambientale è ancora lontana

Che spreco: è ciò che viene da dire leggendo che “in Europa, 134 mila tonnellate di azoto e 44 mila tonnellate di fosforo vengono perse a causa di un’errata raccolta differenziata dei rifiuti organici di provenienza urbana”. A riportarlo è l’Arpat,  che ha pubblicato la sintesi di un recente studio dell’Ue sulla gestione proprio dei rifiuti organici.

Questo flusso di materiali rappresenta un quantitativo superiore al 34% del complesso dei rifiuti urbani, che ha raggiunto (dati 2017) 86 milioni di tonnellate nell’Ue a 28. L’obiettivo posto dall’Europa è, proprio in ragione di questi numeri, di traguardare il 65% di riciclo dei rifiuti urbani entro il 2035.

Obiettivo giusto ma ambizioso, perché “allo stato attuale, il livello di raccolta differenziata, in generale e nello specifico per questo tipo di rifiuti, differisce, anche in modo considerevole, da un paese all’altro all’interno dell’Ue, in particolare alcuni paesi membri appaiono alquanto lontani dal raggiungere il pieno potenziale derivante da una corretta gestione di questa particolare tipologia di rifiuti, anche l’implementazione dei sistemi di raccolta differenziata si mostra piuttosto lenta oltre che complessa”. Il report pone l’accento anche sugli scarti alimentari che rappresentano i due terzi (circa il 60%) di tutti i rifiuti organici provenienti dalle abitazioni private e da situazioni analoghe.

E più che per altri tipi di rifiuti, ridurre la quantità di cibo gettato costituisce una responsabilità anche morale per la nostra società. Fortunatamente, nella maggior parte dei paesi membri rappresenta una priorità nella politica di prevenzione dei rifiuti – in Italia ad esempio spicca la legge Gadda nata nel 2016 proprio per ridurre gli sprechi alimentari – anche se non sono molti i risultati finora raggiunti.

Per quanto riguarda invece la gestione rifiuti organici, il compostaggio (trattamento in presenza di ossigeno) e la digestione anaerobica (in assenza di ossigeno) sono al momento le due tecniche maggiormente utilizzate. Il compostaggio risulta, ad oggi, dominante ma la digestione anaerobica è in aumento. Quest’ultima è in grado di generare biogas, risultando una fonte di energia rinnovabile.

Ma per chiudere il cerchio, lo sottolinea anche il report, il compost e il digestato dovrebbero essere di buona qualità in modo da essere impiegato per migliorare e fertilizzare il terreno. Dei paesi assoggettati a verifica da questo report, 24 hanno o stanno sviluppando standard nazionali di qualità per il compost. Di questi 12 hanno già un sistema di gestione in qualità del compost e schemi di garanzia del processo, che garantiscono standard di qualità per prodotti come il terriccio.

C’è poi il problema, o meglio, c’è anche il problema che il trattamento di questo flusso di rifiuti deve avvenire in impianti dedicati, che in molte aree Ue sono in numero inferiore al necessario, come anche qui in Italia, dove i rifiuti organici raccolti sono in aumento, ma si paga caro questo deficit.

Ed è anche per questo, ma non solo ovviamente, che come detto prima è stato stimato che, in Europa, 134 mila tonnellate di azoto e 44 mila tonnellate di fosforo vengono perse a causa di un’errata raccolta differenziata dei rifiuti organici di provenienza urbana.

E per quanto riguarda gli imballaggi biodegradabili? Il contesto in Europa è assai variegato: svariati prodotti di uso comune, come le borse di plastica, ma anche molti altri beni, sono classificati come “compostabili” o “biodegradabili” in alcuni paesi, e vengono utilizzati per la raccolta differenziata di questa particolare tipologia di rifiuti ed evitare contaminazioni con altri materiali plastici, mentre in altri Stati tutto questo non viene fatto.

Come ricordano l’Arpat e il report Ue “la capacità di degradarsi di questi sacchetti dipende da varie condizioni, come, ad esempio, la presenza di umidità ed ossigeno, per questo il loro uso necessita di un’attenta valutazione e una capacità di trattamento da parte dell’impianto di gestione dei rifiuti, in genere, le plastiche dei sacchetti non sono biodegradabili durante il processo di digestione anaerobica (anche se va detto che ci sono impianti che abbinano alla digestione anaerobica quella aerobica (compostaggio) in passaggi successivi). I prodotti compostabili non sono necessariamente biodegradabili in natura o nella compostiera domestica, per questo è molto importante che vi siano etichette chiare, istruzioni d’uso e disposizioni sulla biodegradabilità e compostabilità delle plastiche per una buona gestione dei rifiuti organici”.

Riflessione e indicazioni giuste, tenendo conto che, ad esempio in Italia, negli ultimi tre anni la presenza di bioplastiche compostabili nella raccolta degli scarti di cucina è più che triplicata (e va ricordato che in molte occasioni abbiamo sottolineato come questo stesse rappresentando anche un problema), passando dalle circa 27.000 t/anno (espresse sul secco) dell’indagine del 2016/2017 alle circa 83.000 t/anno di quella del 2019/2020.

Ma contemporaneamente aumenta – ed in peso è persino superiore – anche la plastica tradizionale che viene erroneamente conferita nell’umido, che è passata dalle circa 65.000 t/anno (espresso sul secco) del 2016/2017 alle circa 90.000 t/anno del 2019/2020.

Questo flusso di rifiuti urbani è quindi molto delicato sia per quantità, sia per gestione. L’impiantistica è fondamentale, come la qualità dei materiali che vi arrivano. I miglioramenti di anno in anno sono tangibili, almeno in Italia, ma la sostenibilità economica e ambientale è ancora lontana.

fonte: greenreport.it

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