Si penta, Luca Palamara. Non faccia la fine del gonzo

di Saverio Lodato


Troppo facile irridere il potente che cade in disgrazia. Troppo facile rintanarsi dietro le parole alte del capo dello Stato, Sergio Mattarella, per non pagare dazio, per ammantarsi di etica riflessa – quell’etica sacrosantamente auspicata proprio dall’alto del Quirinale – , per dare il colpo di grazia al capro espiatorio agonizzante.
I potenti prepotenti, gli arroganti al comando, i deboli con i forti e i forti con i deboli, come usava dire una volta, non ci sono mai piaciuti. Ma, spesso, il potente che ruzzola rumorosamente in basso, finisce quasi con l’intenerirci; visto e considerato che, attorno a lui, si affannano vocianti i suoi compari di un tempo. A reggere il confronto storico, non essendoci in questa storia né un Cesare, né un Bruto, restano solo – questi sì – tantissimi e affilatissimi coltelli.
Si parla qui di Luca Palamara.
L’ex potentissimo capo di Anm, ora cacciato dall’associazione magistrati. Cacciato per avere inguaiato fior fiore di magistrati autorevolissimi, finiti in quelle chat della vergogna scoperchiate dalla autorità giudiziaria di Perugia.
Giusto cacciarlo, si dirà.
Indifendibile lo è, eccome, il Palamara. Non fosse altro per quella rete opaca che grazie a lui, per anni e anni, non ha negato a nessuno – meglio: quasi a nessuno – il piatto di lenticchie di ordinanza.
La sbobba, il rancio a chi mendicava il posticino, adulando o leccando, inchinandosi, o mettendosi letteralmente a servizio.
Quindi giustissimo cacciarlo, proprio perché indifendibile. Ma qualche domanda – vivaddio – resta.

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Dove finivano i piatti di lenticchie che lui pazientemente cucinava?
Quanti sono gli alti magistrati che ricoprono ora alti incarichi proprio perché Luca Palamara si prestò a fare da chef?
E potrebbero almeno astenersi dal commentare la rovinosa caduta di chi per loro fece tanto?
Dice adesso, a caldo di espulsione, il Palamara: “Non farò il capro espiatorio”; “Mi è stato negato il diritto di parola: nemmeno nell’Inquisizione”; “Non ho mai agito da solo”.
Solo gli imbecilli, o quelli in mala fede, caro Palamara, possono pensare che lei riuscisse a far tutto da solo.
Si penta, allora, caro Palamara.
Ci racconti tutto quello che sfuggì persino al trojan che le avevano inoculato nel cellulare.
Racconti per filo e per segno quale idea hanno i politici della magistratura italiana e del controllo della legalità. Non solo le cenette che si sanno, anche quelle che non si sanno.
Ci spieghi bene quali sono i canali aperti fra magistratura e avvocatura. Molto solerte, quest’ultima, a entrare con i piedi nel piatto in questo tormentone Csm, mentre forse sarebbe assai meglio se ne astenesse.
Ci faccia anche capire come si riesce in Italia a mettere alla gogna quei pubblici ministeri che non le chiedevano, e da lei non ottenevano, piatti di lenticchie.
E perché, già che ci siamo, non incontravano il suo gradimento quei suoi colleghi che cercano altri scenari, oltre quelli mafiosamente intesi, che potrebbero stare dietro i settant’anni dello stragismo italiano.
Insomma, lei può contribuire all’accertamento di questa verità, ben più che un trojan pappagallesco.
Diversamente, si rassegni ai tanti cambi di casacca di chi un giorno veniva a cena con lei, e magari intascava persino un biglietto per lo stadio. O credeva che lo facessero per la sua bella faccia?
Ma, soprattutto, un consiglio finale: non scomodi l’Inquisizione.
Lei è tutto, tranne che un eretico.

📸 Foto © Imagoeconomica

📫 saverio.lodato@virgilio.it

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