La banchisa polare antartica potrebbe ritirarsi fino a 50 metri al giorno

Lo ha già fatto alla fine dell’ultima era glaciale, molto più velocemente di quanto prevedono oggi gli scienziati in base ai dati satellitari

Lo studio “Delicate seafloor landforms reveal past Antarctic grounding-line retreat of kilometers per year”, pubblicato su Science da un team di ricercatori britannici e norvegesi guidato dallo Scott Polar Research Institute dell’Università di Cambridge, ha utilizzato modelli delle  delicate creste ondulate sul fondale antartico per calcolare la velocità con cui il ghiaccio si è ritirato circa 12.000 anni fa durante la deglaciazione regionale.

I ricercatori spiegano che «Le creste furono prodotte nel punto in cui la calotta glaciale iniziò a galleggiare, e furono causate dal ghiaccio che schiacciava il sedimento sul fondo del mare mentre si spostava su e giù con il movimento delle maree. Le immagini di queste morfologie sono a una risoluzione sub-metro senza precedenti e sono state acquisite da un veicolo subacqueo autonomo (AUV) che opera a circa 60 metri sopra il fondo del mare».

Mentre i moderni satelliti sono in grado di raccogliere informazioni dettagliate sul ritiro e sui tassi di assottigliamento del ghiaccio marino intorno all’Antartide, i dati risalgono a pochi decenni fa. Con il nuovo metodo subacqueo «Il calcolo della velocità massima alla quale una calotta glaciale può ritirarsi, utilizzando dataset di queste dorsali dei fondali marini, rivela tassi di ritiro storici che sono quasi dieci volte più veloci dei tassi massimi di ritiro osservati oggi».

Il principale autore dello studio, il direttore dello Scott Polar Research Institute Julian Dowdeswell, spiega che «Esaminando l’impronta del passato della calotta glaciale e osservando le serie di creste sul fondo del mare, siamo stati in grado di ottenere nuove prove sulle percentuali massime di ritiro del ghiaccio nel passato, che sono molto più veloci di quelle osservate oggi anche nelle parti più sensibili dell’Antartide oggi».

Lo studio è stato condotto nell’ambito della Weddell Sea Expedition, che partita all’inizio del 2019 per intraprendere un programma scientifico e trovare il relitto della nave di Endurance di Sir Ernest Shackleton. Sebbene le condizioni del ghiaccio marino all’epoca abbiano impedito al team di acquisire immagini del leggendario relitto, i ricercatori sono stati furono in grado di continuare il loro lavoro scientifico, compresa la mappatura del fondale marino vicino alla banchisa di ghiaccio di Larsen, a est della Penisola antartica.

Utilizzando droni, satelliti e AUV, il team di ricerca britannico-norvegese è tato in grado di studiare le condizioni del ghiaccio nel mare di Weddell con dettagli senza precedenti.

L’obiettivo della ricerca era quello di studiare lo scorrimento, presente e passato, delle enormi banchise di ghiaccio galleggianti che circondano circa il 75% della costa antartica, dove fungono da contrafforte al flusso di ghiaccio proveniente dall’entroterra.

Come gran parte del resto del ghiaccio nelle regioni polari, in alcune parti dell’Antartide queste barriere marine si stanno indebolendo, come è stato drammaticamente visto nelle banchise Larsen A e B, che sono collassate rapidamente nel 1998 e 2002, quando circa 1.250 miglia quadrate di ghiaccio si sono frammentate e scomparse in poco più di un mese.

Gli scienziati spiegano che «Le banchise glaciali si stanno assottigliando perché correnti d’acqua relativamente calde le stanno divorando dal basso, ma si stanno anche sciogliendo dall’alto, in quanto le temperature dell’aria estiva aumentano. Entrambi questi effetti assottigliano e indeboliscono le banchise glaciali e, mentre lo fanno, i ghiacciai che stanno trattenendo scorrono più velocemente verso il mare e i loro margini si ritirano».

Utilizzando gli AUV, il team è stato in grado di raccogliere dati sulle fluttuazioni storiche della banchisa glaciale dai dati geologici sulla piattaforma continentale antartica.

UN’altra autrice dello studio Evelyn Dowdeswell, chief scientist della Weddell Sea Expedition, evidenzia che «Esaminando le forme del suolo sul fondale marino, siamo stati in grado di determinare il comportamento del ghiaccio in passato. Sapevamo che queste formazioni erano presenti, ma prima non eravamo mai stati in grado di esaminarle in modo così dettagliato».

Il team ha identificato «Una serie di delicate creste ondulate sul fondo del mare, ognuna alta circa un metro e distanziate tra loro fra  i 20 e 25 metri, risalenti alla fine dell’ultima grande deglaciazione della piattaforma continentale antartica, circa 12.000 anni fa». Secondo gli scienziati, queste creste si sono formate in quella che precedentemente era la grounding line: la zona in cui la calotta di ghiaccio a terra inizia a galleggiare come una banchisa di ghiaccio e da tutto questo hanno dedotto che «Queste piccole creste sono state causate dal ghiaccio che si muoveva su e giù con le maree, comprimendo il sedimento in formazioni geologiche ben conservate, assomigliando un po’ ai gradini di una scala, mentre il ghiaccio si ritirava». Supponendo un ciclo standard di 12 ore tra l’alta e la bassa marea e misurando la distanza tra le creste, i ricercatori sono stati quindi in grado di determinare la velocità con cui il ghiaccio si stava ritirando alla fine dell’ultima era glaciale e hanno calcolato che «Il ghiaccio si stava ritirando fino a 40-50 metri al giorno durante questo periodo, un tasso che equivale a più di 10 chilometri all’anno. In confronto, le moderne immagini satellitari mostrano che anche le grounding line che si stanno ritirando più velocemente in Antartide oggi, ad esempio nella baia di Pine Island, sono molto più lente di queste osservazioni geologiche, a soli 1,6 chilometri l’anno».

La Dowdeswell conclude: «L’ambiente marino profondo è in realtà abbastanza tranquillo al largo dell’Antartide, permettendo a formazioni come queste di essersi ben preservate nel tempo sul fondo del mare. Ora sappiamo che il ghiaccio è in grado di ritirarsi a velocità molto superiori a quelle che vediamo oggi. Se i cambiamenti climatici dovessero continuare a indebolire le calotte glaciali nei prossimi decenni, potremmo vedere simili tassi di ritirata, con profonde implicazioni per l’innalzamento del livello globale del mare».

fonte: greenreport.it

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