Gli anni delle stragi di Cosa Nostra

Intervista a Luca Tescaroli
di Bruno Bonassi e Pierlorenzo Stella


Nella scorsa edizione della rivista dedicata a Trento abbiamo riservato la rubrica “Il Personaggio” a Luca Tescaroli, il magistrato di Firenze che è definito il guerriero antimafia e che in estate ama trascorrere le vacanze in Trentino. Con lui ci siamo confrontati sui temi della giustizia e della mafia in Italia. La sua disponibilità è stata tale che ci ha concesso di approfondire ulteriormente il tema delle cosche in un periodo storico preciso, quello degli anni ’90 e dello stragismo, quando venne ucciso il giudice Falcone. Tescaroli partecipò al pool di inquirenti che sostenne l’accusa nel processo che seguì alla strage di Capaci e in questa intervista rivela spaccati di storia considerevolmente importanti che portarono ai collaboratori di giustizia e anche alla questione della trattativa Stato e mafia.

Sono passati 27 anni dalla strage di Capaci. Lei ha seguito la delicatissima inchiesta. L’impressione è che oltre ai tanti fatti accertati e ai colpevoli individuati, molto sia rimasto ancora sotto traccia. Ci furono mandanti occulti? È emersa tutta la verità? Fin dove si sono spinte le indagini?
“Ventisette anni dopo la strage che ha inghiottito Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani (e ferito altri tre agenti oltre a occasionali automobilisti che passavano su quel tratto di autostrada) è necessario riflettere e cercare di capire cosa avvenne in quella lunga scia di bombe e sangue, nella quale quella strage si inserì, ma anche evidenziare quelli che sono stati i successi ottenuti che vanno sottolineati per non perdere la speranza e la fiducia nelle istituzioni.
Non dobbiamo dimenticare che per la strage dell’Addaura, che doveva essere eseguita il 20 giugno del 1989 e che doveva colpire con tre anni di anticipo Falcone assieme ai colleghi svizzeri Carla del Ponte e Claudio Lehmann, sono stati individuati e condannati, con sentenza passata in giudicato, sei mafiosi. Per la strage di Capaci sono stati individuati trentasette responsabili condannati con sentenza passata in giudicato. Ventiquattro sono stati gli ergastoli definitivi inflitti. Per la prima volta si è riusciti anche a far condannare, come ideatori del disegno stragista, gli appartenenti alla Commissione Regionale di Cosa Nostra, quando si ignorava, in passato, che la stessa avesse una funzione deliberativa dei delitti. Le dichiarazioni di Buscetta che erano state poste a base del primo Maxiprocesso avevano indicato questo organismo di vertice come un organismo consultivo e invece, con i processi celebrati, si è dimostrato il loro coinvolgimento”.

Sono certamente risultati importanti che non vanno dimenticati, anche per le conseguenze che hanno portato…
“Infatti tali condanne hanno reso definitivo il carcere e il regime duro, il cosiddetto 41bis, che è stato introdotto solo dopo la strage di via Mariano D’Amelio, unitamente a strumenti normativi che hanno reso particolarmente efficace l’azione di contrasto. Le sentenze sono diventate definitive e questo ha superato il mito di Cosa Nostra per cui il carcere si accetta ma non si accetta la definitività delle pronunce.
Sono stati individuati arsenali di notevoli dimensioni, in particolare sono stati sequestrati il deposito di contrada Giambascio, il deposito di contrada Malatacca, tra i più grandi sicuramente in Europa, con una quantità di armi ed esplosivi impressionante”.

Oltre alle condanne, al carcere duro e ai sequestri d’arsenali, c’è stato anche un cambiamento nel rapporto tra pentiti e inquirenti?
“Lo scatto successivo si è verificato quando, a partire da giugno del 1996, vi è stato un profluvio di collaborazioni con la giustizia. Nella mia mente ho fissato una data, quella del 7 giugno del 1996, quando il Maresciallo dei Carabinieri Cimino, a margine di un’udienza pe la strage di Capaci nell’aula Bunker di Caltanissetta, si avvicinò a me e mi disse: “Guardi dottore, c’è l’imputato Calogero Ganci che vuole parlare con lei urgentemente”. Subito dopo l’udienza andai nel carcere di Malaspina, a Caltanissetta, a sentirlo ed egli confessò come primo crimine proprio la partecipazione alla strage di Capaci. Calogero Ganci era un uomo d’onore della famiglia della Noce, una delle più vicine a Salvatore Riina. Il 9 luglio iniziò a collaborare Giovanbattista Ferrante, importante uomo d’onore della famiglia di San Lorenzo. Ricordo che mi telefonò l’avvocato Alessandro Bonsignore dicendomi che il suo assistito voleva parlare con me. Raggiunsi Ferrante nel carcere di Palermo, dapprima si dissociò e, dopo qualche giorno, iniziò a collaborare. Seguirà la collaborazione di Antonino Gagliano, altro uomo d’onore della Noce. Francesco Paolo Anzelmo, Salvatore Cucuzza, voci che dall’interno dell’organizzazione di Cosa Nostra ci hanno rivelato i meccanismi di funzionamento dell’organizzazione. Ancora, vi sono stati sequestri e confische di beni appartenenti ai mafiosi in quantità impressionante. Risultati che hanno piegato e scompaginato Cosa Nostra, l’hanno fatta inginocchiare alla fine degli anni ’90, riducendola ai minimi termini come un gigante dai piedi d’argilla, trafitto, che si inginocchiava davanti allo Stato”.

Più passa il tempo e più ci si dimentica l’immane lavoro per scardinare il potere di Cosa Nostra. Giusto quindi ricordare, anche in chiave educativa per le nuove generazioni. Ma qualche mistero è rimasto?
“In un Paese come il nostro, nel quale le stragi rimangono a lungo avvolte nel mistero, i risultati ottenuti sono stati e debbono considerarsi risultati straordinari. Certo questi risultati non bastano perché non siamo ancora di fronte alla sconfitta definitiva ma è giusto ricordarli affinché i cittadini possano avere fiducia nei confronti delle Istituzioni, sebbene vi sia stata una connivenza tra esponenti dello Stato e il crimine organizzato. Oggi, dunque, sappiamo molto. Certamente di più rispetto al passato. Una porzione significativa della verità è stata ottenuta. Forse, non c’è una verità completa e senza una completa verità non può dirsi che vi sia giustizia. Per raggiungerla è necessario investigare sia nell’ambito giudiziario ma anche in quello politico, sfruttando il lavoro di una Commissione d’inchiesta che possa dare risposte ai quesiti che a tutt’oggi sono rimasti inevasi sulle stragi. Perché alcuni supporti informatici in uso a Falcone vennero cancellati, dopo la sua morte? Come mai venne rinvenuto sul luogo teatro della strage un bigliettino con dati inerenti a una delle strutture dei Servizi Segreti italiani? Perché è scomparsa l’agenda rossa di Paolo Borsellino, subito dopo la strage di via Mariano D’Amelio? Perché si arrivò a quell’accelerazione della strage di via D’Amelio – 57 giorni dopo quella di Capaci, nella stessa città di Palermo – e, soprattutto, perché il disegno stragista si fermò agli inizi del 1994? Certo, sono passati molti anni e più il tempo passa più è difficile individuare le responsabilità. Questo è inevitabile. Ma finché c’è tempo, c’è speranza”.

Si parla spesso di trattativa tra lo Stato e la mafia, ci fu davvero?

“A Capaci, lungo l’autostrada che collega Palermo con Trapani venne realizzato l’atto terroristico eversivo più eclatante, per quantità di esplosivo impiegato e per effetti prodotti, compiuto dalla mafia nel nostro Paese. Ma per comprendere quel che avvenne è necessario ripercorrere l’intero arco temporale che va dal 1989 al 1994. Perché è in quel periodo che Cosa Nostra diede vita alla propria opera stragista. Ed è nel 1992 che ebbe luogo la chiusura definitiva dei rapporti col passato e con quei referenti politico-istituzionali che non erano più funzionali e che non avevano mantenuto le promesse, creando le premesse per avere nuovi rapporti, nella logica mafiosa di un raggiungimento di finalità da cui trarre beneficio. Ecco dunque la trattativa”.

Si ricorda alcuni episodi specifici di questa trattativa?
“Da magistrato non posso che attenermi alle sentenze, che vanno sempre rispettate qualunque cosa le stesse stabiliscano, ma posso anche ricordare alcuni fatti. A parlare per primo di trattativa fu un collaboratore di giustizia, Giovanni Brusca, colui che premette il telecomando che fece saltare il convoglio nel quale viaggiavano Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti di scorta e la genesi conoscitiva all’esterno è riconducibile a un giornalista, Francesco Viviano, che qualche anno dopo diffuse la notizia. Si trattò di negoziati che sono intervenuti in una stagione stragista che ha condizionato la politica legislativa e governativa del nostro Paese e che, contribuì, nella mente dei mafiosi, a determinare nuovi assetti di potere. Quelle stragi che come hanno evidenziato le sentenze, sono terroristico-eversive. Prima di allora non era altro che un’intuizione che nasceva fondamentalmente da due dati. Il primo è la sequenza dei delitti commessi dopo il 30 gennaio 1992. Ovvero dopo la sentenza sul Maxiprocesso istruito da Antonino Caponnetto con Falcone e Borsellino, Peppino Di Lello e Leonardo Guarnotta. In quel momento Cosa Nostra subì la prima vera grande sconfitta, perché vi fu il riconoscimento dell’esistenza dell’organizzazione “Cosa Nostra” e delle sue regole da parte della magistratura, da lì sono accadute cose che in passato non si erano mai verificate”.

Come è cambiata la mafia prima e dopo la stagione dello stragismo?

“Nella lunga catena di sangue, che si era già manifestata negli anni precedenti con una vera e propria mattanza in cui caddero magistrati, politici, ufficiali di polizia, carabinieri, prefetti, giornalisti e imprenditori, si è verificato un dato che ha differenziato, in maniera profonda, ciò che è avvenuto prima da ciò che è avvenuto dopo l’inizio dello stragismo. Prima abbiamo assistito a stragi e omicidi con un criterio selettivo, per colpire questo o quell’obiettivo in vista di un determinato obiettivo.
Invece, con lo stragismo vi fu un attacco massivo e vorrei collocarne l’inizio nel 1989, proprio con quell’attentato dell’Addaura, e come punto di arrivo il 23 gennaio del 1994 con la strage dell’Olimpico che non provocò morti, perché il congegno di alimentazione del telecomando, fortunatamente non funzionò. Un attacco massivo peculiare, perché vi furono due stragi, Capaci e via D’Amelio, nella stessa città di Palermo a distanza di 57 giorni. Due stragi che seguirono di 72 giorni l’omicidio di Salvo Lima, l’europarlamentare eletto nelle file della Democrazia Cristiana, referente di Cosa Nostra, e due stragi che precedettero di 60 giorni l’uccisione di Ignazio Salvo, l’uomo d’onore di Salemi, referente per la provincia di Trapani della Democrazia Cristiana che riscuoteva le imposte per conto dello Stato. Poi vi furono le cinque stragi del ’93 nel Continente, fino a luglio.
Quindi nell’arco di quattordici mesi vi furono sette stragi. Si aggiunsero a queste due la strage diretta a colpire Contorno a Formello e poi la strage dell’Olimpico. Un qualcosa di nuovo, di inedito! Cosa Nostra che colpiva nel Continente, Cosa Nostra che operava per chiudere i rapporti con il passato, con i nemici storici che l’avevano aggredita, come Falcone e Borsellino ma anche altri, la catena è molto lunga, e poi chiudere i rapporti con i referenti politico-istituzionali che avevano dimostrato di non essere più funzionali alle esigenze dell’organizzazione, che non avevano saputo incidere sul Maxiprocesso, condizionarlo nel senso favorevole delle sue aspettative. Creare premesse per avere nuovi rapporti con altri referenti nella logica mafiosa idonea ad assicurare il raggiungimento di quelle finalità da cui in passato avevano potuto trarre beneficio.
Quindi questo primo dato, la sequenza degli eventi. Il secondo dato è la lettura di alcune dichiarazioni che aveva reso don Vito Ciancimino, condannato per mafia, che era stato sindaco di Palermo e assessore ai lavori pubblici per molti anni. Nacque, da questi due fattori, nella mia mente, l’ipotesi di un collegamento tra quei rapporti e le determinazioni stragiste. Quell’idea primigenia in quel momento, all’inizio degli anni ’90, che sembrava fantasiosa, ha trovato conferme in sentenze passate in giudicato”.

Cosa dicono queste sentenze per portarla a questa conclusione?

“Vale la pena rileggere alcuni stralci di quelle pronunce come le motivazioni della sentenza che ha giudicato i responsabili della Strage di Capaci in grado d’appello, depositata il 23 giugno del 2001: “Primo punto, l’escalation di violenza che contrassegnò la stagione delle stragi era finalizzata ad indurre alla trattativa lo Stato, ovvero a consentire un ricambio sul piano politico che, attraverso nuovi rapporti, potesse assicurare, come per il passato, le necessarie complicità di cui Cosa Nostra aveva beneficiato”. E poi si legge ancora: “Tali trattative, nel cui ambito si inserì anche Vito Ciancimino, sfociate nel notissimo ‘Papello’, vennero intraprese nel quadro di una serie di iniziative del ROS volte alla cattura di Riina e Provenzano. I vertici di Cosa Nostra, subito dopo la strage di Capaci, avevano ricevuto un segnale istituzionale che, nella loro prospettiva, convalidava la bontà delle prospettive che si aprivano in concomitanza con le stragi, tant’è che Riina aveva cercato di rivitalizzare, dopo la strage di via D’Amelio, la trattativa con il progetto di attentato nei confronti del…”. In un altro provvedimento, la sentenza della Corte d’Assise di Firenze di primo grado, nel 1998, in cui erano riunite tutte le stragi nel Continente.
Qui si legge chiaramente che “l’iniziativa del ROS aveva tutte le caratteristiche per apparire una ‘Trattativa’. L’effetto che ebbe sui capi mafiosi fu quello di convincerli, definitivamente, che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione. Sotto questi profili non possono esservi dubbi di sorta, non solo perché di ‘Trattativa’, ‘dialogo’ ha espressamente parlato il capitano De Donno…”.

Alla luce di ciò come si può discutere ancora oggi se vi sia stata o meno una trattativa?
“È un dato certo che le trattative sono esistite con riferimento a quel periodo nevralgico della nostra storia, e rimarco che si trattò di trattative perché sentenze passate in giudicato lo hanno stabilito. Questo è un dato di fatto che deve essere riconosciuto”.

Chiudiamo questa lunga e approfondita analisi sulla mafia degli anni Novanta con un ricordo del giudice Falcone. Come l’ha conosciuto?

“Ho conosciuto Giovanni Falcone quando si recò a Venezia a incontrare il dottor Antonio Fojadelli, all’epoca sostituto procuratore, con il quale stavo svolgendo il mio tirocinio. Fojadelli, che avevo imparato già a stimare per la vivacità d’ingegno, per l’estremo rigore riposto nel lavoro e per l’equilibrio che mostrava nel soppesare le risultanze di prova, mi disse di farmi trovare nel primo pomeriggio nel suo ufficio a Rialto, dove avrebbe incontrato un collega palermitano di cui non mi fece il nome.
Ricordo bene quella giornata: nella breve pausa pranzo mangiai qualcosa in un bar dinanzi all’ingresso principale del tribunale, dove campeggia una piccola statua della dea Minerva che imbraccia i simboli della giustizia, la bilancia con due piatti e la spada. Feci una breve passeggiata fino alla sommità del ponte, da dove si può apprezzare una splendida visuale della città. Stetti per un po’ ad ammirare lo scorrere della vita, prima di iniziare il mio lavoro. Ero seduto in una piccola scrivania adiacente a quella del dottor Fojadelli, intento a predisporre una richiesta di applicazione di una misura di prevenzione, quando vidi entrare un uomo di mezza età in giacca e cravatta, con i baffi e i capelli brizzolati. Mostrava di avere molta confidenza con Fojadelli, che me lo presentò. Era Giovanni Falcone. Quel magistrato, che per tanti di noi era già un punto di riferimento, mi guardò fisso negli occhi per un istante, poi mi sorrise cordialmente, stringendomi la mano. L’incontro con Falcone fu per me una piacevole sorpresa, un’occasione in cui fui emozionato; ero davvero onorato di conoscere quel magistrato coraggioso, quel paladino dell’antimafia. Proprio in quei giorni stavo leggendo un libro scritto qualche anno prima da Corrado Stajano, L’atto di accusa dei giudici di Palermo: conteneva parte della sentenza ordinanza di rinvio a giudizio che aveva generato il primo Maxiprocesso a Cosa Nostra, scritta da Falcone e dai colleghi del pool antimafia di Palermo, guidato da Antonio Caponnetto.
Una lettura che mi aveva interessato per la complessità del fenomeno criminale che veniva descritto e che mi aveva indotto ad apprezzare il lavoro di quei magistrati. Falcone parlava lentamente, mostrando di soppesare le parole. Si trattava di una persona carismatica, riservata, con grande capacità di collegare i fatti, dalla statura intellettuale non comune.
Prima di congedarsi, mi chiese se avessi già scelto la sede e quale funzione avessi deciso di svolgere. Gli risposi che avevo da poco iniziato il tirocinio, ma che mi sarebbe piaciuto lavorare in Sicilia per cercare di dare un contributo al contrasto al crimine mafioso. Poi mi chiese cosa stessi facendo. Gli mostrai la minuta che stavo redigendo, dicendogli che stavo provando a predisporre una richiesta di misure di prevenzione. Ancora una volta mi sorrise, mi disse che avrei dovuto imparare bene quel tipo di atto, perché era importante, e mi augurò buona fortuna. Ricordo bene quel suo ultimo sguardo. Uscimmo tutti insieme dalla porta dell’ufficio e vidi numerose persone armate che attendevano Falcone. Si mossero di scatto appena lo videro, si collocarono repentinamente attorno a lui e in gruppo si diressero verso le scale che portavano all’uscita. Quella scena mi colpì. Rientrati in ufficio Fojadelli mi disse: “È una persona per bene”.
A Capaci, lungo l’autostrada che collega Palermo con Trapani venne realizzato l’atto terroristico eversivo più eclatante, per quantità di esplosivo impiegato e per effetti prodotti, compiuto dalla mafia nel nostro Paese. Ho conosciuto Falcone quando, a Venezia, stavo svolgendo il mio tirocinio. Mi guardò fisso negli occhi per un istante, poi mi sorrise cordialmente stringendomi la mano. Fu una grande emozione, si trattava di una persona carismatica e dalla statura intellettuale non comune.
I negoziati Stato-mafia sono intervenuti in una stagione stragista che ha condizionato la politica legislativa e governativa del nostro Paese e che contribuì, nella mente dei mafiosi, a determinare nuovi assetti di potere.

Tratto da: Il cavaliere d’Italia – Periodico Nazionale dell’UNCI – N. 57

Foto © Imagoeconomica

Tratto da :Antimafiaduemila

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