È la qualità del capitale umano il fattore decisivo per lo sviluppo sostenibile

L’Italia è terz’ultima tra i paesi Ocse per livelli di spesa in formazione in rapporto al Pil: abbiamo un sistema formativo arretrato nei contenuti e nelle modalità di acquisizione delle competenze

di
Carlo Carraro

Rispetto ai principali paesi Ocse, l’Italia manifesta un evidente ritardo in termini di crescita economica ed occupazionale, nello sviluppo tecnologico e nella qualità dei sistemi formativi, soprattutto nelle regioni del Sud. Queste sono anche le regioni in cui la dimensione ambientale si è più deteriorata e il cambiamento climatico avrà i suoi impatti maggiori. La stima di circa 6 miliardi di danni nel 2017 da eventi legati al cambiamento climatico in Italia riguarda in proporzione al Pil regionale soprattutto le regioni meridionali.

Le domande da porsi sono quindi le seguenti:

  • Come indurre maggiore innovazione e quindi maggiore competitività e crescita in tutto il Paese e soprattutto nel Meridione?
  • Quali sono i fattori abilitanti di un processo di crescita più rapido e duraturo nel tempo? Ovvero, una crescita resiliente rispetto ai grandi cambiamenti, non solo climatici, che stanno arrivando?
  • E, allo stesso tempo, come fare a ridurre le conseguenze negative della crescita, sia dal punto di vista sociale (distribuzione del reddito, inclusione, integrazione…) sia da quello ambientale (conservazione delle risorse naturali e cambiamento climatico)?

Queste domande si riducono nella sostanza ad una:

  • Quali sono gli elementi di uno sviluppo sostenibile (economico, sociale e ambientale) e quali sono le policyin grado di indurli, nel caso in cui il funzionamento dei mercati non sia in grado da solo di generare sostenibilità?

La ricetta economica per affrontare questa situazione è definita da alcuni ben noti elementi che va la pena richiamare. Gli input principali, seppur non i soli, di una crescita futura sostenibile e resiliente sono sintetizzabili nel modo seguente:

  1. L’adozione di tecnologie produttive fortemente innovative, centrate sull’uso della robotica, dell’intelligenza artificiale, della bio-ingegneria, delle neuroscienze, che permettano di ridurre i costi di produzione, aumentare la produttività del lavoro, sviluppare nuovi prodotti e servizi e quindi nuova occupazione;
  2. La diffusione di modelli di consumo innovativi, centrati su identità e piattaforme digitali, sulla connessione tra i prodotti (internet of things), su una loro forte e diffusa personalizzazione (la personalizzazione di massa);
  3. L’uso generalizzato – grazie anche all’elettrificazione di imprese, trasporti, edifici – di fonti energetiche non fossili, per contenere il cambiamento climatico in corso e ridurre l’inquinamento urbano;
  4. L’adozione di tecnologie e processi produttivi a basso consumo di risorse naturali e basso impatto ambientale, per evitare ulteriori danni a risorse primarie come l’acqua, il cibo, le foreste, la biodiversità;
  5. La capacità di riutilizzare e rigenerare risorse in modo da aumentare l’efficienza non solo economica ma anche ambientale (economia circolare).

Tutti questi fattori sono caratterizzati da un elevato contenuto di tecnologia innovativa e richiedono competenze elevate da parte dei lavoratori impiegati nella loro produzione/gestione. Questo induce ad identificare un ulteriore fattore abilitante una crescita sostenibile:

  1. La qualità del capitale umano. Senza le competenze elevate e specializzate di lavoratori, tecnici e manager, non è possibile conseguire un adeguato livello di crescita economica. La qualità del capitale umano è anche l’elemento che induce la rapida diffusione dei nuovi modelli di consumo e quindi la crescita della domanda che sostiene la crescita di innovazione e produzione. Ed è infine l’elemento che crea il consenso necessario ad implementare politiche a tutela dell’ambiente e per il controllo del clima.

Questo è il fattore decisivo, su cui poggiano tutti gli altri, e che un paese lungimirante dovrebbe trattare con cura particolare, finanziando e gestendo in modo ottimale il proprio sistema formativo. Purtroppo invece l’Italia è quart’ultima tra i paesi Ocse come numero di laureati; e la sua posizione non tende a migliorare nel tempo. Rimane infatti la stessa se si guarda non al totale della popolazione, ma alla quota di giovani che dopo la maturità sceglie un percorso di formazione terziaria (laurea o Its). Anche in questo caso, è difficile immaginare come, senza un adeguato piano di investimenti nelle infrastrutture dedicate alla formazione – con l’apertura di nuovi Its e Università e con l’aggiornamento e ampliamento di quelli esistenti –  si possa colmare entro il 2030 il gap con gli altri paesi.

La soluzione sta ancora una volta in un piano di investimenti per la formazione. A tutti i livelli. Non è vero che abbiamo troppe università e troppi studenti universitari. Anzi, siamo gli ultimi tra paesi Ocse. I dati lo dimostrano chiaramente. E abbiamo un sistema formativo arretrato nei contenuti e nelle modalità di acquisizione delle competenze. Basta d’altronde guardare al livello degli investimenti in istruzione e formazione. L’Italia è terz’ultima tra i paesi Ocse con un livello di spesa in formazione in rapporto al Pil pari al 3,6% largamente al di sotto della media Ocse, che è il 5% del Pil (in Italia la spesa in istruzione è quasi la metà rispetto alla Danimarca che guida la classifica de paesi Ocse). Il deficit di investimenti in capitale umano riguarda soprattutto l’università (-26% rispetto alla media Ocse) e molto meno la scuola secondaria (-8%).

Serve quindi ridare priorità alla formazione e alla ricerca, spostando in quella direzione risorse rilevanti, ridirezionando la spesa laddove questa è in grado di creare le basi per la futura crescita economica.

Quest’articolo è pubblicato sul blog Trasforazioni all’indirizzo https://carlocarraro.org/argomenti/formazione/la-crescita-sostenibile-parte-dal-capitale-umano/

fonte: greenreport.it

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