Perché il cibo a km 0 è un sogno irraggiungibile per i due terzi della popolazione mondiale

La diversità delle nostre attuali diete crea dipendenze globali e complesse

Lo studio “Local food crop production can fulfil demand for less than one-third of the population”, pubblicato recentemente su Nature Food da un team di ricercatori finlandesi, statunitensi e tedeschi dimostra che meno di un terzo della popolazione mondiale potrebbe attualmente soddisfare la loro domanda di cibo prodotto nei loro dintorni.

I ricercatori finlandesi sottolineano che «Negli ultimi decenni, la globalizzazione ha rivoluzionato la produzione e il consumo di alimenti e la coltivazione è diventata più efficiente e, di conseguenza, le diete di molte persone si sono diversificate e la disponibilità di cibo è aumentata in varie parti del globo. Tuttavia, questo ha anche portato a una situazione in cui la maggior parte della popolazione mondiale vive in Paesi che dipendono, almeno in parte, da alimenti importati. Ciò può intensificare le vulnerabilità durante qualsiasi tipo di crisi globale, come l’attuale pandemia di Covid-19, poiché le catene di approvvigionamento alimentare globali vengono interrotte».

Il principale autore dello studio, Pekka Kinnunen, del Water and Development Research Group della School of Engineering dell’Aalto-yliopisto, spiega che «Esistono grandi differenze tra le diverse aree e i raccolti locali. Ad esempio, in Europa e Nord America, con colture temperate, come il grano, possono essere ottenute per lo più entro un raggio di 500 chilometri. In confronto, la media globale è di circa 3.800 chilometri».

Il nuovo studio, condotto dall’università di Aalto in collaborazione con le università di Columbia, California – Berkeley, Göttningen e Australian National University, ha modellato la distanza minima tra la produzione agricola e il consumo di cui gli esseri umani di tutto il mondo avrebbero bisogno per essere in grado di soddisfare la loro domanda di cibo e ha preso in considerazione sei gruppi di colture chiave per l’uomo: cereali temperati (grano, orzo, segale), riso, mais, cereali tropicali (miglio, sorgo), radici tropicali (manioca) e legumi. I ricercatori hanno modellato globalmente le distanze tra produzione e consumatore, sia in normali condizioni produttive sia per gli scenari in cui le catene di produzione diventano più efficienti a causa della riduzione degli sprechi alimentari e del miglioramento dei metodi di coltivazione.

LO studio dimostra che «Il 27% della popolazione mondiale potrebbe ottenere i propri cereali temperati entro un raggio di meno di 100 chilometri. La quota è stata del 22% per i cereali tropicali, del 28% per il riso e del 27% per i legumi. Nel caso del mais e delle radici tropicali, la percentuale è stata solo dell’11 -16%». Il che, secondo Kinnunen «Dimostra la difficoltà di affidarsi esclusivamente alle risorse locali».

Abbiamo definito i foodsheds come aree all’interno delle quali la produzione alimentare potrebbe essere autosufficiente. Oltre alla produzione e alla domanda di cibo, i foodsheds descrivono l’impatto delle infrastrutture dei trasporti dove è possibile ottenere cibo».

Lo studio ha anche dimostrato che le foodsheds sono per lo più aree relativamente compatte nelle quali si coltivano singole colture. Quando le coltivazioni vengono considerate nel loro insieme, i foodsheds formano aree più grandi, che si estendono su tutto il globo. Per i ricercatori, «Questo indica che la diversità delle nostre attuali diete crea dipendenze globali e complesse».

Un altro autore dello studio, Matti Kummu, anche lui del Water and Development Research Group dell’università di Aalto, conclude: «I risultati mostrano chiaramente che la sola produzione locale non può soddisfare la domanda di cibo; almeno non con gli attuali metodi di produzione e abitudini di consumo. L’aumento della quota di produzione interna gestita in modo efficace ridurrebbe probabilmente sia le emissioni di rifiuti alimentari che di gas serra. Tuttavia, allo stesso tempo, potrebbe portare a nuovi problemi come l’inquinamento idrico e la scarsità d’acqua in aree molto densamente popolate, nonché a vulnerabilità durante eventi come raccolti poveri o migrazione su larga scala. L’attuale epidemia di Covid-19 sottolinea l’importanza dell’autosufficienza e della produzione alimentare locale. Sarebbe importante anche valutare i rischi che potrebbe causare la dipendenza da input agricoli importati come proteine ​​dell’alimentazione animale, fertilizzanti ed energia»

fonte: greenreport.it

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