Ecco perché il turismo post coronavirus non potrà riprendere come se nulla fosse stato

L’industria turistica ha colpevolmente dimenticato un fatto fondamentale: la sua intrinseca vulnerabilità, che è necessario imparare a gestire. Occorre qualcosa di più dello strumentario dell’emergenza

di
Nicola Bellini

L’impatto della crisi Coronavirus sul turismo è materia per una riflessione urgente, ma auspicabilmente non limitata alla gestione dell’emergenza.

Dall’inizio del millennio la crescita eccezionale dell’industria turistica ha già avuto altre tre forti frenate: nel 2001 dopo l’attacco alle Torri gemelle; nel 2003 a causa della Sars e della guerra in Iraq; nel 2009 per la crisi finanziaria. È presumibile che la crisi del 2020 finisca per avere proporzioni maggiori per il suo carattere effettivamente globale. Su scala mondiale il World Travel & Tourism Council oggi stima una perdita di 50 milioni di posti di lavoro a fronte di un calo della domanda internazionale del 25%, ossia la perdita secca di tre mesi di attività. E siamo solo alle stime di un fenomeno, la cui intensità, diffusione e durata reali restano ancora indefinite.

Come dopo le crisi precedenti, è ragionevole attendersi una ripresa e magari anche uno spettacolare rimbalzo all’indomani della fine dell’epidemia. Il turismo è “resiliente” e questo perché le motivazioni che stanno alla base della crescita attengono a tendenze di fondo dell’economia e delle società contemporanee, che l’epidemia può influenzare, ma non cancellare.

Tuttavia il turismo post-coronavirus non potrà riprendere come se nulla fosse stato, anzi dovrà trarre le lezioni di questo improvviso, ma non imprevedibile disastro. Alle politiche del turismo bisognerà chiedere qualcosa di più dello strumentario dell’emergenza, messo in opera per mitigare i danni e permettere al settore di “passare la nottata” (garanzie, facilitazioni fiscali, prestiti ponte, sostegni alla liquidità, cassa integrazione etc). Ma anche gli operatori (imprese e destinazioni) dovranno rendersi conto della sterilità di certe risposte emotive e improvvisate, come le molte “offerte anti-psicosi” delle prime settimane.

Il vero problema è che nello scorso decennio, appagata dalla retorica trionfale dei tassi di crescita, l’industria turistica ha colpevolmente dimenticato un fatto fondamentale: la sua vulnerabilità.

La vulnerabilità è condizione esistenziale del turismo. E quando emerge una minaccia per la sicurezza e la salute dei viaggiatori, non c’è manovra di prezzo che possa persuadere all’acquisto. Solo parzialmente efficaci sono le offerte commerciali tese ad acquisire ordini in cambio di un’assoluta libertà da parte del cliente di cancellazione o ri-prenotazione. Resta solo la possibilità (questa sì importante) di mantenere viva la relazione coi clienti e con i propri target, specialmente sulle reti sociali e sulle piattaforme digitali. Ma il mercato letteralmente sparisce.

Spesso queste vulnerabilità si materializzano in contesti specifici e in un arco di tempo limitato. Negli ultimi anni, l’impatto degli attacchi terroristici, dei disastri naturali o dell’instabilità politica ha dimostrato di poter colpire in modo drammatico aree specifiche del globo. Ciò tuttavia non riduce i flussi globali, ma li reindirizza verso altre destinazioni. Inoltre i recuperi sono possibili, spesso rapidi e talora danno anche l’opportunità di innovare e reinventare una destinazione. Questa volta però la crisi ha riguardato tutti.

La sfida del turismo post-coronavirus sarà dunque non tanto quella di riprendere il proprio cammino di crescita, ma di imparare a gestire le proprie vulnerabilità.

A livello di impresa, la dura lezione è che gli attori devono poter contare su una struttura finanziaria e manageriale di livello superiore a quella espressa oggi da molte imprese piccole e medie, anche (se non altro) per consentire forme più sofisticate e adeguate di coperture assicurative.

A livello di territorio, bisogna in primo luogo essere consapevoli dei rischi di un peso eccessivo del turismo, non per vecchi pregiudizi industrialisti, ma perché il suo contributo allo sviluppo è tanto importante quanto fragile. La sfida è allora quella di una diffusione maggiore delle economie turistiche, così da evitare concentrazioni eccessive di ordine sia locale (in specifiche città o territori) sia nazionale. Forse quel 13% del Pil che oggi attribuiamo al turismo segna già un limite che non dovrebbe essere superato.

Ma la sfida è anche quella di integrare meglio il turismo (almeno quello più modernamente inteso) nel sistema economico, qualificandone risorse umane, imprenditorialità innovativa, dotazioni tecnologiche, patrimoni relazionali, contributi alla qualità urbana ed alla sostenibilità: tutti elementi che servono alla competitività del turismo, ma non solo a quella. Insomma un turismo meno autoreferenziale e che magari cresce di meno, ma meglio, in modo più sostenibile e innovativo e con effetti più profondi e duraturi sul sistema nel suo complesso (e, perché no, come succede per altre industrie e come ci suggeriscono le navi da crociera trasformate in ospedali, capace anch’esso di riconvertire rapidamente le proprie competenze e strutture per aiutare la gestione delle emergenze).

fonte: greenreport.it

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