Coronavirus: la Cina vieta la caccia e la vendita di animali selvatici

L’impatto del Coronavirus sull’ambiente e i consumi. Le autorità forestali rafforzano la protezione degli animali selvatici

L’Agenzia ufficiale cinese Xinhua annuncia oggi che «Nel Quadro degli sforzi miranti a mettere in opera la nuova decisione del Paese del divieto complete di commercio illegale di specie selvatiche» le autorità cinesi che si occupano delle foreste e delle praterie hanno preso delle misure per «rafforzare la protezione degli animali selvatici».

Da oggi, l’Amministrazione nazionale delle foreste e delle praterie ha stoppato tutte le richieste e le licenze amministrative per attività legate al consumo di animali selvatici, tra le quali la caccia, la vendita, l’acquisto e l’importazione. Inoltre, sono richieste delle procedure di autorizzazione più stringenti per l’utilizzo di animali selvatici a fini non commestibili, come la ricerca scientifica, i medicinali e le esposizioni.

Sono le misure prese dal governo centrale contro la diffusione del Coronavirus – che si sospetta sia partito da un mercato dove si vendeva illegalmente selvaggina – e Xinhua sottolinea che, secondo una direttiva pubblicata dall’Amministrazione nazionale delle foreste e delle praterie, «Le autorità a tutti i livelli dovranno concentrare ogni risorsa per rafforzare in maniera globale la protezione delle specie selvatiche nelle loro zone di distribuzione e habitat importanti. I banchi dei mercati, I negozi e I ristoranti che vendono degli animali selvatici saranno chiusi conformemente alla legge, mentre tutte le informazioni o pubblicità online legate al commercio illegale di specie selvatiche saranno soppresse. Delle attività quali il trasporto di animali selvatici e le produzioni connesse verranno ugualmente severamente punite».

Un esempio di questa nuova attenzione per le specie selvatiche è quello che sta succedendo a Kunming, la capitale della provincia sud-occidentale dello Yunnan, dove, nonostante il coronavirus abbia colpito duramente, gli abitanti si occupano di oltre 400.000 gabbiani comuni (Chroicocephalus ridibundus) che passano l’inverno nei dintorni e che ripartiranno verso nord a narzo.

Finora, durante lo svernamento, il cibo fornito ai gabbiani dagli abitanti costituiva la loro principale fonte di alimentazione ma, dopo che alcuni dei loro habitat all’interno della città sono stati chiusi per contenere la propagazione dell’epidemia, cittadini e turisti non possono più portare loro il cibo. Quindi, dal 27 gennaio, l’uffico municipale delle foreste e delle praterie di Kunming ha organizzato il suo personale per nutrire i gabbiani e asicurarsi che sopravvivano all’inverno.

L’ufficio spiega che «Il personale trasporta più di 1.000 kg di cibo al giorno al lago Dianchi e in altri habitat per nutrire gli uccelli al giorno. Dal 1985, questi uccelli marini dal becco rosso migrano ogni anno in inverno attraverso la Siberia e altre regioni con destinazione Kunming».

Ma non c’è solo la fauna: il Coronavirus sta paradossalmente avendo anche altri impatti ambientali benefici e creando qualche problema.

Il ministero cinese dell’ecologia e dell’ambiente ha chiesto di trattare velocemente i rifiuti e una stretta sorveglianza della qualità dell’aria e dell’acqua. Il ministero si è impegnato a «coprire completamente la vigilanza ambientale e i servizi riguardanti gli impianti e le strutture mediche in tutto il Paese» e ha ricordato che «La vigilanza dell’aria e delle acque di d superficie deve essere rafforzata ancora di più, mentre i risultati dei controlli devono essere resi pubblici».

Secondo il ministero dell’ecologia e dell’ambiente «L’epidemia in corso non ha contaminato l’ambiente in Cina» e «La qualità dell’aria urbana e quella delle acque di superficie e delle fonti di acqua potabile sono rimaste tutte stabili».

Dal primo al 19 febbraio, le autorità ambientali cinesi hanno controllato oltre 6.900 fonti di acqua potabile in tutto il Paese e non hanno trovato nessun segno del Coronavirus o impatto sulla qualità delle risorse.

Il ministero assicura che anche nella provincia dell’Hubei, hotspot del Coronavirus e area v con il maggior numero di casi, tutti i parametri di aria e acua rispondono alla norma.

Inoltre, con la diminuzione del traffico automobilistico e la chiusura delle fabbriche hanno fatto aumentare i giorni con buona qualità dell’aria nelle 337 cinesi tenute sotto controllo dal ministero. L’87,1% delle centraline evidenzia aria pulita, con un aumento del 9,3% su base annua. Dei campioni di acqua di superficie prelevati in Cina risultano a norma l’87,3%.

Intanto, le autorità locali controllano costantemente le acque reflue degli ospedali e delle installazioni urbane dove si trattano i casi di Coronavirus, compresi i 63 ospedali designati di à Wuhan, capitale dell’Hubei ed epicentro dell’epidemia e il ministero tranquillizza: «Gli effluenti in tutti gli ospedali designati e gli impianti di trattamento dei casi sono stati disinfettati conformemente alle esigenze ufficiali».

fonte: greenreport.it

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