A colloquio con Nino Di Matteo (seconda parte)

Csm, riforme della giustizia, mafia e mandanti esterni delle stragi
di Giorgio Bongiovanni – Intervista



Se nella prima parte l’argomento principale affrontato riguardava la riforma della giustizia e del Csm, in questo secondo capitolo dell’intervista con il consigliere togato del Csm Nino Di Matteo, il focus si sposta sulla mafia ed i rapporti che essa ha con il potere per poi arrivare alle stragi dei primi anni Novanta e quella ricerca dei mandanti esterni che non si è ancora esaurita.

Nei mesi scorsi vi sono state due sentenze, la prima della Cedu e poi quella della Corte Costituzionale, sul tema dell’ergastolo ostativo e la concessione dei benefici penitenziari anche a chi non collabora con la giustizia. Caso vuole che di entrambe nelle ultime settimane abbia parlato un boss di Cosa nostra come Giuseppe Graviano. Secondo lei c’è un nesso? Quali sono i rischi che si corrono dopo queste pronunce?

Guardi, a prescindere da quello che pensa o che ha detto Graviano sul punto, il tema di interesse è un altro. Io faccio riferimento ad alcuni dati di fatto.
La nostra legislazione, all’Articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, prevedeva che questi sconti e questi benefici non potessero applicarsi ai condannati definitivi per certi reati tra i quali le stragi, gli omicidi di mafia, di terrorismo.
Il primo dato di fatto: quel tipo di ergastolo è l’unica vera sanzione penale che ha fatto sempre paura ai mafiosi. Loro non temono eccessivamente le detenzioni temporanee, ma temono l’ergastolo perché lo considerano il vero ostacolo all’esercizio del loro potere all’interno delle organizzazioni criminali.
Secondo punto di fatto: proprio per ottenere l’abolizione o l’alleggerimento dell’ergastolo, quantomeno dell’ergastolo ostativo, in certi momenti della loro storia i mafiosi, in particolare nel periodo stragista tra il ‘92 e il ‘94, hanno ricattato lo Stato a colpi di attentati con una vera e propria strategia della tensione.
Noi adesso dobbiamo fare i conti con una sentenza della Corte Costituzionale che dobbiamo obiettivamente rispettare, anche se non la condividiamo.
Essa presenta dei punti che, a mio parere, possono essere suscettibili di uno sviluppo, di un approfondimento in sede legislativa.

Ovvero?

In primo luogo sarebbe un gravissimo errore ritenere che la sola condotta carceraria del detenuto ergastolano di mafia possa costituire un elemento per valutare la concedibilità di permessi e sconti di pena.
Io credo, e spero, che il legislatore si muova per capire quali dovrebbero essere gli elementi di fatto legittimanti per un eventuale accesso ai benefici penitenziari.
Non può essere sufficiente una valutazione positiva del comportamento carcerario. Casomai si dovrebbe avere una prova fattuale, certa e concreta, non solo del fatto che il detenuto abbia già interrotto il suo rapporto con l’organizzazione criminale, ma che la stessa organizzazione criminale abbia definitivamente voluto troncare i rapporti con il detenuto. Soltanto in presenza di questa prova certa, concreta, che evidenzi la reciproca rottura del vincolo associativo, sulla scia della sentenza della Corte Costituzionale, si potrebbe valutare la concedibilità.

Quella rottura con la mafia che diventa chiara ed evidente con la collaborazione con la giustizia…
Certamente, nella prassi, l’unico momento di rottura è la collaborazione con la giustizia. Ma noi non possiamo nemmeno escludere il dato, che però deve venire fuori da un punto di vista probatorio in maniera concreta, che effettivamente la rottura, anche per chi non inizia a collaborare con la giustizia, sia avvenuta e sia definitiva.
Le faccio un esempio. Rispetto ad un detenuto di mafia all’ergastolo che dica ‘io mi dissocio dall’organizzazione criminale’ o ‘io non ho più contatti con l’organizzazione criminale e non li voglio avere’, personalmente, anche alla luce della sentenza della Corte Costituzionale, non mi sentirei tranquillo.
Diverso sarebbe se si consacrasse una prova certa che quel detenuto non vuole recuperare i rapporti, che quel detenuto e i suoi familiari, non siano stati più, da anni, assistiti economicamente o in altro modo dai mafiosi in libertà.

Verificarlo in che modo?

Potrebbe essere attraverso un’attività di intercettazione ambientale o telefonica, attraverso le indagini sul territorio.
Indagini volte a dimostrare che i mafiosi non hanno più nessuna voglia di considerare quel detenuto come uno di loro o, addirittura, hanno la volontà di ucciderlo o comunque di estrometterlo da ogni possibilità di conoscenze e di rapporto con l’organizzazione.
Allora in quel momento ci troveremmo di fronte a situazioni concrete, desunte non dalla sola condotta carceraria, ma da una situazione investigativamente ricostruita all’esterno del carcere in cui si può valutare anche la concretezza della prova del venir meno definitivo del vincolo. E’ una situazione estremamente difficile da provare, ma io auspico che il legislatore si muova in tal senso.

E la pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo, che peso può avere nelle valutazioni del legislatore?
Rispetto a quella della Corte Costituzionale la pronuncia della Cedu mi è sembrata assai più superficiale. Essa sembra muovere, mi dispiace dirlo, da una assoluta mancata conoscenza della specificità del fenomeno criminale mafioso. Da questo punto di vista devo dire anche che, da molte indagini condotte nell’ultimo decennio ed anche intercettazioni ambientali di soggetti condannati all’ergastolo, anche degli stragisti del biennio ‘92-‘93, veniva fuori la speranza di questi detenuti che un cambiamento potesse arrivare proprio a partire dalle pronunce delle Corti Europee. Sono stati, da questo punto di vista diciamo, facili profeti. Non hanno sbagliato le loro previsioni.

Uno di questi “profeti” era proprio Giuseppe Graviano che ne parlava con il suo compagno d’ora d’aria, Umberto Adinolfi. Il boss stragista di Brancaccio, nelle ultime settimane, pur non essendo un collaboratore di giustizia, sta rispondendo alle domande del Pubblico Ministero, il Procuratore Aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, in un processo, ‘Ndrangheta stragista, che lo vede imputato assieme a Rocco Santo Filippone come mandante degli attentati ai Carabinieri che si verificarono tra la fine del ’93 e gli inizi del ’94, in cui morirono gli appuntati Antonino Fava e Vincenzo Garofalo.

Secondo l’ipotesi dell’accusa quei delitti si inserirebbero nel medesimo contesto stragista che, a Palermo, avete ricostruito, prima nelle indagini e poi nel processo, con l’inchiesta Stato-mafia.
Lei che idea si è fatto delle dichiarazioni, tra menzogne e mezze verità, di Graviano?
Perché sta parlando?
Guardi, esprimere completamente la mia opinione sarebbe irrispettoso nei confronti dei colleghi che stanno conducendo quel processo, che hanno condotto quell’esame dibattimentale. Mi limito soltanto a formulare una considerazione e un auspicio, senza dare opinioni sulla base delle cronache giornalistiche.
La considerazione, più che una considerazione valutativa è la sottolineatura di un dato di fatto. Alcuni rapporti, di cui Graviano oggi parla nel dibattimento, tra famiglie mafiose palermitane e Silvio Berlusconi, hanno formato oggetto delle conversazioni che noi, come procuratori del processo trattativa Stato-Mafia avevamo intercettato nel 2016 in carcere tra Graviano ed il suo compagno di socialità Adinolfi. Ma quei rapporti, ben più significativamente sulla base di tutta una serie di elementi certamente molto più ampia rispetto al solo angolo visuale che oggi prospetta Graviano, sono stati ricostruiti in sentenze.
Mi riferisco alla sentenza definitiva della Corte Suprema di Cassazione che ha condannato Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa e mi riferisco alla sentenza di primo grado del processo Trattativa Stato-Mafia.
In quelle sentenze questi rapporti tra Cosa Nostra palermitana e Silvio Berlusconi sono ricostruiti come esistenti, duraturi, costanti almeno nel periodo dal 1974 al ‘92 per quanto attiene la sentenza definitiva Dell’Utri. E sono anche dettagliati come rapporti che si sono consacrati in costanti e cospicui versamenti di denaro da parte dell’imprenditore Berlusconi alle famiglie mafiose palermitane.
Per quanto riguarda, poi, la sentenza Trattativa Stato-Mafia, si specifica che quei rapporti sono proseguiti anche nel periodo in cui Silvio Berlusconi era diventato Presidente del Consiglio a seguito delle elezioni politiche del ‘94.
Quindi devo dire che oggi la parte di opinione pubblica che valuta le esternazioni di Graviano dovrebbe quantomeno sapere che alcune sentenze hanno effettivamente accertato l’esistenza di taluni rapporti.
Questa è la constatazione.

Ma si può sperare in una collaborazione con la giustizia di un boss stragista?

L’auspicio, che non può essere diverso da quello che ho sempre avuto nei confronti dei più importanti esponenti di vertice della mafia – e Graviano lo è – è che questi effettivamente inizino a collaborare a partire dalla ammissione del loro ruolo in Cosa Nostra.
Nel caso specifico a partire da quello che è stato definitivamente consacrato, mi pare sulla base di prove inoppugnabili: e cioè il fatto che Giuseppe Graviano è stato, tra i mafiosi, uno dei protagonisti principali dell’intera campagna stragista del ‘92 e del ‘93.
Graviano, non è soltanto il mio pensiero ma emerge da tanti processi, è a conoscenza anche dei retroscena che riguardano non soltanto Cosa Nostra ma chi con Cosa Nostra ha ideato, organizzato ed eseguito le stragi.
Dunque penso che noi dobbiamo sempre, nel tendere alla verità, auspicare che chi conosce collabori nel senso pieno e non parziale – o, peggio ancora, faccia finta di collaborare – e che quella collaborazione sia genuina, sincera, completa.

Lei, in un primo momento, commentando le parole di Graviano, aveva ricordato di essere stato “additato come un fanatico visionario”. Che cosa voleva dire?

Ripeto, sulle parole di Graviano non faccio alcuna valutazione. Ma ho voluto semplicemente dire che, rispetto a certe cose, mi stupisce lo stupore. Nel senso che questo è un Paese, ma non accade soltanto nel caso dei rapporti tra Cosa Nostra e gruppo Dell’Utri-Berlusconi, che certe volte ignora anche quello che è consacrato in sentenze definitive.
Quel che è peggio è che quando qualcuno, e non dovrebbe essere necessariamente il magistrato, quelle conclusioni delle sentenze le ricorda viene additato come una sorta di fanatico che vuole perseguire chissà quale scopo.
Per il resto io credo che sono stati fatti tanti passi avanti negli ultimi anni e sono stati anche raggiunti dei risultati notevoli.
Non ci si deve fermare, ma per andare avanti bisogna avere piena conoscenza di quello che è stato fatto prima. Inoltre bisogna, nei limiti in cui ciò è consentito, divulgare quanto è stato fatto e quanto è stato acquisito nei processi.

Tra i latitanti più pericolosi, se non il più pericoloso, vi è il “boss dei boss”, Matteo Messina Denaro. Processi e sentenze ci raccontano che Graviano e Matteo Messina Denaro, oltre ad essere parigrado della commissione di Cosa Nostra, erano in strettissimi rapporti. Facevano le vacanze con le mogli, le fidanzate. Può esserci una condivisione di strategie ancora oggi tra i due capimafia?

Io so soltanto una cosa, che è emersa da tanti processi. Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro sono stati i principali protagonisti della campagna degli attentati del ‘93 a Roma, Firenze, Milano, che si sarebbe dovuta concludere poi con la madre di tutti gli attentati: la strage allo Stadio Olimpico di Roma.
In quel periodo erano particolarmente coesi e agivano insieme. Quindi sono sicuramente conoscitori di tutti gli aspetti, anche quelli più reconditi, di quella anomalia delle stragi portate in Continente.
Un’altra cosa che mi sento di poter dire è che una latitanza che si protrae ormai da quasi 27 anni, come quella di Matteo Messina Denaro, non può essere soltanto frutto dell’abilità di chi si sottrae alla cattura ma certamente di coperture, anche istituzionali, che quella latitanza hanno favorito almeno in certi momenti.
Provenzano è stato latitante 43 anni e poi abbiamo scoperto quanto variegato fosse il mondo di estranei a Cosa Nostra che, comunque, aveva favorito quel protrarsi della latitanza. Matteo Messina Denaro è latitante da troppo tempo ed è il principale conoscitore dei segreti delle stragi, in particolare di quelle del 1993.
Credo non si possa correre il rischio di dare adito al pensiero che questa latitanza si protragga anche sulla scia del potere di ricatto che, eventualmente, Matteo Messina Denaro può avere nei confronti di pezzi deviati dello Stato e delle Istituzioni. E’ qualcosa che non possiamo permetterci.
Ecco perché nella ricerca della verità, ma anche nell’affrancarsi dal sospetto per le istituzioni di possibili connivenze o possibili soggezioni ai ricatti, sarebbe un grandissimo segnale se Matteo Messina Denaro venisse finalmente catturato.

Tornando a parlare dei segreti di cui Messina Denaro sarebbe a conoscenza, il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè, già membro della commissione provinciale di Cosa Nostra, disse che al boss di Castelvetrano fu consegnato l’archivio segreto di Totò Riina… Uno straordinario elemento di ricatto?
A prescindere da questo aspetto che, per quello che ricordo, Giuffrè ricostruì più come una sua valutazione che come conoscenza, noi non possiamo non pensare a una cosa: Matteo Messina Denaro è colui il quale, in una villetta di Santa Flavia, parlando con Gaspare Spatuzza ed altri esecutori materiali negli attentati del ‘93, indica loro gli obbiettivi monumentali da colpire.
Bene, io credo che quella determinazione è difficile che Matteo Messina Denaro l’abbia fatta da solo, senza “suggeritori”. Ecco perché quei “suggeritori” non potevano essere intranei a Cosa Nostra. Ecco perché dico che lui è a conoscenza dei segreti delicati ed inconfessabili che rimangono tali sulle stragi, soprattutto del 1993. Ed ecco perché dico che almeno per questo motivo potrebbe essere ancora in grado di esercitare un potere di ricatto nei confronti di parti infedeli dello Stato.

Spesso oggi si ritiene che la mafia non faccia più stragi. Mi scusi se entro nel merito anche di una sua vicenda personale, ma è un dato anche giudiziario. Matteo Messina Denaro è colui che ha chiesto di eseguire, nel recente passato, un attentato a un magistrato di Palermo. Questo magistrato è lei. E ciò è avvenuto mentre, assieme ad altri suoi colleghi, lei stava conducendo l’inchiesta sulla Trattativa Stato-Mafia. Al di là della vicenda personale, secondo lei Cosa Nostra è in grado di riprendere la strategia stragista o ha abbandonato l’idea?

Direttore stavolta la devo contraddire, questa non è una vicenda personale perché come uomo di Stato, come magistrato e come ogni studioso del fenomeno io penso che tutti abbiano il diritto-dovere di capire se è vero quello che sostiene una parte dell’apparato antimafia, cioè che in Cosa Nostra la strategia stragista è stata definitivamente abbandonata, o se invece è vero quello che un collaboratore di giustizia, ritenuto attendibile in varie sentenze e le cui dichiarazioni sono state utilizzate per condannare decine e decine di altri mafiosi, ha riferito; cioè che nel 2012-2013 avevano già comprato l’esplosivo per uccidere un magistrato a Palermo.

Il collaboratore racconta di una spesa per l’esplosivo di centinaia di migliaia di euro.
Nella ricostruzione di quei flussi finanziari sono stati condannati anche dei soggetti, dei commercialisti che, secondo il collaboratore Vito Galatolo avrebbero diciamo contributo a reperire la somma necessaria per comprare l’esplosivo. Allora, io non voglio esprimermi nel merito, ma è una contraddizione logica che non si può superare il dato di chi, da una parte, crede che quell’attentato era in avanzata fase di organizzazione e, dall’altra parte, dice “no, ma tanto ormai la mafia non fa più stragi”. E vorrei che su questo si andasse veramente a fondo.
Parlando più in generale io dico sempre che nel dna della mafia – e della mafia più evoluta e strategicamente più intelligente nella storia di tutte le organizzazioni criminali, che è Cosa Nostra – c’è sempre stata la logica dell’adeguarsi ai tempi e alle esigenze.
I momenti di apparente “basso profilo”, e quindi di mancanza di attacco frontale allo Stato, si sono alternati a momenti in cui, invece, Cosa Nostra ha alzato il tiro ed ha ucciso politici, magistrati, ufficiali dei carabinieri, poliziotti ed ha compiuto omicidi eccellenti.
Io non sono convinto, proprio perché penso di conoscere la storia di Cosa Nostra, che la parentesi corleonese sia stata una parentesi unica e irripetibile. Alla luce di questo e dell’esperienza dico che certamente, oggi, i colpi che sono stati assestati con decine e decine di indagini e processi all’ala militare di Cosa Nostra probabilmente rende più difficile, in questo momento, che la mafia rialzi la testa attaccando frontalmente lo Stato. Ma questa è un’eventualità che noi dobbiamo considerare sempre come possibile. Noi dobbiamo sempre ragionare ritenendo che questa eventualità si possa concretizzare da un momento all’altro.

Consigliere, una domanda sulle stragi di Capaci e via d’Amelio. Lei ha ottenuto, proprio per la strage di via d’Amelio nel Borsellino ter, l’ergastolo per tutta la commissione di Cosa Nostra ed ha aperto piste importanti sui cosiddetti mandanti esterni.
Un suo ex collega, Antonio Ingroia, in passato aveva parlato di una porta semichiusa della stanza della verità. Poi aveva affermato che, pur riuscendo ad entrare nella stanza, all’interno la luce era spenta. Una stanza in cui qualcuno aveva sbarrato le finestre e le luci artificiali erano non funzionanti. Una stanza in cui vi trovavate con le candele.
Un po’ di luce è stata fatta grazie al vostro lavoro, a quello suo e dei suoi colleghi, perché si sono riaperte nuove piste, con indagini che sono in corso.
Penso, ad esempio, alle inchieste di Firenze, aperte proprio dopo le intercettazioni di Graviano, disposte da voi pm che lavoravate alla Procura di Palermo.
C’è stato un processo, il quarto su via d’Amelio, che ha posto in evidenza che sulla strage fu compiuto un depistaggio ed oggi, a Caltanissetta, è in corso un processo contro alcuni poliziotti. Il depistaggio può esaurire il problema dei mandanti o dei concorrenti esterni ai mafiosi che hanno commesso quell’efferata strage?
Dall’esterno, colgo dei segnali che non reputo tutti positivi. Spero di sbagliarmi, ma ho l’impressione che l’attenzione si sia concentrata su un segmento iniziale, sicuramente importante, quale è stato quello della collaborazione di Scarantino poi rivelatasi fasulla.
Così si è ottenuto un effetto, almeno a livello mediatico: è come se tutti i misteri di via d’Amelio fossero legati a quel segmento iniziale delle indagini.
Di aspetti da approfondire ce ne sono anche altri e quantomeno di pari importanza.
Credo anche che determinati aspetti importanti, acquisizioni anche recenti, andrebbero coltivate in maniera molto intensa a livello investigativo; possibilmente anche prima della loro rappresentazione pubblica nei processi, attraverso il deposito delle dichiarazioni anche a disposizione dei difensori, e quindi attraverso la conoscibilità a tutti. Ma questa è una mia opinione dall’esterno.
Personalmente, a maggior ragione nella mia veste di Consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura, io innanzitutto conservo, e conserverò sempre, attenzione massima nei confronti del lavoro dei colleghi che si occupano del fenomeno mafioso e delle stragi.
In particolare vorrei che tutte le istituzioni – almeno noi nel Csm ci impegniamo a farlo – fossero effettivamente a sostegno di chi quella verità la vuole cercare veramente.
Non voglio dire altro. Ho già detto quello che penso. Non tutti i segnali che ho colto in questi ultimi anni mi lasciano sperare che quella porta di cui lei parlava si spalanchi in maniera definitiva e che la luce sia accesa.

L’ultima domanda, collegata a questa. Ovviamente in forma astratta. Secondo lei i mandanti esterni che hanno voluto le stragi, chiunque essi siano, comandano ancora in Italia? Hanno peso e potere quelli che hanno chiesto, ordinato, accompagnato, concorso con le stragi dei martiri Falcone e Borsellino e altri? Sono ancora lì oppure ci sono altre figure al vertice del comando?
Non lo so. Ma il potere, soprattutto quando è marcio, è una bestia difficile da estirpare e che si alimenta e trasmette di generazione in generazione. Sono convinto, sulla base dell’esperienza maturata dalla magistratura nel suo complesso, soprattutto in tema di stragi di mafia e di terrorismo, che determinati ambienti, se non le stesse persone che hanno condizionato pagine oscure della nostra storia repubblicana, non siano stati definitivamente spazzati via dalle nostre inchieste, dai processi e da quella residua, e purtroppo sempre marginale, attenzione che la grande stampa ed opinione pubblica dedica a quelle vicende.

Foto © Imagoeconomica

fonte: antimafiaduemila.com

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