”Parla” il boss stragista Giuseppe Graviano

Trema qualche potente
Le sue dichiarazioni da acquisire nel processo d’appello trattativa Stato-mafia
di Giorgio Bongiovanni

Giuseppe Graviano, il boss stragista di Brancaccio, oggi detenuto al 41 bis nel carcere di Terni, parla. Stavolta non durante l’ora d’aria o nel corso di dichiarazioni spontanee, ma durante un esame del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, nel processo ‘Ndrangheta stragista, in corso a Reggio Calabria dove si trova imputato.
Dichiarazioni che non solo possono avere peso sul piano investigativo nelle indagini che possono essere condotte dalle procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta con il coordinamento della Procura nazionale antimafia, ma possono avere anche una rilevanza processuale.
Fermo restando che le dichiarazioni di un capomafia sono soggette a criteri di valutazione diversa rispetto ai collaboratori di giustizia, a nostro parere la trascrizione d’udienza dovrebbe essere depositata ed acquisita al processo d’appello sulla trattativa Stato-mafia. Non solo.
Si dovrebbe chiedere al boss se è disposto a testimoniare anche nel processo di Palermo.
Anche lui, del resto, è stato indagato per attentato a corpo politico dello Stato (la Procura di Palermo ha chiesto l’archiviazione della sua posizione, ndr) e potrebbe offrire delle risposte.
Le intercettazioni della Dia nel carcere di Ascoli Piceno, registrate nel 2016, provenivano proprio dall’inchiesta che fu aperta dal pool che indagava sulla trattativa, composto dai pm Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia.
Registrazioni di cui si parla nella sentenza della Corte d’assise di Palermo con particolare riferimento all’audio captato il 10 aprile 2016, ovvero quello in cui, secondo quanto confermato dai giudici, si fa riferimento a “Berlusca”, alla “cortesia” e ad incontri con Dell’Utri.
E ieri il boss siciliano ha sostenuto che, mentre gli atti del processo contengono diverse falsità, in quelle intercettazioni c’è la verità (“Io non racconto bugie al signor Adinolfi perché io lo rispetto”).
Ma durante l’esame del pm ha aggiunto anche altri dettagli, raccontando pezzi della propria storia: “Io dentro al carcere ho incontrato certe persone, che mi hanno raccontato che a imprenditori di Milano interessava che non si fermassero le stragi… in quel periodo c’era un ministro degli Interni che cercava un accordo. Per fermare le stragi si sono rivolti alle persone di Enna”. E poi ancora suggerisce: “Se lei andrà ad indagare sull’arresto condotto nei confronti di Giuseppe e Filippo Graviano scoprirà i veri mandanti delle stragi”.
Una cosa è chiara. Il boss siciliano con la sua loquacità sta lanciando un messaggio preciso in particolare a quegli “imprenditori milanesi”, di cui non fa il nome (ma facile pensare che il riferimento sia a Berlusconi e Dell’Utri, ndr) ma anche agli altri poteri che hanno assecondato, diretto o agito in concorso con Cosa nostra nelle stragi.
Perché è chiaro che Graviano si sente tradito, tanto quanto tradito si sentiva Totò Riina. Per questo motivo il boss di Brancaccio chiede di indagare sul doppio arresto, suo e del fratello, avvenuto il 27 gennaio 1994. Pochi giorni prima, il 23 gennaio, Cosa nostra era pronta a far esplodere un’autobomba allo stadio Olimpico.
Caso vuole che da quel momento le stragi si interruppero. Come mai? Una domanda a cui gli investigatori, in questi anni, hanno cercato di dare una risposta.
La sensazione che abbiamo avuto in questi anni è che la trattativa ebbe una sua nascita, un’evoluzione per infine giungere ad un accordo che, tra i suoi punti, prevedeva, come è avvenuto, l’arresto dei grandi capimafia stragisti.
E a godere di questo nuovo “patto”, con lo stop alle bombe, in Cosa nostra furono in due: Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro.
Il primo ha ottenuto la garanzia della sopravvivenza di Cosa nostra, falcidiata dalla reazione dello Stato, e il prolungamento della propria latitanza per altri quindici anni fino all’arresto, nel 2006, in una masseria di Montagna dei cavalli, nelle campagne di Corleone.
Il secondo, boss trapanese, detentore dei segreti degli anni delle stragi ed ultimo leader rimasto in libertà, ha ormai raggiunto i 25 anni di latitanza e che, a detta di diversi addetti ai lavori, detiene protezioni di altissimo livello, anche dalla massoneria deviata.
Un accordo necessario che ha permesso a Cosa nostra di riorganizzarsi e alla ‘Ndrangheta di sviluppare la propria rete di contatti fino a divenire leader del traffico mondiale di stupefacenti.
Oltre un anno fa, al processo contro Messina Denaro per le stragi del 1992, il pentito Giovanni Brusca ha raccontato un fatto: Totò Riinami ebbe a dire che, qualora lui fosse arrestato o che gli succedeva qualche cosa, i picciotti, Matteo Messina Denaroe Giuseppe Graviano,sapevano tutto. Queste cose me le dice alla fine del 1992, tra novembre e dicembre. Era il periodo in cui non avevamo più notizie e lui iniziava a preoccuparsi che poteva essere arrestato”.
Messina Denaro e Graviano. Ecco i due soggetti che il Capo di capi indicava come “detentori” della verità. Uno in libertà. L’altro al 41 bis. E si capisce il motivo per cui Graviano, dopo anni di carcere duro, abbia trovato una nuova loquacità, sempre mantenendo il suo status di mafioso doc (“non farò nessun nome”). Fino a quando? Difficile dirlo. Quegli uomini di Potere, con la P maiuscola, hanno ascoltato Graviano con attenzione. E lo faranno anche il 7 febbraio. Intanto però, le autorità competenti hanno l’obbligo di andare avanti fino in fondo nella ricerca di una verità che passa anche dai messaggi in codice di un boss stragista.
Una verità alla quale ormai credono pochi magistrati e pochi investigatori, veri servitori dello Stato.
Una verità che i politici, per fortuna non tutti, non vogliono raggiungere perché scomoda a quel potere che inquina e condiziona, sin dalla strage di Portella della Ginestra, la nostra nazione.

Foto © Imagoeconomica

fonte: antimafiaduemila.com

(Visited 9 times, 1 visits today)