L’analisi costi-benefici della crisi climatica mostra che rispettare l’Accordo di Parigi conviene

Lottare contro il riscaldamento globale costa meno che lasciarlo avanzare: adesso non ci più sono scuse all’inazione

di
Luca Aterini

Contenere l’aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto dei 2° centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, come impone l’Accordo di Parigi sul clima – uno strumento giuridicamente vincolante ratificato da 180 Paesi nel mondo compresa l’Italia –, non significa “solo” mantenere il riscaldamento globale entro i limiti minimi di sicurezza individuati dalla scienza, ma è anche l’opzione economicamente più conveniente che abbiamo di fronte, come mostra la ricerca Paris climate Agreement passes the cost-benefit text pubblicata su Nature Communications.

«Per garantire il benessere economico di tutte le persone in quest’epoca di riscaldamento globale dobbiamo confrontare i costi dei danni ai cambiamenti climatici con quelli necessari a mitigare i cambiamenti climatici – spiega Anders Levermann del prestigioso Potsdam institute for climate impact research, alla guida del gruppo che ha condotto lo studio – Ora il nostro team ha individuato ciò a cui dovremmo puntare: abbiamo effettuato numerosi test approfonditi con i nostri computer, e siamo stati sorpresi di scoprire che limitare l’aumento della temperatura globale a 2 °C emerge in effetti come economicamente ottimale».

In altre parole è vero che scegliere di introdurre una carbon tax, o sostituire centrali a carbone con fonti rinnovabili, rappresentano dei costi per la collettività o almeno per alcune categorie economiche; ma i danni provocati dalla crisi climatica in corso sono ancora più ingenti, e ce ne sono molti altri legati ad esempio alla perdita di produttività o di capitale naturale. Il problema, come sottolineano dal Potsdam institute, è che questi costi finora non sono mai stati prese realmente in considerazione per tracciare percorsi politici economicamente ottimali: una lacuna che gli autori dello studio hanno provato adesso a colmare impiegando un modello matematico – sviluppato dal premio Nobel in Economia William Nordhaus – in grado di integrare la dimensione economica con quella climatica.

Il risultato è che rispettare il limite di 2° C rappresenta non solo il profilo più sensato, ma anche è quello economicamente più efficiente. «Dato che abbiamo già aumentato la temperatura del pianeta di più di 1 grado, i 2°C richiedono un’azione globale rapida e fondamentale – incalza Levermann – La nostra analisi si basa sulla relazione osservata tra temperatura e crescita economica, ma potrebbero esserci altri effetti che non possiamo ancora prevedere e che potrebbero spostare l’analisi costi-benefici verso azioni ancora più urgenti. Il mondo sta esaurendo le scuse per non fare nulla: o decarbonizziamo le nostre economie o lasciamo che il riscaldamento globale aumenti i costi per le aziende e le società di tutto il mondo».

Una scelta che anche l’Italia è chiamata a fare, sulla base di dati già ampiamente noti. Per raggiungere gli obiettivi contenuti nel Piano nazionale clima ed energia, ad esempio, si stima un fabbisogno di investimenti aggiuntivi rispetto al tendenziale di oltre 180 miliardi di euro entro il 2030: può sembrare molto, ma non così tanto dato che azioni decise contro la crisi climatica entro la metà del secolo il nostro Paese perderebbe qualcosa come 130 miliardi di euro l’anno.

fonte: greenreport.it

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