Mattarella e il discorso di fine anno

Grande delusione sulla lotta alla mafia
di Giorgio Bongiovanni

Dieci milioni di persone. In tanti hanno acceso la televisione, la notte del 31 dicembre, per sentire il tradizionale discorso di fine anno del presidente della Repubblica. Un discorso che a ben vedere sembra quasi la “copia carbone” di quello dello scorso anno dove parole come coesione nazionale, cultura della responsabilità e orgoglio per il nostro Paese avevano già trovato spazio.
Quest’anno molte parole sono state dedicate ai giovani, alla necessità di dar loro fiducia e speranza, passando anche dall’attenzione all’ambiente e quei cambiamenti climatici che hanno colpito svariate parti del Paese. Il Capo dello Stato ha poi ricordato l’azione delle nuove generazioni, scese in piazza per “far sentire la loro voce, proiettati come sono verso il futuro, senza la nostalgia del passato”.
Bisogna “aver fiducia – è stato il suo appello – e impegnarci attivamente nel comune interesse. Disponiamo di grandi risorse. Di umanità, di ingegno, di capacità di impresa. Tutto questo produce esperienze importanti, buone pratiche di grande rilievo“. “E’ una virtù da coltivare insieme, quella del civismo, del rispetto delle esigenze degli altri, del rispetto della cosa pubblica. Argina aggressività, prepotenze, meschinità, lacerazioni delle regole della convivenza“.
Rispetto all’anno passato, però, non possiamo non constatare la pesante assenza ingiustificata di parole sulla lotta alla mafia.
Da cittadini che da anni studiano il fenomeno delle criminalità organizzate, dobbiamo dirlo, siamo rimasti delusi specie se si considera che il Presidente Mattarella è un familiare vittima di mafia.
Nei nostri occhi, ad ogni commemorazione, scorre l’immagine in cui proprio Sergio Mattarella tira fuori dall’auto il corpo crivellato di colpi del fratello Piersanti, il presidente della Regione Sicilia ucciso il 6 gennaio 1980.
Un delitto su cui ancora oggi è aperto un fascicolo di indagine per cercare di individuare i killer, fin qui rimasti impuniti a differenza dei mandanti.
E’ incomprensibile il silenzio della massima carica dello Stato su certi argomenti. Cosa nostra, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita, che ne dicano tanti “Benpensanti”, ancora oggi proliferano e intrecciano rapporti pericolosi con il Potere, alterando, alla luce di un “fatturato” da 150 miliardi di euro l’anno stimati dagli analisti, economie e democrazie. Il nostro è un Paese senza verità sulle stragi e delitti eccellenti. In questi anni indagini e processi come quello sulla trattativa Stato-mafia, ‘Ndrangheta stragista, sulla strage di Capaci, di via d’Amelio, hanno contribuito e contribuiscono a far luce su fatti importanti che hanno segnato la nostra Repubblica. Ci sono poi altri processi importanti come quelli Gotha e Breakfast a Reggio Calabria, che mostrano i rapporti tra vari apparati di potere. A dimostrare che la lotta alle mafie e al Sistema Criminale Integrato non è affatto conclusa. Prima di Natale a Catanzaro è stata condotta una delle operazioni più importanti degli ultimi anni.
Eppure non una parola è stata detta dal Presidente Mattarella che ha preferito tacere su questi punti. Nulla è stato detto a sostegno dei magistrati impegnati in prima linea in questa lotta. Nessuna parola a loro tutela, nonostante gli attacchi pesanti, le minacce subite e le condanne a morte.
Come se le nostre mafie non fossero le organizzazioni criminali più forti e potenti del mondo, composte da criminali ed assassini che con il traffico internazionale di stupefacenti uccidono migliaia di giovani, non solo nel nostro Paese.
Ci sarebbe piaciuto che il Presidente Mattarella, da Capo dello Stato e Presidente del Consiglio superiore della magistratura, avesse avuto il coraggio di gridare e scuotere il Paese alla luce di questi fatti.
Quel coraggio di ribadire il concetto che la criminalità organizzata è uno dei problemi più urgenti da affrontare e che deve essere la “priorità assoluta” nell’agenda politica di qualsiasi Governo.
Il coraggio di ripetere quanto detto in occasione delle commemorazioni della strage di Piazza Fontana, in cui aveva fatto riferimento a “l’attività depistatoria di una parte di strutture dello Stato” che è stata “doppiamente colpevole“.
Il discorso di fine anno poteva essere l’occasione per andare oltre affinché siano sciolti tutti i segreti di Stato su omicidi e stragi che hanno insanguinato la nostra Patria.
Un’occasione mancata.
Anche di silenzio vivono i “fenomeni criminali”. Soltanto quando si troverà il coraggio di romperlo, i cittadini, i familiari vittime di mafia, i martiri e le future generazioni potranno avere giustizia e respirare il “fresco profumo della libertà“. Fino ad allora, purtroppo, la sensazione che resta è quella di un colpevole oblio.

fonte: antimafiaduemila.com

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