Il fallimento della Cop25 di Madrid: la delusione di Guterres e del mondo

Ha vinto l’egoismo sovranista che tutela imponenti interessi economici, ma ha di fronte un movimento popolare per il clima forte come non mai

di
Umberto Mazzantini

Il sentimento dominante per quanto (non) è successo alla 25esima Conferenza delle parti Unfccc che ha chiuso mestamente i suoi lavori a Madrid sta tutta nella breve dichiarazione finale del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres: «Sono deluso dai risultati di #COP25. La comunità internazionale ha perso un’importante opportunità per mostrare una maggiore ambizione in materia di mitigazione, adattamento e finanza per affrontare la crisi climatica. Ma non dobbiamo arrenderci e non mi arrenderò. Sono più determinato che mai a lavorare affinché il 2020 sia l’anno in cui tutti i Paesi si impegnino a fare ciò che la scienza ci dice sia necessario per raggiungere la carbon neutrality nel 2050 e un aumento della temperatura non superiore a 1,5 gradi, #ClimateAction».

La presidente della COP25, la ministro dell’ambiente del Cile Carolina Schmidt, ha concluso i lavori del summit climatico con una nota più ottimistica: «Terminiamo con dei sentimenti misti. Con la speranza che insieme posiamo realizzare grandi cose, come il Cile ha fatto con la Spagna mettendo in piedi questa COP in tempi record. Ma non c’è ancora consenso per aumentare l’ambizione ai livelli di cui abbiamo bisogno».

La Schmidt è stata di fatto una presidente di turno della COP Unfccc molto debole, screditata dalle gigantesche manifestazioni di piazza che continuano a scuotere il Cile e dalla ferocissima e impunita repressione di carabineros ed esercito che è stata condannata dalla stessa Onu, sarà difficile che abbia la forza è l’autorità per gestire i difficili negoziati che porteranno alla COP26 di Glasgow, in una Scozia che chiede l’indipendenza dal Regno Unito della Brexit e nell’anno delle elezioni presidenziali Usa che vedranno probabilmente scatenarsi il negazionismo climatico di Donald Trump.

Il 15 dicembre, data in cui era previsto terminasse la COP25, i negoziatori avevano raggiunto un accordo su alcune questioni importanti, quali il rafforzamento delle capacità dei Paesi in via di sviluppo, un programma sull’eguaglianza di genere e la tecnologia. Ma l’accordo globale necessario era rimasto in sospeso a causa di un disaccordo sulle questioni più spinose come le perdite e i danni (loss and damage) di origine antropica e il finanziamento dell’adattamento al cambiamento climatico.
Nella notte tra venerdi e sabato – come è ormai uso in tutte le ultime COP Unfccc – sono continuati dei defatiganti negoziati, ma la versione provvisoria del testo finale presentata il 14 dicembre ha finito per deludere tutte le parti negoziali. Dei rappresentanti delle ONG e della società civile hanno definito il testo «inaccettabile e un tradimento degli impegni presi nel quadro dell’Accordo di Parigi sul clima nel 2015».

Sabato pomeriggio, gli organizzatori della COP25 hanno spiegato in una conferenza stampa che i negoziatori erano ancora al lavoro con l’obiettivo di «mostrare al mondo che possiamo fornire dei risultati, che il multilateralismo funziona», come aveva detto imprudentemente la Schmidt.

Sabato sera è stato chiaro che a Madrid non ci sarebbe stato nessun accordo e Greta Thunberg, che al Climate Action Summit dell’Onu a settembre aveva accusato i governi nazionali di non volersi assumere la responsabilità dell’emergenza climatica, ha visto confermati tutti i suoi timori: «Sembra che la COP25 a Madrid stia andando a pezzi proprio in questo momento. La scienza è chiara, ma la scienza è ignorata. Qualunque cosa succeda non molleremo mai. Abbiamo appena cominciato». Parole che sono riecheggiate nella dichiarazione finale di Guterres.

Si potrebbe dire, riassumendo, che a Madrid hanno vinto gli egoismi e i sovranismi e che ha perso il pianeta, ma nel mondo c’è un movimento climatico, popolare e ambientalista più forte che mai che darà filo da torcere a chi vuole lasciare ai nostri figli e nipoti un mondo devastato s dalla catastrofe climatica. Da chi vincerà questa sfida – e quando – dipenderà il futuro dell’umanità, anche se è sempre più chiaro che a potentissime forze economiche che indirizzano la politica e i governi del futuro del pianeta non gliene frega un bel nulla.

L’Onu si sforza di vedere il dito di acqua nel bicchiere vuoto di Madrid e sottolinea in c un comunicato che «Malgrado la delusione suscitata dalla mancanza di ambizione climatica al termine della COP25, sono stati registrati diversi passi avanti durante le due settimane di negoziati a Madrid. L’Unione europea, per esempio, si è impegnata a favore della carbon neutrality entro il 2050. Un impegno salutato dal capo dell’Onu. 73 Stati hanno indicato la loro intenzione di sottoporre un piano di azione climatica migliorato (o Nationally Determined Contribution). La conferenza ha riconosciuto le 11 nazioni che hanno avviato un processo interno per rafforzare l’ambizione climatica che si riflette nei loro piani nazionali entro il 2020, come previsto dall’accordo di Parigi. La battaglia per il cambiamento climatico si svolge anche a livello locale. 14 regioni e 398 città si adopereranno per raggiungere la carbon neutrality entro il 2050. Durante la conferenza, 177 imprese si sono impegnate a fissare importanti obiettivi di riduzione dei gas serra per contribuire a limitare i peggiori effetti del cambiamento climatico. Queste 177 imprese rappresentano un totale di oltre 5,8 milioni di dipendenti e coprono 36 settori. La loro capitalizzazione di mercato combinata è di oltre 28 trilioni di dollari Usa e le loro emissioni dirette annuali sono equivalenti a quelle della Francia. Anche il numero di compagnie impegnate per la carbon neutrality è raddoppiato. Erano 90 al Summit sull’azione per il clima e ora sono 177 alla COP25. Le emissioni di gas serra di queste 177 aziende rappresentano l’equivalente di 83 centrali elettriche a carbone. Alla COP25, gli investitori che hanno annunciato che avrebbero spostato i loro portafogli su emissioni carbon neutral quasi raddoppiate in termini di importo. Rappresentavano 2.400 miliardi di dollari al Climate Action Summit nel settembre 2019. Tre mesi dopo, rappresentano ora 4 miliardi di dollari alla COP25. Tutti questi sforzi dimostrano chiaramente che gli attori non statali riconoscono l’urgente necessità di adottare misure ambiziose per affrontare l’emergenza dei cambiamenti climatici. Questa ambizione dovrà essere aumentata durante la prossima Conferenza Onu sul clima (COP26) che si terrà a Glasgow, nel Regno Unito, nel novembre 2020».

fonte: greenreport.it

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