Plastica, basta slogan: serve un new deal della comunicazione scientifica

Educare alla complessità, alla lettura dei dati, alla capacità di discernere un’informazione corretta da una sbagliata cozza irrimediabilmente con la dittatura dell’hastag e dello slogan ipersemplificato

Qualche giorno fa il presidente di Corepla Antonello Ciotti è intervenuto su La Repubblica per tentare una difesa di ufficio della plastica, da mesi sotto i riflettori e oggetto di innumerevoli campagne “contro”, talvolta schizofreniche e superficiali: basta pensare ai colossi della grande distribuzione che mettono al bando tutti i prodotti di plastica usa e getta (ma non il monouso in bioplastica, che molto probabilmente non sarà salvato dalla direttiva europea), ma che nel reparto accanto vendono i mango maturi invaschettati uno ad uno.

La confusione è enorme e nel gioco della comunicazione furbesca, al pari dei vari slogan zero-questo free-quest’altro, Corepla è stata la prima a tirare il dado: ad esempio, quanti sanno che il Consorzio nazionale per il riciclo della plastica non è guidato dai riciclatori, che pesano all’interno della governance per appena il 20%, bensì da produttori di materie plastiche (35%) trasformatori (35%) e autoproduttori (10%)? Questo significa che l’interesse preminente sarà ovviamente quello di chi produce la plastica, non di chi la ricicla. E una chiosa va fatta anche al titolo dell’intervento di Ciotti: raccogliere e riciclare – dice – sono l’obiettivo. Non esattamente: l’obiettivo finale è quello di reintrodurre nei cicli produttivi il materiale riciclato, perché se non c’è qualcuno che lo ricompra, a cosa sono serviti la raccolta differenziata e il riciclo?

Al di là dei tanti esempi portati da Ciotti per ricordare con ironia quanto la plastica sia presente ovunque, talvolta in modo indispensabile, ci sono due affermazioni generali che credo valga la pena di sottolineare. Il primo è quando definisce la campagna #plasticfree “un’autoassoluzione di massa, che sposta l’attenzione da quello che io come consumatore devo fare per evitare un danno all’ambiente, a quello che gli altri dovrebbero fare per eliminare il problema”. Il paragone è banalmente ovvio: chi mai penserebbe di mettere fuorilegge tutte le automobili, per risolvere il problema delle tragedie sulla strada provocate da pochi guidatori ubriachi o drogati?

Del resto, quale cittadino che quotidianamente si abbevera alla fonte della conoscenza (sic!) online, che si è costruito un’autocoscienza fatta di spot e post, di tweet e instantanee, di gruppi whatsapp e meme, potrebbe mai veder scalfite le sue convinzioni se qualcuno cominciasse a parlargli di flussi di materia snocciolandogli numeri e dati, ricerche scientifiche e teorie complesse, senza neppure un accenno a qualche complotto globale?

La seconda affermazione è ancora più stimolante: “Viviamo in un periodo contrassegnato dal soluzionismo:  cioè la ricerca di una risposta rapida a qualunque problema senza valutare pienamente se quanto si risponde sia effettivamente una risposta concreta, con tutti i pericoli di strumentalità che le semplificazioni comportano”. Ciotti conclude con una verità che è anche alla base degli obbiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite: il mondo potrà migliorare solo se sapremo leggerne le complessità.

Obiettivo che ci sta completamente sfuggendo di mano. Educare alla complessità, alla lettura dei dati, alla capacità di discernere un’informazione corretta da una sbagliata cozza irrimediabilmente con la dittatura dell’hastag e dello slogan ipersemplificato.

Ecco, allora la sfida dovrebbe essere questa. La nascita di un new deal della comunicazione scientifica, corretta e coerente, capace di arrivare laddove si sono incancrenite l’indolenza e l’ignoranza che impediscono a questa società di svilupparsi in modo ambientalmente, economicamente e socialmente sostenibile.

fonte: greenreport.it

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