I Paesi di tutto il mondo sono diventati più resilienti ai disastri climatici

Ma restano le disparità tra ricchi e poveri e un aumento senza precedenti degli eventi climatici estremi metterà alla prova la resilienza climatica e le capacità di adattamento delle nostre società

Il recente studio “Empirical evidence of declining global vulnerability to climate-related hazards”, pubblicato su Global Environmental Change da Giuseppe Formetta del Fincons Group e Luc Feyen del Joint European Research Centre (Jrc) della Commissione europea, dimostra che negli ultimi 40 anni le società di tutto il mondo hanno aumentato la loro capacità di far fronte ai disastri climatici. Al Jrc sottolineano: «I risultati indicano che l’adattamento rappresenta un’opportunità per rendere le nostre società più resilienti e minimizzare gli impatti futuri dei cambiamenti climatici in Europa».

Ma da 1980 al 2016 in molte parti del mondo sono continuati a moltiplicarsi gli eventi climatici estremi e a crescere i morti e le perdite economiche che hanno causato e i ricercatori avvertono che «Il riscaldamento globale, alimentato dal cambiamento demografico e dall’urbanizzazione, rischia di far sì che nei decenni a venire sempre più persone e beni economici  siano esposti agli estremi climatici. Ciò significa che le società dovranno adattarsi e proteggersi meglio contro questi rischi, che è anche uno dei principali messaggi dell’Accordo di Parigi».

Per comprendere meglio la capacità delle società di tutto il mondo di far fronte agli estremi climatici, Formetta e Fayen hanno studiato le tendenze globali in materia di resilienza dal 1980 al 2016, esaminando gli impatti di 7 estremi climatici: inondazioni, inondazioni improvvise, inondazioni costiere, pericoli legati al freddo, ondate di caldo, siccità e pericoli legati al vento. Sono stati analizzati oltre 16.000 dati su perdite di vite umane e perdite economiche e ne è venuto fuori che «Tra il 1980 e il 2016, il numero totale di vittime riportate ammontava a 815.293 e i danni complessivi a 2.436 miliardi di euro».

Gli scienziati hanno analizzato tutti i disastri avvenuti nel mondo per i quali sono stati segnalati questi impatti e spiegano che «Si va dai grandi disastri come l’uragano Katrina e l’ondata di caldo europea del 2003, che ha causato centinaia di miliardi di perdite economiche e/o migliaia di morti, a eventi di minore entità come le inondazioni del gennaio 2013 in Sudafrica, per le quali il gli impatti riportati nelle regioni di Limpopo e Mpumalanga hanno totalizzato 12 morti e 38 milioni di euro di danni».

Poi gli scienziati hanno mappato l’esposizione a questi disastri utilizzando i dati in termini di presenza umana e ricchezza basati sul Global Human Settlements Layer del Jrc e sui dati dei nazionali e lo studio dimostra che «Il numero di persone uccise da eventi climatici estremi – come percentuale della popolazione esposta a tali eventi – è diminuito di oltre 6 volte negli ultimi quarant’anni. Il tasso di perdita economica, che si riferisce al danno causato dagli eventi climatici in proporzione al valore economico esposto a questi rischi, è ora di circa un quinto rispetto agli anni ’80».

Ma questi dati globali nascondono un’evidenza che parla ancora una volta di ingiustizia climatica: i Paesi diventano più resiliente quando le società sono o diventano più ricche. «Nei Paesi con i livelli di reddito più bassi l’effetto dell’aumento della ricchezza sulla riduzione dell’impatto dei disastri è stato molto più forte che nei Paesi più ricchi – dicono al Jrc – Di conseguenza, la disparità nella resilienza tra Paesi a reddito inferiore e superiore è diminuita, sebbene il divario rimanga ancora considerevole. Il forte legame tra resilienza e ricchezza suggerisce che l’eliminazione della povertà, il miglioramento delle condizioni di vita, una migliore protezione sociale e l’inclusione economica aumenteranno ulteriormente la capacità dei Paesi di adattarsi agli impatti del un clima che cambia. Mentre un Paese si sviluppa economicamente, gli investimenti nelle misure di protezione contro i rischi naturali, i sistemi di allarme rapido e le strategie di gestione del rischio di catastrofi migliorano. Queste azioni facilitano anche la risposta e la ripresa che fanno seguito a  su un disastro naturale».

E, a proposito di Paesi sviluppati, la strategia dell’UE in materia di adattamento ai cambiamenti climatici punta proprio a rendere l’Europa più resiliente ai rischi climatici estremi e ad insorgenza lenta. Promuove l’azione degli Stati membri, in particolare in settori chiave vulnerabili come l’agricoltura e la politica di coesione e un processo decisionale più informato.

I ricercatori concludono: «E’ probabile che il cambiamento climatico determini un aumento senza precedenti degli estremi climatici, che metterà alla prova la resilienza climatica capacità di adattamento delle nostre società. Questo richiede una forte strategia dell’Ue e azioni preventive da parte degli Stati membri per ridurre ulteriormente la vulnerabilità dei loro cittadini e delle loro economie ai rischi climatici, al fine di ridurre al minimo gli impatti climatici futuri in Europa. Il Sendai Framework for Disaster Risk Reduction 2015-2030, l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e gli Obirttivi di sviloppo sostenibile hanno fissato l’agenda per ridurre i rischi di catastrofi attraverso uno sviluppo economico, sociale ed ambientale sostenibile ed equo. In questo contesto, i Paesi più poveri rimangono particolarmente vulnerabili ai rischi climatici e in quelle società potrebbero essere necessari ingenti investimenti o cambiamenti per colmare il divario di vulnerabilità con i Paesi più ricchi. Con una quota sempre crescente di persone che vivono nei centri urbani, iniziative di partnership come EC, Unisdr e UN-Habitat per il progetto “Making cities sustainable and resilient: Implementing the Sendai Framework for Disaster Risk Reduction 2015-2030 at the local level”  potrebbero essere fondamentale per raggiungere questo obiettivo».

fonte: greenreport.it

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