Strage di Capaci, le dichiarazioni di Avola riaprono le indagini

Al processo d’appello sull’attentato depositate le dichiarazioni dell’ex killer catanese, indagato assieme ad un altro boss
di Aaron Pettinari



Negli anni Novanta Maurizio Avola, ex killer di Cosa nostra catanese, aveva già parlato di aver portato dell’esplosivo T4 a Termini Imerese, dicendo di non sapere quale sarebbe stato l’utilizzo. Da qualche mese, però, ha deciso di vuotare completamente il sacco e, dopo aver contribuito a riaprire le indagini sulla morte del giudice Antonino Scopelliti, ha fatto nuove dichiarazioni ammettendo che quell’esplosivo era stato utilizzato per la strage di Capaci.
Ieri, come ha riportato il quotidiano La Repubblica, i verbali di interrogatorio sono stati depositato al processo d’appello Capaci bis, ma il collaboratore di giustizia sul punto ha già testimoniato lo scorso aprile al processo contro il superlatitante Matteo Messina Denaro, anche lui accusato di essere tra i mandanti delle stragi del 1992.

Catania-Palermo, il viaggio per portare l’esplosivo
Parlando di quel trasporto di esplosivo che sarebbe avvenuto nell’aprile 1992 Avola ha riferito di aver caricato i panetti in due contenitori per le olive e di aver effettuato quella consegna con la collaborazione di Marcello D’Agata, il suo capo che avrebbe fatto da staffetta, pure lui adesso indagato per la strage di Capaci dal procuratore aggiunto Gabriele Paci, dai sostituti Pasquale Pacifico e Matteo Campagnaro. “Caricai i panetti in dei contenitori per le olive. Poi con D’Agata abbiamo fatto una steffetta – ha detto lo scorso aprile di fronte alla Corte d’assise nissena in trasferta a Firenze – Nel caso vi fosse stata qualche pattuglia di stradale si faceva fermare lui con una brusca manovra. Abbiamo consegnato la roba nel primo rifornimento a Termini Imerese dove c’erano due che conosceva D’Agata. Io sono sceso e sono andato nella Fiat uno di D’Agata“.
Avola ha anche parlato dei telecomandi utilizzati per la strage di Capaci, portati in un secondo momento da Vincenzo Galea, ma ha anche spiegato che furono fatti dei test: “Per sicurezza io, Aldo Ercolano e D’Agata ce ne siamo fatti fare un altro e l’abbiamo testato nella strada della scogliera fra Lido Acquarium e l’entrata di Aci Castello. La distanza era più o meno 700 metri. Del resto ai palermitani serviva coprire una distanza di un chilometro. Abbiamo messo in una macchina il detonatore senza dinamite. Funzionò e poi consegnammo gli altri telecomandi“.

Quell’esperto di esplosivi che veniva dall’America
Ma non è solo questo l’unico elemento di novità offerto da Avola, quando è stato sentito dal Procuratore capo di Caltanissetta, Amedeo Bertone. Infatti l’ex killer ha anche parlato di un misterioso esperto di esplosivi, giunto in Sicilia da oltreoceano, inviato direttamente dalla mafia americana. A Firenze Avola riferì che per aggiustare l’esplosivo per l’attentato dovevano essere o lui o Pietro Rampulla ma che vi era anche “una persona che era di fuori di Catania che ci ha imparato una tecnica moderna di come maneggiare questo tipo di esplosivo“. Ai pm nisseni, così come aveva fatto all’inizio della sua collaborazione nel 1994, ha ribadito che quel “forestiero arrivò a Palermo nei primi mesi del 1992” ma se all’epoca aveva detto di non sapere chi fosse oggi ha ribadito che “era un appartenente alla famiglia Gambino di Cosa nostra americana“. Non solo. Ha anche effettuato una descrizione: “Aveva circa 40 anni, capelli castani, occhi scuri, alto 1,85, corporatura robusta, vestito in maniera molto elegante. Lo incontrai a Catania, a casa di Aldo Ercolano, che mi disse: ‘Oggi hai conosciuto una persona importante’“.
Secondo gli inquirenti le dichiarazioni di Avola non mettono in discussione quanto già è stato delineato dalle sentenze ma offrono uno spunto importante, ovviamente da verificare, su quegli interessi americani che volevano la morte del giudice. “D’Agata – ha raccontato sempre lo scorso aprile – mi disse che l’interesse degli americani c’era perché anche loro avevano avuto un processo con Falcone in mezzo. Un’indagine patrimoniale“.
Avola ha anche raccontato di aver saputo da Ercolano che quel forestiero aveva collaborato all’attentato dove già compaiono figure “borderline” come Pietro Rampulla, mafioso ma anche legato ad ambienti della destra eversiva.
E di un soggetto esterno a Cosa nostra, al tempo delle stragi, aveva parlato anche il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, in riferimento alle fasi di imbottitura di esplosivo della Fiat 126, usata per la strage di Borsellino, nel garage in via Villasevaglios. Nel giugno 2013, al processo Borsellino quater, Spatuzza disse che “la persona che era nel garage in cui portammo la 126 usata per la strage non era di Cosa nostra. Ne sono convinto. Ho una diapositiva in testa e in questi anni ho cercato di mettere a fuoco questa persona. Ho fatto pure una descrizione, effettuando un riconoscimento fotografico ma non è che posso dire cose. Tra le possibilità c’è che possa appartenere alle forze dell’ordine e la mia vita la gestiscono loro, sono io la prima persona ad avere interesse a vederla in carcere. Ma proprio non ricordo. Questo è un mistero fondamentale da risolvere e io sono qui per la verità. Ribadisco di non averlo mai visto prima, né dopo nessuno mi ha mai detto chi fosse”. Avola e Spatuzza stanno parlando della stessa persona?

Le coincidenze
Le parole di Avola si incrociano con altri elementi emersi in questi anni nelle indagini su “l’Attentati”. E’ un fatto noto che nel pomeriggio della strage uno dei telefonini (clonati) degli stragisti ha chiamato tre volte un’utenza del Minnesota: “00161277746***””: alle 15,17, 40 secondi; alle 15,38, 23 secondi; alle 15,43, 522 secondi. Secondo gli inquirenti ad effettuare le chiamate sarebbe stato Antonino Gioè (poi morto suicida in carcere in circostanze più che misteriose) ma non si è mai appreso a chi erano dirette.
Ci sono poi le dichiarazioni del pentito Antonino Giuffrè che ha riferito come poco prima delle stragi proprio la famiglia Gambino aveva inviato a Palermo un loro avvocato, che gu casualmente pedinato dalla squadra mobile che indagava sul libro mastro delle estorsioni del clan Madonia. Gli investigatori annotarono che questo legale alloggiava presso l’hotel Villa Igea e riceveva diverse persone.
E sempre al centralino del noto ed esclusivo hotel palermitano, erano giunte delle misteriose telefonate partite da un cellulare clonato, in uso ai mafiosi castellamaresi, fino a pochi giorni prima della strage di via d’Amelio. Non solo, emergeva anche un contatto con Gioacchino Calabrò, all’epoca incensurato, che poi si scoprirà essere stato tra le figure più potenti della mafia di Castellammare del Golfo e protagonista di stragi e attentati come quelli di Pizzolungo (1985), Roma, Firenze e Milano (1993) ed il fallito attentato allo stadio Olimpico (1994).
Quelle telefonate furono scoperte dal consulente informatico Gioacchino Genchi ed oggi la procura nissena prova a mettere in fila tutti i pezzi. A ventisette anni di distanza dalla strage di Capaci, dunque, si aprono nuovi spiragli nella ricerca della verità. Una ricerca fondamentale e necessaria che non deve mai essere interrotta.

fonte: antimafiaduemila.com

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