Crollo verticale per le rinnovabili italiane, in «sensibile contrazione» dal 2014

Dopo l’Ocse anche l’Ispra certifica il calo: dal 43,1% della produzione elettrica nazionale al 35,1%. A forte rischio gli obiettivi climatici al 2030

di
Luca Aterini

Nel suo ultimo rapporto economico sull’Italia l’Ocse non si limita a prevedere un ulteriore crollo del Pil nel nostro Paese – previsto addirittura in decrescita nell’anno in corso, a -0,2% –, ma individua numerose criticità ancora aperte sul fronte ambientale, dalle energie rinnovabili al rischio idrogeologico, dall’inquinamento atmosferico alla gestione dei rifiuti. In riferimento a quest’ultimo punto, ad esempio, l’Ocse osserva «lacune della pubblica amministrazione, che portano a irregolarità nella raccolta e nel trattamento dei rifiuti», abbinate a una «carenza di impianti per gestire i rifiuti in molte regioni, che si traduce in trasferimenti di rifiuti tra regioni e problemi nella raccolta dei rifiuti».

Ma è soprattutto sul fronte delle energie pulite che l’Ocse mette in luce un pressoché totale immobilismo italiano, ormai da molti anni: «Le fonti di energia rinnovabili si sono sviluppate rapidamente dal 2000 al 2015 circa, ma da allora sono in fase di stallo». Difficile parlare anche in questo caso di “intromissioni” da parte dell’Ocse in questioni nazionali, come ha cercato di fare ieri il vicepremier Di Maiorespingendo al mittente le osservazioni sui temi economici, dato che in questo caso è direttamente l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) a confermare il problema.

All’interno del rapporto sui Fattori di emissione atmosferica di gas a effetto serra nel settore elettrico nazionale e nei principali Paesi europei l’Ispra rincara semmai la dose: riportando dati consuntivi fino al 2017 e le stime preliminari per il 2018, infatti, l’Istituto informa che «la produzione elettrica lorda da fonti rinnovabili è passata da 34,9 TWh nel 1990 a 103,9 TWh nel 2017 con un incremento sostenuto dal 2008 fino al 2014 e una riduzione negli ultimi anni». Non solo stallo dunque, ma declino.

Nel dettaglio, secondo i dati Terna elaborati dall’Ispra «le fonti rinnovabili hanno coperto il 43,1% della produzione (elettrica, ndr) lorda nazionale nel 2014, mentre negli anni successivi si è avuta una sensibile contrazione della quota rinnovabile, scesa fino a 35,1% nel 2017». I motivi di questo crollo verticale vengono individuati dall’Ispra da una parte nella «diminuzione dei tassi di crescita delle fonti eolica, fotovoltaica e delle bioenergie», con anche la produzione di elettricità da geotermia che mostra «una riduzione nell’ultimo anno»; dall’altra attribuisce il declino delle rinnovabili «soprattutto alla sensibile contrazione di energia idroelettrica», che ancora oggi vale da sola il 34,8% della produzione elettrica da fonti rinnovabili al netto della produzione da pompaggi ma presenta naturalmente «fluttuazioni legate al regime pluviometrico». E se con i cambiamenti climatici avanza anche la siccità, come sta accadendo in Italia, non stupisce che nel 2017 – ovvero nell’anno più siccitoso per l’Italia da oltre due secoli – si sia prodotta meno elettricità da fonte idroelettrica rispetto a vent’ani fa; le stime preliminari indicano che le cose sono andate meglio nel 2018, ma l’anno in corso potrebbe prefigurare un nuovo crollo, dato che secondo Coldiretti il primo trimestre del 2019 «è grave come quello del 2017» dal punto di vista della siccità.

Per non fare la fine di un cane che si morde la coda, con i cambiamenti climatici che frenano la fonte idroelettrica e il mancato progresso delle fonti pulite che a sua volta non ci permette di lottare efficacemente contro il riscaldamento globale, è indispensabile tornare a favorire adeguati investimenti su tutte le rinnovabili. Il settore energetico è infatti responsabile per circa l’80% delle emissioni climalteranti totali (da solo il comparto elettrico vale il 30%), e senza un immediato cambio di marcia gli obiettivi europei su clima ed energia rimarranno drammaticamente fuori portata per il nostro Paese.

Questi obiettivi, come ricorda l’Ispra, per il 2030 prevedono la riduzione delle emissioni di gas serra nazionali del 40% rispetto ai livelli del 1990, l’aumento dell’energia da fonti rinnovabili al 32% del consumo finale lordo e la riduzione del 32,5% dei consumi di energia primaria rispetto allo scenario Primes 2007 da conseguire attraverso l’aumento dell’efficienza energetica. E l’Italia non è messa per niente bene: il taglio dei gas climalteranti previsto dal Piano nazionale energia e clima è ampiamente insufficiente, come testimonia tra gli altri Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile ed ex ministro dell’Ambiente, mentre per quanto riguarda le energie rinnovabili è direttamente il Gse a stimare che – continuando sui trend attuali – l’Italia raggiungerebbe appena un obiettivo del 22%, mentre l’Ue punta al 32%.

fonte: greenreport

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