Il depistaggio di via d’Amelio

La nefasta “vicenda Scarantino” non sia alibi per delegittimare la ricerca dei mandanti esterni della strage che ha assassinato Paolo Borsellino e gli agenti di scorta
di Giorgio Bongiovanni

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In attesa che la Prima Commissione del Csm decida se archiviare o meno la pratica sui depistaggi nelle indagini sulla strage in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli agenti di scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Claudio Traina), aperta nella consiliatura precedente sulla base dell’esposto presentato dalla figlia del giudice, Fiammetta Borsellino, che chiedeva conto delle eventuali responsabilità dei magistrati che si occuparono delle indagini su via d’Amelio, sembra opportuno fare un pò di chiarezza su certi fatti che in tutta la vicenda della strage non possono essere dimenticati e che, a nostro avviso, si stanno tenendo gravemente in secondo piano.
Da inchieste e processi appare ormai evidente che l’eccidio del 19 luglio 1992 sia stato parte di un disegno stragista che andava ben oltre alla semplice vendetta personale della mafia nei confronti di un giudice. Le stragi del biennio ’92-’93 rappresentano un momento chiave della storia politica del nostro Paese e non vi sono dubbi che sul sangue di quelle vittime sia stata sancita la fine della Prima Repubblica con la conseguente nascita della Seconda.
Frammenti di questo passaggio sono stati ricostruiti nel corso di questi ventisei anni e la sentenza dello scorso anno, del processo trattativa Stato-mafia, mette in fila diversi pezzi partendo dall’analisi dei motivi che portarono all’accelerazione dell’attentato contro Paolo Borsellino. Anche il processo Borsellino quater ha fornito elementi di verità importanti sulla strage ma ancora oggi non abbiamo una verità completa su quei fatti.
Essa potrà essere raggiunta quando conosceremo tutti i nomi dei concorrenti esterni che hanno partecipato a quella strage. Soggetti appartenenti a settori dello Stato deviato, dei servizi segreti, dell’alta finanza e dei poteri occulti; uomini che non solo possono aver sollecitato l’esecuzione dell’attentato ma che possono aver concorso allo stesso con un ruolo di primo piano.
Non possiamo dimenticare che ad oggi non si conosce il nome di colui che ha premuto il pulsante del telecomando che ha attivato l’autobomba in via d’Amelio mentre un collaboratore di giustizia come Gaspare Spatuzza ha più volte rappresentato la presenza, durante le fasi di imbottitura di esplosivo dell’auto nel garage di via Villasevaglios, di un uomo che non era di Cosa nostra.
Già questi elementi offrono indizi importanti su questa strage che possiamo definire di Stato. Un altro elemento è dato proprio dai tremendi buchi neri che si sono aperti nelle fasi successive all’esplosione a cominciare dalla scomparsa dell’Agenda Rossa del giudice Borsellino.
Quell’azione rappresenta il più clamoroso e drammatico fatto perché è evidente che non furono uomini di Cosa nostra a sottrarla dalla borsa del giudice. Il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, sentito dalla Commissione parlamentare antimafia presieduta da Rosy Bindi, individuò proprio in quel momento (ben due anni prima dal momento in cui lo stesso magistrato si era occupato delle indagini) l’inizio del depistaggio sulla strage.

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Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza nel momento del suo arresto

Siamo stati testimoni diretti, per quanto riguarda il ritrovamento dell’immagine dell’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli con in mano la borsa del giudice. E in merito il nostro vice-direttore, Lorenzo Baldo, ha anche testimoniato nel quarto processo sulla strage.
Successivamente furono recuperate le immagini televisive dove viene ritratto Arcangioli (indagato e prosciolto dall’accusa del furto dell’agenda), per nulla in stato di choc, mentre, attorno alle 17.30, si allontana velocemente dall’auto della vittima con in mano la valigetta di cuoio in direzione di via Autonomia Siciliana. E vi sono anche altri video dove appare l’allora capitano dei carabinieri a colloquio con altre persone.
Certo è che, come hanno scritto i giudici del Borsellino quater, su cosa accadde in quel giorno Arcangioli non ha fornito risposte soddisfacenti anzi, ha rilasciato una deposizione ben poco convincente oltre ad aver avuto un comportamento “molto grave”.
Sappiamo che la valigetta è ricomparsa nella macchina successivamente, circa un’ora dopo. Venne sequestrata e portata in Questura il giorno successivo. L’agenda del giudice, però, non c’era. Chi l’ha fatta sparire? Perché? Sono queste le domande che ventisei anni dopo devono ancora trovare una risposta. Che quel giorno il magistrato avesse l’agenda con sé è un dato certo che i familiari hanno raccontato più volte e vi sono più testimoni che hanno riferito come la stessa venisse usata dal giudice Borsellino per effettuare delle annotazioni.
Ed è a questo punto che i quesiti si moltiplicano. Cosa poteva aver scritto in quella agenda Paolo Borsellino? C’erano le sue intuizioni sulla morte del giudice Giovanni Falcone (aveva dichiarato pubblicamente di essere un testimone che aveva raccolto i pensieri di Falcone) e su quel “dialogo” tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, di cui aveva accennato a sua moglie Agnese prima di essere assassinato assieme ai cinque agenti della sua scorta? Perché Borsellino venne ucciso appena 57 giorni dopo la strage di Capaci?
Abbiamo ancora in mente le parole dell’ex boss di Porta Nuova, Salvatore Cancemi quando disse, prima agli investigatori e poi anche a noi personalmente, che Totò Riinaera stato preso per la manina” dallo Stato per fare le stragi e fece i nomi di soggetti come Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi.
Nelle motivazioni della sentenza trattativa Stato-mafia vengono spiegati i motivi che portarono a “l’improvvisa accelerazione che ebbe l’esecuzione del dottore Borsellino” e si evidenzia come “l’unico fatto noto di sicura rilevanza, importanza e novità verificatosi in quel periodo per l’organizzazione mafiosa sono stati i segnali di disponibilità al dialogo – ed in sostanza, di cedimento alla tracotanza mafiosa culminata nella strage di Capacipervenuti a Salvatore Riina, attraverso Vito Ciancimino, proprio nel periodo immediatamente precedente la strage di via d’Amelio“.
Come è avvenuto in altri omicidi eccellenti non si può escludere che vi sia stata una convergenza di interessi che ha portato all’eliminazione di Borsellino e il depistaggio che è stato perpetrato fa intendere chiaramente che questi non riguardassero solo Cosa nostra.
Del resto anche il collaboratore di giustizia Nino Giuffré, altro membro autorevole della Cupola, ha riferito di sondaggi e “tastate di polso” esterne a Cosa nostra. Sentito dagli inquirenti ha più volte ammesso che il magistrato palermitano “rappresentava un pesantissimo ostacolo alla realizzazione dei disegni criminali non soltanto dell’associazione mafiosa, ma anche di molteplici settori del mondo sociale, dell’economia e della politica compromessi con ‘Cosa Nostra’“.
Ma torniamo alla vicenda del “pupo vestito“, Vincenzo Scarantino. I giudici del Borsellino quater in sentenza hanno dichiarato di fatto che il falso pentito è stato “determinato a commettere il reato” da “soggetti inseriti negli apparati dello Stato“. I riflettori sono stati accesi dalla Corte sul gruppo degli investigatori dell’epoca, guidato da Arnaldo La Barbera (deceduto), che avrebbe indirizzato l’inchiesta costruendo i falsi pentiti. Nel merito di questa vicenda è in corso a Caltanissetta un processo contro tre poliziotti appartenenti al Gruppo Falcone e Borsellino, (Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo), accusati di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra.
Un processo importante che può sicuramente contribuire a capire cosa è accaduto in quelle prime indagini disseminate di errori clamorosi. Così come avrebbe potuto offrire importanti verità anche l’altra indagine sul depistaggio che vedeva indagati oltre a Mario Bo anche i funzionari di polizia Vincenzo Ricciardi e Salvatore La Barbera che fu inaspettatamente archiviata.
Nel Borsellino quater un indice viene puntato anche verso quei Servizi di sicurezza che già il giorno dopo la strage furono coinvolti direttamente dal Procuratore capo di Caltanissetta, Gianni Tinebra. Fu lui a chiedere aiuto per le indagini all’ex numero due del SisdeBruno Contrada. Ed è incredibile che vi siano due note che lo stesso Servizio segreto civile diffuse proprio nelle prime fasi delle indagini, una delle quali offre proprio degli elementi su Scarantino e le sue parentele mafiose.

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Il magistrato Gianni Tinebra insieme all’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro © Imagoeconomica

Ma i tasselli del mosaico sulla strage di via d’Amelio vanno messi al loro giusto posto e il depistaggio non rappresenta altro che un pezzo del puzzle che riempie i buchi neri sulle indagini ma non può rappresentare la chiave di risoluzione per capire o comprendere le verità nascoste nella loro interezza.
A rendere tutto più complesso, come è stato anche evidenziato nelle sentenza del Quater, quegli “elementi di verità” con cui è stato imboccato lo stesso Scarantino.
Il picciotto della Guadagna aveva dichiarato agli inquirenti che il mezzo era stato ricoverato per essere imbottito di esplosivo nella autocarrozzeria di tale Giuseppe Orofino. Al Borsellino (uno) Orofino, che aveva denunciato la sparizione delle targhe solo lunedì 20 luglio, era accusato di essersi procurato la disponibilità di queste e dei documenti di circolazione e assicurativi falsi che furono apposti sulla 126 per consentirne la sicura circolazione e la collocazione sul luogo della strage. Sarà il pentito di Brancaccio Gaspare Spatuzza, diversi anni dopo, a spiegare che in quell’officina andarono veramente a rubare le targhe di macchine che erano in riparazione e che tra queste vi era quella usata per metterla nella macchina dell’autobomba. E proprio una settimana fa, al processo contro i poliziotti, ha ricordato che il suo primo convincimento, quando in un colloquio investigativo nel 1998 parlò con i magistrati Vigna e Grasso dicendo che in carcere c’erano degli innocenti, era che la macchina che aveva prelevato era effettivamente stata rubata da altri. Le dichiarazioni tra Spatuzza ed i falsi pentiti erano coincidenti anche sulle modalità del furto dell’auto. Lo stesso si può dire per quelle accuse fatte da Scarantino contro esponenti della famiglia di Brancaccio, come i fratelli Graviano, Renzino Tinnirello, Fifetto Cannella e Francesco Tagliavia, che saranno tirati in ballo anche da Spatuzza.
Alcuni avvocati come Rosalba Di Gregorio e Pino Scozzola, ma anche Fiammetta Borsellino, hanno insistito più volte a puntare il dito contro il mancato deposito dei verbali di confronto tra Scarantino ed i collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi, Mario Santo Di Matteo e Gioacchino La Barbera. Già in altre occasioni abbiamo ricordato come quel deposito fu effettuato nei tempi di legge (il 25 febbraio 1998 il Gip di Catania aveva definitivamente archiviato l’inchiesta aperta contro i sostituti procuratori di Caltanissetta, Di Matteo, Palma e Petralia, dopo la prima denuncia degli stessi avvocati Di Gregorio, Marasà e Scozzola, in quanto quell’azione di deposito posticipato fu giudicato priva di alcun “comportamento omissivo”). Inoltre, come ha ricordato lo stesso Di Matteo davanti alla Commissione Parlamentare antimafia ed al Csm, al tempo quegli stessi collaboratori che “sbugiardavano” Scarantino non stavano dicendo tutta la verità sulle stragi, per cui il deposito fu posticipato per non intaccare le indagini che erano in corso.

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Il boss Giuseppe Graviano

Un’ulteriore considerazione è quella che è stata espressa lo scorso 9 gennaio dal Procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato. Questi, in un incontro pubblico di presentazione della relazione della Commissione regionale antimafia (presieduta da Claudio Fava) sul depistaggio, aveva evidenziato come quei verbali non solo furono depositati ma furono valutati dai giudici in maniera difforme anche nei successivi gradi di giudizio dei processi.
Questo significa che tutti quei giudici e magistrati sono stati dei depistatori? Non crediamo si possa fare un’affermazione del genere o quantomeno occorre fare dei distinguo. Diversamente chi ha ordito quel depistaggio sulle indagini ha agito consciamente mettendo in bocca a Scarantino prove e mezze verità senza le quali non si sarebbe potuto condannare gli imputati. Ecco la genialità del depistatore occulto.
Ed ecco che ritorna alla mente la nota del Servizio segreto civile del 3 agosto 1992 dove il Centro di Palermo comunicava alla Direzione del Sisde di Roma che “a seguito di ‘contatti informali’ con gli investigatori della Questura di Palermo, anticipazioni sullo sviluppo delle indagini relative alla strage di via d’Amelio circa gli autori del furto della macchina ed il luogo ove la stessa ‘sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell’attentato‘”. Chi era la fonte? E come facevano i Servizi a sapere questi elementi? Nessuno ha saputo dare spiegazioni precise. Coincidenza vuole che l’allora capo della Squadra mobile, Arnaldo La Barbera, aveva già intrattenuto un rapporto di collaborazione “esterna” con il Sisde (dal 1986 al marzo 1988), con il nome in codice “Rutilius”, mentre dirigeva la Squadra Mobile di Venezia.
Certo è che quelle false prove erano state mescolate a frammenti di verità per rendere “credibile” il racconto del “pupo” Scarantino.
Per questo motivo è più che mai necessario effettuare dei distinguo sull’operato dei vari magistrati e giudici che si sono occupati della strage di via d’Amelio.
E se le parole hanno un peso affermare che un magistrato ha avuto un ruolo nel depistaggio significa dire che lo stesso ha collaborato con quei mandanti esterni che hanno voluto la morte di Paolo Borsellino. Tra questi certamente non vi è il pm Di Matteo che in più occasioni (durante la deposizione al Borsellino quater, in Commissione Antimafia e davanti al Csm) ha più volte spiegato con dovizia di particolari i fatti che lo hanno riguardato negli anni in cui si è occupato delle stragi a Caltanissetta.
E’ normale che la ricerca della verità sia fortemente pretesa dai familiari vittime di mafia, che per la furia del sistema criminale hanno pagato il prezzo più alto con la perdita di un proprio caro. Non è normale che nella ricerca della verità ci si affidi a teorie e considerazioni proprie degli avvocati di quei mafiosi che le stragi hanno posto in essere.
Il rischio che si sta correndo oggi, guardando con esasperazione al dibattimento in corso a Caltanissetta, è proprio quello di concentrarsi su un frammento del quadro senza guardare la totalità. Così si esalta un fatto che viene allargato a dismisura, tacendo altre verità, tirando in ballo anche chi con il depistaggio non ha avuto a che fare, delegittimando chi cerca la verità sulle stragi, “depistando” l’attenzione dell’opinione pubblica fino a coprire fatti ancora più importanti.
Le azioni che sono state commesse nella prima fase delle indagini su via d’Amelio, sono sicuramente ed indubbiamente un fatto grave che va perseguito e su cui va fatta chiarezza ma il cuore dei misteri sulla strage è nel conoscere il volto di quei concorrenti esterni che nella migliore delle ipotesi hanno avallato e nella peggiore hanno ordinato ed avuto un ruolo attivo nell’esecuzione dell’attentato.

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Il magistrato Paolo Borsellino © Shobha

Una ricerca della verità estremamente difficile che non è rimasta immobile in questi 26 anni. Dire che non si è fatto nulla è un falso storico, smentito da processi, inchieste e sentenze.
E le indagini condotte da magistrati come il pm Nino Di Matteo, dimostrano come lo stesso non ha nulla a che vedere con il depistaggio ordito sulla strage di via d’Amelio.
Basta partire dal processo Borsellino ter che, a differenza degli altri due processi non è mai stato investito dalla revisione, portò alla condanna di tutti i capi della Commissione provinciale e regionale. Tra questi vi erano figure di spicco come Giuseppe Calò, Raffaele Ganci, Filippo Graviano, Michelangelo La Barbera, Cristoforo Cannella, Salvatore Biondo (classe ’55), Domenico Ganci e Salvatore Biondo (classe ’56), Salvatore Buscemi, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffrè, Benedetto “Nitto” Santapaola e Giuseppe “Piddu” Madonia, ed altri.
In questo processo, istruito dal principio dai pm Nino Di Matteo ed Anna Maria Palma – per la prima volta – congiuntamente con il processo sulle stragi del ’93 a Firenze, si parlò di mandanti esterni sulla base delle dichiarazioni di pentiti di peso come Giovanni Brusca e il “già citatoSalvatore Cancemi.
Non solo. Nelle motivazioni della sentenza si parla delle piste che portano al possibile collegamento tra l’accelerazione della strage di via d’Amelio e la trattativa Ciancimino-Ros dei Carabinieri; ma anche del fatto (così come riferiva sempre Cancemi) che Riina citava Berlusconi e Dell’Utri come soggetti da appoggiare “ora e in futuro“, e rassicurava gli altri componenti della Cupola che fare quella strage sarebbe stato alla lunga “un bene per tutta Cosa nostra“.
Partendo da quelle dichiarazioni proprio Di Matteo, assieme al collega Luca Tescaroli (oggi procuratore aggiunto a Firenze), aprì il fascicolo su “Alfa e Beta” (ovvero Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri). Di Matteo indagò anche sulla presenza in via d’Amelio di Bruno Contrada, che fu anche accusato di concorso in strage (e poi archiviato), e incriminò per false dichiarazioni ai pm l’allora funzionario di Polizia Roberto Di Legami. Una vicenda complessa in cui questi, secondo quanto fu detto da due suoi colleghi, Umberto Sinico e Raffaele Del Sole (al tempo in forza al Ros), avrebbe parlato dell’esistenza di una relazione di servizio che attestava la presenza di Contrada in via d’Amelio e che poi sarebbe stata stracciata negli uffici della polizia di Palermo. Furono anche fatti i confronti tra i funzionari ed ognuno rimase nella propria posizione ed alla fine Di Legami venne assolto.
Anche i processi di Firenze, le inchieste sul fallito attentato all’Addaura, quella sui Sistemi Criminali, che poi è in parte confluita nel processo trattativa Stato-mafia, hanno fornito una serie di elementi che alla luce delle nuove sentenze, da ultima quella dello scorso 20 aprile che ha portato alla condanna dei boss mafiosi (Cinà e Bagarella), degli alti ufficiali del Ros (Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno) ed ex politici (Marcello Dell’Utri, fondatore insieme a Berlusconi del partito che ha governato l’Italia per 20 anni) con l’accusa di “attentato a corpo politico dello Stato“, ci hanno portato “ad un passo dalla verità“.

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Il giudice Alfredo Montalto lo scorso 20 aprile mentre pronunciava il dispositivo della sentenza di 1° grado sul processo Trattativa Stato-Mafia

Dopo le condanne emesse dalla corte palermitana le piste investigative su quei “mandanti dal volto coperto” sono tornati di estrema attualità e nuove prove sono emerse anche di recente. Dopo le intercettazioni in carcere tra Giuseppe Graviano e il compagno d’ora d’aria Umberto Adinolfi la procura di Firenze ha iscritto nel registro degli indagati i nomi di Dell’Utri e Berlusconi, accusati di nuovo di concorso nelle stragi del 1993 dopo le archiviazioni del 2011. Elementi che potrebbero far riaprire il fascicolo alla Procura di Caltanissetta, competente per gli eccidi di Capaci e, appunto, via d’Amelio.
Magistrati come Di Matteo, Tescaroli, Scarpinato, Del Bene, Tartaglia, Teresi, Lombardo, Ingroia il compianto Gabriele Chelazzi ed altri, in questi anni hanno cercato di mettere in fila i pezzi e dare un volto ai mandanti esterni che le stragi hanno chiesto e causato.
Per questo, contro di loro, non sono mancate delegittimazioni, minacce, intimidazioni e condanne a morte. Perché hanno il coraggio di arrivare fino in fondo.
E non a caso i poteri occulti potrebbero servirsi del tassello del “depistaggio Scarantino” allargandolo fino ad eclissare il quadro completo su via d’Amelio che è, e rimane, una strage di Stato.

fonte: antimafiaduemila.com

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