Caso Cucchi, tra depistaggi e menzogne dei carabinieri

di Giorgio Bongiovanni

tomasone vittorio deposizione cucchi


Misteri, errori grossolani, menzogne, contraddizioni, depistaggi, dichiarazioni fallaci, documenti spariti ed anche violenze e torture. Sono alcuni degli aspetti tragici e nefasti che, purtroppo, hanno riguardato l’altra faccia, terribilmente marcia, del nostro Paese. Episodi gravi che, spesso, hanno visto vestire i panni degli “attori protagonisti” servi infedeli dello Stato, siano essi poliziotti, militari, carabinieri o agenti dei servizi di sicurezza.
Gli ultimi fatti, emersi nel processo sulla morte di Stefano Cucchi, dimostrano un chiara fotografia di questo “mondo marcio”, inaccettabile per qualsiasi democrazia. Addirittura anche un magistrato notoriamente “moderato”, come il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, ha perso la pazienza durante gli interrogatori, di fronte alle assurde dichiarazioni di quegli ufficiali dell’Arma che sono accusati di aver messo in atto un vero e proprio depistaggio su quanto avvenuto nei confronti del ragazzo, ucciso nell’ottobre 2009.
Leggendo quei verbali il quadro che ne esce è drammatico con membri dell’Arma di vario grado che si adoperano per coprire le eventuali responsabilità con versioni quantomeno contrastanti e contraddittorie. L’esistenza di documenti falsificati è ormai emersa anche nel processo bis e, purtroppo, non è il primo caso in cui si evidenziano fatti simili.
In questo caso siamo di fronte alla morte di un giovane ed una mancata verità. Per ani i carabinieri ed il personale del carcere hanno sempre negato di aver usato violenza nei suoi confronti con le più svariate ipotesi per il decesso (abuso di droga, pregresse condizioni fisiche, il rifiuto del ricovero al Fatebenefratelli, l’anoressia). Oggi le carte e le testimonianze ci mostrano una nuova verità ed è per questo che la richiesta di giustizia diventata ancora più urgente.
Nei giorni scorsi è stato sentito il generale di Corpo d’armata Vittorio Tomasone (in foto), dal quale dipendevano tutti i militari che ebbero a che fare con il giallo di Stefano Cucchi (inclusi i 5 imputati al processo bis), in quanto all’epoca dei fatti era Comandante provinciale di Roma.
Una deposizione ricolma di “non ricordo” e “non ho memoria dei fatti”, che non rende onore al Corpo dell’Arma.
Poco importa se ci saranno assoluzioni, archiviazioni o prescrizioni. I fatti restano fatti e le sentenze, pur non riconoscendo un responsabilità penale, spesso hanno evidenziato la gravità di certe azioni e scelte, anche auspicando dei provvedimenti disciplinari che, purtroppo, non sono mai stati presi seriamente. Ci siamo già passati. Abbiamo visto le mancate perquisizioni di covi di boss (vedi quello di Riina in via Bernini), i mancati blitz per la cattura di capimafia (a Mezzojuso per Provenzano), le sparatorie assurde contro comuni cittadini scambiati per pericolosi latitanti (la vicenda di Terme Vigliatore dove stava per scapparci anche il morto) e le trattative (il dialogo avviato con il mafioso Vito Ciancimino). Eppure le carriere di certi militari non si sono arrestate, anzi, hanno sempre avuto importanti avanzamenti di carriera.
E’ accaduto anche dopo i fatti della scuola Diaz, durante il G8 di Genova nel luglio del 2001. Una delle pagine più nere della storia della Repubblica.
La Cassazione, a 12 anni dal massacro, condannò 25 persone, decapitando i vertici della polizia. Però non possiamo dimenticare che l’interdizione dai pubblici uffici fu prevista solo per i successivi cinque anni. E quei soggetti che hanno visto la prescrizione del reato, nonostante siano stati riconosciuti responsabili di lesioni personali e continuate, restano in servizio. Può definirsi questa giustizia?
Per fortuna esiste anche l’altra faccia dello Stato italiano. Quella faccia pulita rappresentata dalle tante forze dell’ordine che operano nelle scorte, che cercano i latitanti, che svolgono le importantissime funzioni di polizia giudiziaria, che rendono onore al Paese proteggendo i cittadini e le fasce sociali più deboli. Militari e poliziotti che hanno come esempio il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, vero padre della patria, Boris Giuliano e Ninni Cassarà (per citarne alcuni).
E’ anche in loro onore che lo Stato italiano dovrebbe intervenire di fronte a chi, con le proprie azioni e menzogne, disonora i propri corpi di appartenenza tradendo la nostra Repubblica. Sarebbe giusto che chi ha commesso certi reati, addirittura depistando, dichiarando il falso o ponendo in essere l’omertoso silenzio, paghi più degli altri, proprio in virtù dell’alto ruolo ricoperto. Servono pene dure e severe. Anche in questo modo lo Stato può dimostrare coraggio. Il coraggio di processare e condannare se stesso.

fonte: antimafiaduemila.com

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