Ancora una prova dell’autoritarismo macrista, attaccare il giornalismo

di Jean Georges Almendras
Durante una protesta sociale la polizia colpisce i fotografi di Pagina 12 e Revista Citrica

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Immagine eloquente. Immagine che rivela il volto autoritario e dispotico (ed antidemocratico), di un governo marcio: il governo di Mauricio Macri, mandante di una delle tante repressioni della polizia che negli ultimi mesi (dall’anno scorso), vengono scatenate contro persone che manifestavano in strada stufe delle misure economiche anti popolari, degli abusi e delle azioni del governo depredatrici dello Stato di Diritto e della democrazia stessa che si dice siano in vigore in Argentina, mentre in realtà quello che manca assolutamente sono la democrazia, la libertà di espressione e la giustizia sociale.
Immagine eloquente. Immagine in cui si vede un fotoreporter del giornale Pagina 12, Bernardino Ávila, mentre viene colpito con il manganello da agenti della Polizia della Capitale nelle vicinanze del Congresso, più precisamente nella zona di Entre Ríos e Rivadavia.
Immagine eloquente. Immagine scattata da un altro fotoreporter in mezzo della violenza scatenata dalle forze del “disordine”, con il pretesto di dissipare una protesta di strada organizzata dai dipendenti della tipografia Madygraf; una protesta che consisteva nel regalare ‘quaderni’ per denunciare la crisi nel settore (una delle tante crisi lavorative provocate da Macri dal suo comodo bunker nella Casa Rosada), e le irregolarità nei contratti del Ministero dell’Istruzione. Solo 72 ore prima da questa mobilitazione, nota come “cuadernazo”, c’era stata un’altra protesta a Buenos Aires di lavoratori rurali (UTT, Unione di Lavoratori della Terra). In questa occasione hanno venduto i prodotti a prezzo equo, ciò ha portato una dura repressione della Polizia che ovviamente eseguiva ordini del governo. Ed è qui che un fotografo di Pagina 12, precisamente Bernardino Ávila, riuscì a scattare una foto che ha fatto il giro del paese e del mondo: una signora che prende da terra delle melanzane e sullo sfondo poliziotti in tenuta antisommossa. Sempre in questa occasione un altro fotografo, Juan Pablo Barrientos, della Rivista Citrica, colse il preciso momento in cui un lavoratore che alzava una cassetta di lattughe veniva soffocato con spray al peperoncino in pieno viso.
Immagine eloquente. Immagine che ritrae Bernardino Ávila, vittima proprio di un attentato del terrorismo di Stato, ad opera degli scagnozzi della Polizia della Capitale che dicono che stavano tutelando l’ordine, ma io direi: provocando disordine e violenza.
Nei minuti che seguirono l’eloquente immagine altri fotoreporter e giornalisti, ed alcuni cittadini che stavano partecipando alla protesta, sono intervenuti istintivamente per difenderlo. Dopo il pestaggio e l’abuso di autorità, di cui fu vittima anche Juan Pablo Barrientos, i due fotoreporter sono stati arrestati sotto una pioggia di manganellate e l’uso di gas contro chi cercava di liberarli dalle fauci del terrorismo poliziesco, che domina nelle strade della capitale argentina ed in tutto il paese.
Immagine eloquente. È l’immagine che lo stesso Avila scattò prima di essere colpito dall’Ufficiale che aveva riconosciuto in lui il fotoreporter che tre giorni prima aveva filmato la signora mentre raccoglieva le melanzane. Veramente un grave reato da parte del fotoreporter! Immortalare la crisi sociale che sommerge gli argentini. Riconosciuto dagli agenti fu subito segnalato e letteralmente assalito dai servitori del “disordine”.
Ma Avila fece in tempo a cogliere l’istante in cui fu identificato. Ebbe la lucidità, di informare prima la redazione di Pagina 12, su quanto stava avvenendo, e poi, di consegnare la sua video camera ad altri colleghi al suo fianco, salvando così le foto scattate poco prima di venire colpito, nella disperazione di vedersi letteralmente soffocato e vittima dell’arbitrarietà dei bulli del Potere Esecutivo: bulli in uniforme che in seguito ebbero anche la sfacciataggine di accusare ufficialmente Avila di avere affrontato i poliziotti (più precisamente l’ufficiale che lo identificó), “lesioni, attacco, e resistenza a pubblico ufficiale”. Il Segretario della Sicurezza Marcelo D’Alesandro ha detto: “Se lo Stato accusa Avila di violenza contro Pubblico Ufficiale (che non c’è stata in alcun momento, e le foto scattate lo dimostrano) di cosa deve accusare Avila lo Stato?”.
Immagine eloquente. È l’immagine della repressione contro il giornalismo. Perché è consuetudine dei terroristi dello Stato non voler essere identificati e segnalati.

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L’a b c del fotoreporter in situazioni di repressione o di guerra, è quello di non abbandonare mai la sua macchina fotografica o telecamera (perché la camera accesa e il polso fermo del giornalista focalizzando l’aggressore è decisamente la migliore testimonianza), almeno è quello che io ho insegnato ai miei alunni nei corsi di giornalismo. Ed è ciò che correttamente ha fatto Avila.
Ha colto l’istante antecedente la pioggia di colpi. L’istante previo in cui lo Stato lo neutralizza con inaudita violenza nel nome della Democrazia e della Legge. Quale Democrazia e quale Legge? La stessa Democrazia e la stessa Legge che causò la morte delle 38 persone decedute durante la repressione del 19 e 20 di dicembre del 2001? La stessa Democrazia e la stessa Legge predominanti nelle repressioni degli ultimi mesi contro lavoratori, studenti, pensionati, popoli originari? La stessa Democrazia e la stessa Legge che ultimamente criminalizza le proteste sociali e persegue cinicamente e spietatamente anche i mapuche nella Patagonia, al punto di assassinare il giovane mapuche Rafael Nahuel e di fare sparire forzatamente per poi ucciderlo Santiago Maldonado? La stessa Democrazia e la stessa Legge che mettono in atto a tutti i livelli la cultura dell’impunità per proteggere i colpevoli che indossano le uniformi, e che sfacciatamente (ed oscenamente), si sentono sostenuti e protetti dal Ministro Patricia Bullrich, patrocinatrice e principale artefice della dottrina Chocobar, del grilletto facile e della repressione facile?
In Argentina, in dittatura, il terrorismo di Stato si compiaceva di essere strumento di tormento e morte di cittadini e di giovani, e di aver fatto sparire 30 mila persone, tra loro giornalisti come Rodolfo Walsh, tra altri colleghi.
Nell’Argentina di oggi, in Democrazia, le pratiche del terrorismo di Stato sono sempre valide in questo governo, come se niente fosse.
Il popolo argentino è stato truffato: i suoi governanti guardano altrove e fanno uso del manganello come se fosse uno strumento lecito. Ed il giornalismo è il primo dei loro obiettivi, a dimostrazione che lo Stato è ancora terrorista.
Un mafioso argentino, qualche anno fa, ordinò (ai suoi seguaci, i suoi scagnozzi, ovviamente poliziotti), di ammazzare il fotoreporter José Luis Cabezas.
Oggi, il governo argentino ha ordinato alla Polizia della Città di Buenos Aires di reprimere a colpi di manganello e con l’uso dei gas, i lavoratori e quindi i giornalisti nello svolgimento del loro legittimo ruolo di informazione, e di dare visibilità ad una legittima protesta sociale.
Oggi, in Argentina l”emblema istituzionale è l’autoritarismo e la culla nella quale si dondola il governo si chiama terrorismo di Stato, dove non ci sono oramai garanzie e lo Stato di Diritto è calpestato ad ogni istante, giorno per giorno.
C’è qualche dubbio?. I colleghi picchiati e poi fermati, e noi giornalisti delle redazioni di Antimafia Dos Mil di Uruguay, Argentina, Paraguay ed Italia, ne siamo certi.
Non abbiamo dubbi. Stiamo attenti: perché l’autoritarismo macrista sta facendo a pezzi la democrazia argentina.

fonte: antimafiaduemila.com

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